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Mušič, gli altri e il senso della vita

Una coinvolgente rassegna vede insieme il pittore sloveno, Camesi, Cattori, Varlin e Repetto alla Fondazione Matasci per l’Arte di Cugnasco Gerra

di Claudio Guarda

Confrontati da anni con uno scenario di guerra che ultimamente è andato dilatandosi spaventosamente, con tragedie che sconfinano nella barbarie quando non nel genocidio – dall’Ucraina al Sudan e al Kivu, da Gaza all’Iran – a Mario Matasci sono tornate in mente le parole che fanno da titolo a un drammatico ciclo di pitture di Anton Zoran Mušič (1909- 2005), artista deportato nel campo di concentramento di Dachau nel 1944 e miracolosamente sopravvissuto all’olocausto, alle stragi, ai forni crematori. ‘Nous ne sommes pas les derniers’ (‘Noi non siamo/saremo gli ultimi’): questo il titolo del ciclo che riprende le tragiche immagini da lui fissate di nascosto su piccoli fogli all’interno del lager. Un’amara certezza che voleva essere anche un monito rimasto inascoltato e che la Storia di poi ha confermato a piene mani.

Per questo, a nove anni di distanza dalla precedente mostra, la Fondazione Matasci ha voluto tornare a lui ed esporre una trentina di suoi dipinti che ne ripercorrono le principali tappe evolutive e concludono proprio con quelle immagini drammatiche. Seguono, sempre al piano terreno, due altri nuclei, l’uno dedicato a Tino Repetto (1929-2017), pittore di origini liguri ma che ha vissuto e operato nel clima informale della capitale lombarda. Chiude il percorso una intensa installazione di Gianfredo Camesi che Mario Matasci ha voluto lasciare perché consonante con quanto precede e invita a riflettere sul senso da dare alla vita. Più libero e mosso il percorso al piano superiore dentro il quale il gallerista ha voluto ritagliare uno spazio dedicato alla memoria di Edgardo Cattori, artista scomparso lo scorso febbraio e che aveva esposto dapprima nel 1977 e poi nel 2004 negli spazi della Galleria Matasci.

Bellezza e fragilità

Si tratta di una ventina di opere, tra dipinti e disegni, prevalentemente dell’ultima sua pittura, nella quale lo sguardo di Cattori si posa su poche cose: qualche fiore – iris e papaveri, in particolare, nei cui petali delicatissimi e colorati, bellezza e fragilità convivono la durata d’un soffio finché mano non li sfiori –, nidi abbandonati, mele o melagrani rinsecchiti, ricci di castagne svuotati del loro contenuto. Soggetti portatori, sul piano simbolico e semantico, di sensazioni di bellezza e fragilità, ma anche di separatezza e finitudine, alienazione e precarietà: come quei nidi già felici di vita e ora corrosi da muffe e licheni, fagocitati da un gorgo nero che li avvolge e risucchia. Rispetto alle sue prime pitture egli ha notevolmente attenuato l’irruenza del gesto e sedimentato i toni in zone più basse e umbratili, dentro una luminosità tanto tenue e soffusa da richiedere talvolta un esercizio dello sguardo per la loro lettura: quasi che i pochi oggetti raggruppati sul piano fossero sul punto ultimo di sopravvivenza, prima di venire fagocitati dal buio. Anton Zoran Mušič quell’esperienza l’ha vissuta realmente e tragicamente, ogni giorno, durante la dura detenzione nel campo di concentramento. Nato nel 1909 a Boccavizza, un villaggio non lontano da Gorizia, oggi in terra slovena ma allora sotto il dominio asburgico che includeva pure il Trentino e il Friuli, Mušič si è formato all’Accademia di Belle Arti di Zagabria. Completati gli studi viaggia e soggiorna in varie città europee – da Madrid e Parigi a Vienna e Zurigo – prima di stabilirsi, nel 1943, a Venezia che, da quel momento, diventerà la sua città di elezione. L’anno successivo viene però arrestato con l’accusa di collaborazionismo antinazista e deportato a Dachau. Dopo la sua liberazione, l’artista ritorna in gravi condizioni di salute portando con sé una manciata di quei disegni; soggiorna dapprima a Gorizia, quindi a Venezia dove lentamente riprende a dipingere. Espone una prima volta alla Biennale nel 1948, poi ancora nel 1950. Nel 1951 vince il ‘Prix de Paris’ di Cortina d’Ampezzo, ex aequo con Corpora. Tale riconoscimento gli permetterà di allestire un’importante mostra alla prestigiosa Galerie de France, a Parigi. Da questo momento Parigi diventa la seconda residenza dell’artista, ciò che segna l’avvio della sua carriera internazionale. Oggi, opere di Zoran Mušič figurano nelle collezioni di importanti musei del mondo, principalmente in Slovenia e in Italia, ma pure in Francia, Spagna, Germania e Stati Uniti.

Una sottile nostalgia

La tragedia bellica e il dramma della deportazione segnano un punto di non ritorno tanto nella vita come nell’arte di Mušič che, solo una volta ripresa la pittura, individua il suo filone più personale, il suo tono, la sua tavolozza e i suoi soggetti basati non più sul confronto con la realtà, ma sulla distanza e sull’emozione del ricordo, sul filtro di una sottile nostalgia: come quando riaffiorano le memorie della sua terra natia – lasciata quando aveva sei anni – con le donne che, con le loro merci, andavano a cavallo a far mercato spostandosi lungo i crinali del Carso. Aveva bisogno di riappropriarsi di sé e della propria storia, di ritrovarsi e riprendere il filo interrotto della sua vita. Finché un giorno, venticinque anni dopo, quella realtà, fino a quel momento repressa, non torna a farsi avanti e, solo in quel momento, egli avrà la forza di guardarla in faccia e di esternarla. Tornerà allora a quei suoi lontani disegni fatti a Dachau per denunciare tutto l’orrore di una civiltà precipitata nella barbarie. Ma anche per dire a tutti noi che quegli orrori non sono davvero mai finiti (la Fondazione è visitabile gratuitamente tutte le domeniche dalle 14 alle 18 fino al 27 settembre 2026).

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2026-04-28T07:00:00.0000000Z

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