Gli occhi di Kristof
Io, sdraiato sul lettino, avevo la mascherina dell’ossigeno sulla bocca e un telo azzurro m’impediva di vedere ciò che stava accadendo sopra di me...
Di Alberto Nessi
Torno dall’ospedale, dove sono stato per un piccolo intervento chirurgico. Piccolo o grande, è sempre un intervento, penso, un’invasione di campo, qualcosa che si fa sul mio corpo. Sul mio corpo sì, ma non sulla mia persona. Quella, nessun chirurgo la potrà modificare.
Tornato dall’ospedale, tutto mi pare nuovo. Mi sento più libero, non ho più quel laccio nero che m’imprigionava le gambe, non più quel telo che m’impediva di guardare. Qui, è come se tutto si fosse rinnovato. Il ciliegio fiorito mi meraviglia, i fiori che stanno per aprirsi rinnovano la speranza: la speranza di vivere più a lungo, che il chirurgo coi suoi ferri mi ha trasmesso.
Tornato a casa, dunque, mi sento libero. È una sensazione illusoria, certo. Nessuno è veramente libero, siamo programmati per morire. Però la vita interiore no, nessuno la può programmare, almeno quella è tutta nostra. E anche il programma della giornata me lo faccio io, come voglio.
A me piace leggere, Hegel ha detto che la preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale. E la prima cosa che leggo stamattina è un articolo di Andrea Ghiringhelli, apparso nel quotidiano per il quale adesso sto scrivendo. In quell’articolo, nel quale i potenti sono inchiodati alle loro responsabilità, la parola che più mi colpisce è “apatia”, la sottolineo con la matita. L’apatia è molto diffusa, mi sembra, specialmente tra gli adulti. È un atteggiamento pericoloso. Per contrasto, l’articolista parla dei giovani che esercitano il pensiero critico, s’indignano e si ribellano: proprio il contrario, penso io, di quel che diceva l’altra mattina il tassista che mi stava trasportando all’ospedale nel primo traffico autostradale.
L’apatia politica, l’indifferenza già odiata da Gramsci, certo; ma vorrei qui ragionare su questa parola. Ora che sono tornato dall’ospedale, vorrei dire che ho trovato il contrario dell’apatia in un infermiere.
Si chiama Kristof. Mi ha guardato negli occhi. Io, sdraiato sul lettino, avevo la mascherina dell’ossigeno sulla bocca e un telo azzurro m’impediva di vedere ciò che stava accadendo sopra di me. Vedevo solo, di sotto in su, gli occhi di Kristof, attraverso le lenti dei suoi occhiali.
Che cosa leggevo in quegli occhi? Calore umano, attenzione, empatia. Quegli occhi mi rassicuravano. L’intervento andava un po’ per le lunghe e io, lungo disteso e con le gambe tenute ferme da un laccio nero, ero in balia dei medici. Pur fidandomi di loro, non li vedevo e mi sentivo smarrito. Allora mi sono attaccato a quegli occhi come a una zattera di salvataggio. Sotto la cuffia azzurra, che copriva la testa dell’infermiere, c’erano due occhi che mi guardavano.
Relazioni
Ora ci penso, qui, davanti al ciliegio fiorito. Penso all’importanza delle relazioni. E non solo tra le persone. Anche tra noi e gli alberi, gli animali, i luoghi. Penso agli alberi di Hermann Hesse, il puledro stellato di Giovanni Verga, la capra di Umberto Saba, nella quale il poeta sente la voce del dolore eterno. Le relazioni, che sono il contrario dell’apatia. A me sembra proprio che nella nostra società le relazioni vadano scemando. Sul piano politico, poi, sono cadute nel baratro. Nella vita privata ognuno avrebbe qualcosa da raccontare, ma se lo tiene per sé. O lo rivela per frammenti, quando trova qualcuno disposto ad ascoltare. Il mondo che ognuno vorrebbe svelare, con poche parole o anche in silenzio, non è quello dell’economia e della politica, ma quello degli affetti, delle speranze, dei desideri. Oggi va molto la parola “condivisione”; ma, come si sa, la lingua batte dove il dente duole. Dal momento che siamo soli, parliamo di condivisione. La desideriamo, perché l’uomo non è fatto per rimanere solo. È vero anche che la solitudine fa bene, permette la meditazione. Ma dopo aver meditato, è meglio tornare tra gli altri.
Giacomo Leopardi, che era un passero solitario, aveva però capito l’importanza dell’esser socievoli. Dell’empatia, che porta al sentimento della compassione, intesa come capacità di patire insieme, “Mitleid” in tedesco.
“La compassione che nasce nell’animo nostro alla vista di uno che soffre è un miracolo della natura”, dice Leopardi nello Zibaldone. E ancora: “La compassione non è propria se non degli uomini colti e dei naturalmente delicati e sensibili, cioè fini e vivi”.
Uomini fini e vivi. Il contrario di quelli che vediamo intorno a noi, almeno leggendo le notizie di cronaca. Perché poi, nella realtà del mondo quotidiano che ci circonda, spesso li troviamo. Troviamo la sensibilità, l’attenzione per gli altri, l’empatia. Troviamo gli occhi di Kristof.
CULTURE E SOCIETÀ
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2026-04-14T07:00:00.0000000Z
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