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Begoña Feijoo Fariña tra Poschiavo e Genova

‘Come onde di passaggio’ le è valso il Premio svizzero di letteratura: ‘Da un lato mi sento fortunata, dall’altro molto fiera di me. E non me lo dico spesso’

Di Valentina Grignoli

Già reduce del Premio letterario grigione 2026, Begoña Feijoo Fariña è stata insignita di uno dei Premi svizzeri di Letteratura 2026 per il suo ultimo romanzo, ‘Come onde di passaggio’ (Gabriele Capelli Editore, 2025). Il libro racconta con abilità e grande sensibilità le vicende di cinque personaggi, che si intrecciano e si strecciano sullo sfondo di una rovente Genova, all’alba di una tragedia imminente. Questo a dimostrarci che noi, come le onde, come le nuvole, siamo di passaggio su questa terra, e sembra quasi di vederci, dall’alto del Ponte Morandi (è anche del suo crollo, il 14 agosto 2018, che parla il romanzo), affaccendarci nelle passioni e pene quotidiane cui sentiamo di dipendere. Ma a volte, basta un evento maggiore a farci scegliere tra cosa conta e cosa no, a metterci in contatto con la parte più intima di noi e con il nostro destino.

Abbiamo raggiunto la scrittrice a Poschiavo, dove vive e lavora, e si gode questo momento importante. «Mi sento da un lato fortunata, dall’altro molto fiera di me! Ed è una cosa che non mi dico molto spesso…! Mi sento grata, sono felice».

Partirei dal titolo, molto bello.

Letto poi su una copertina che di passaggio porta le nubi è ancora più forte.

Cosa ci insegnano gli elementi naturali?

Da un lato, siamo noi le onde di passaggio su questa terra, a questo porta la narrazione. Le nostre vite quotidiane a un certo punto vengono stravolte. O nel caso delle vittime, sono finite. Noi siamo un passaggio, ma anche le catastrofi. Lo dico spesso: succede una cosa così drammatica come il crollo del ponte, per Genova e per l’Italia intera, ma poi la vita va avanti, ci si rialza, si fa colazione. Se è possibile. Noi singoli siamo di passaggio, è un andare e poi scomparire. E la stessa cosa vale per le catastrofi, rimane lo strascico, ma quando sono finite dobbiamo andare avanti.

Ci regali cinque personaggi ai quali il lettore si affeziona rapidamente. Forse grazie alla sensibilità e ai tratti leggeri, eppure profondi e ricchi di contrasti, con i quali li descrivi. Come hanno preso vita tra le strade di Genova?

Sono nati in realtà in un bar di Poschiavo. Da anni riflettevo su come scrivere di questa tragedia. Volevo una storia corale, che si incrociasse. Di solito scrivo molto a mano e poi al computer. Un giorno, dopo una riunione, ho approfittato per creare la scheda dei personaggi, le quattro o cinque informazioni che mi servivano per costruirli. Ho definito i nomi, ho aperto un file che ho chiamato ‘sandy 1’ e sono andata a casa con due capitoli del romanzo! Quasi fino alla fine il romanzo è stato scritto qui. Ai due terzi circa mi sono presa una decina di giorni per andare a Genova e capire e se l’ambientazione che avevo immaginato era vera. Guardavo la gente, era un maggio freddissimo. Imbacuccata nei miei cappotti chiedevo alle persone cosa stavano facendo quando è crollato il ponte. Osservavo i piccioni che mangiavano il cibo negli incavi tra i sassi, le immagini sono nate così.

Una città un po’ mamma un po’ puttana, che accoglie e respinge, affascina e allontana… tanti contrasti, ma cosa è Genova per te? È nato prima il desiderio di parlare di questa città o quello di raccontare come una tragedia può cambiare la vita di tutti?

Tutte e due. L’evento scatenante è stato il crollo del ponte, e nel corso dei tanti pensieri avevo pensato di usare un’altra tragedia immaginata, non reale. Ma il mio legame con Genova è forte, ci sono andata più volte con mio marito. Io potevo essere sul ponte quando è successo, ci ero passata appena il giorno prima. L’ho saputo mentre facevo una cosa bella, questo mi ha portata a chiedermi cosa facessero le persone quando l’hanno saputo.

Genova è raccontata da Dino Campana (lo troviamo nel tuo libro, una citazione in esergo), De André, Paoli, Montale… insomma, hai dei Signori compagni di viaggio. Chi ti sei portata a braccetto?

Mi sono portata Dino Campana, era con me a Genova quei dieci giorni, fisicamente come libro. Io leggo poco quando sono nelle fasi finali di scrittura, ma me lo sono portata. Al di là della città in sé, è il suo sguardo su chi abita le città che mi interessa.

Sulle vite dei personaggi io ho sentito gravare sin dal principio una pesantezza dettata dalla responsabilità, dal dolore, dalla colpa, dalla solitudine. Simboleggiata dagli elementi naturali come l’afa, il cielo plumbeo. Come a dirci, tutti abbiamo qualche ferita, qualche pensiero greve, anche se sembriamo allegri come Marisa, uno dei tuoi personaggi.

È la nostra vita! Anche io posso apparire sempre felice, ma ho i miei conflitti famigliari da gestire, le mie preoccupazioni. Tutti noi siamo così, in qualche modo. Vogliamo o dobbiamo o pensiamo di dover risolvere qualcosa. Sandy è una studentessa che deve sbarcare il lunario, e ha un problema da affrontare con sua mamma, se lo porta appresso quotidianamente, la plasma, per esempio. O Dante, un personaggio inizialmente antipatico, ma che poi si capisce porta dentro di sé dei dolori. Ho voluto dare umanità a questi personaggi.

Anche se la caduta del Morandi è l’apice del climax cui siamo invitati a tendere sin dal principio, è raccontata di sfuggita. Il ponte è nominato solo qualche volta durante il romanzo, quasi per caso. Sicuramente una scelta ben precisa, che evita la pornografia del dolore, quell’ansia per il dettaglio, che i media di solito non lesinano.

Il dramma è esplicitato nella quarta di copertina. L’unica cosa che il lettore non sa, è quale sarà la fine del personaggio che conosce lungo il romanzo. Ho voluto inserire la presenza del ponte come costante nella vita di Genova. È un punto di riferimento, un po’ per tutti. C’era anche il desiderio di non entrare in questo voyeurismo delle tragedie. Le vittime e i loro familiari erano già stati tanto mediatizzati e non volevo andare a scavare nei dolori veri di persone che l’hanno vissuto. Così sono riuscita a raccontare il dramma senza andare a infierire. Solo un’immagine che avevo visto in un documentario e che mi era rimasta impressa viene descritta.

Per concludere, cosa può la letteratura, cosa dice di più, cosa permette di omettere, è importante secondo te che anche l’arte trovi il modo di raccontare il reale?

Secondo me sì. È molto importante che la letteratura parli a noi, di noi. Perché sennò, per me, non ha senso, anche da lettrice cerco sempre un pezzettino di me nei testi degli altri. Apre al lettore una visione sul prossimo. Se sei allenato a guardare la vita dell’altro e a conoscerne le difficoltà e le scelte sbagliate, forse sarai più propenso ad accettare l’altro così come è. Andare verso l’altro. Questo per me è molto importante, dal punto di vista della scrittura. Ho cercato di dare uno sguardo sulle persone in modo che fossero vere. Dante, per esempio, è una persona molto vera. La nostra società è composta da singole persone che fanno determinate scelte, azioni e pensieri, volevo mostrare, con la letteratura, questa complessità.

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