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Umberto Boccioni alle soglie del domani

Con la mostra aperta sino al 24 gennaio 2027 a Lugano, il Masi racconta l’artista italiano nel suo percorso ‘Verso la liberazione futurista’

Di Claudio Guarda

Centodieci anni fa, il 17 agosto del 1916, Umberto Boccioni moriva precocemente, a soli 34 anni, per una caduta da cavallo mentre si trovava arruolato come volontario a Verona. Faceva parte della ristretta cerchia dei cinque artisti che, sotto la guida di Filippo Tommaso Marinetti, avevano firmato a Milano, nel 1910, il Manifesto dei pittori futuristi. La folgorante brevità della sua vita d’artista fu però inversamente proporzionale alla indefessa intensità della sua ricerca, dalla sua continua riflessione e spasmodica sperimentazione tanto da qualificarsi non solo come teorico e mente pensante del futurismo (celebri i suoi manifesti), ma pure di instancabile promotore del movimento dentro e fuori i confini d’Italia, viaggiando, polemizzando e organizzando mostre in giro per l’Europa.

Nato nel 1882 a Reggio Calabria, dopo un lungo peregrinare, nel 1901 si trasferisce a Roma, dove frequenta lo studio di un cartellonista e apprende i primi rudimenti della pittura. Poi però conosce Gino Severini e Mario Sironi, con i quali stringe duratura amicizia e frequenta lo studio del celebre pittore divisionista Giacomo Balla. Sarà l’avvio di un percorso straordinario all’inizio fortemente segnato dalla lezione di Balla, come testimoniato da una delle sue prime opere, Campagna Romana o Meriggio del 1903. Guardatelo bene, perché miracolo vuole che quel dipinto non sia solo esposto, ma appartenga alla collezione del MASI. Faceva parte della raccolta di opere d’arte appartenente alla nota famiglia luganese dei Chiattone, munificamente poi donata alla Città di Lugano dagli eredi di Gabriele Chiattone, sostenitore e committente dell’artista durante i suoi anni milanesi. In effetti, a partire dal 1907, Boccioni lascia Roma e si trasferisce a Milano che diventerà poi la sua città ed è lì che cresce e matura la grande stagione della sua arte.Il fatto è che, a differenza di Roma, Milano sta realmente diventando, per dirla con il titolo di una celebre serie di opere boccioniane, una “Città che sale”.

Sono gli anni in cui, tra Otto e Novecento, le città europee, spesso ancora chiuse entro antiche mura con tanto di piazza al centro (le note Piazze d’Italia di De Chirico), conoscono uno straordinario e travolgente sviluppo che le sventra e modifica rispetto a quel passato. Stanno infatti nascendo le metropoli moderne (Parigi, Vienna ma soprattutto New York) caratterizzate da inurbamento massiccio e grattacieli, industrializzazione crescente, espansione tentacolare di ghetti e rioni, nuove attività, ampie strade, boulevard, parchi e servizi, dalle stazioni agli aeroporti.

Territori sconosciuti

Boccioni non può che confrontarsi con il dinamismo e la rapidità di tali mutamenti e calare nella sua arte la frenesia non solo di una città che sta mutando pelle, ma anche di una civiltà che si apre su territori sconosciuti, forieri di imprevedibili novità. Egli osserva il rapido avanzamento del tessuto urbano milanese e delle periferie in trasformazione (Crepuscolo, 1909) e fissa il tutto in raffigurazioni dalle prospettive audaci, dentro un crescente turbinio di linee e battimenti di luce. Anche il suo idilliaco divisionismo iniziale sta cambiando pelle. Lo stampatore d’arte Gabriele Chiattone gli è vicino, lo sostiene e incoraggia nel lavoro, gli affida delle commissioni, gli acquista pure delle opere. Oggi, queste sue 21 opere, tra dipinti, disegni e incisioni, databili tra il 1903 e il 1908, non costituiscono solo il nucleo boccioniano più consistente prima della svolta futurista, ma anche l’elemento forte e più invidiato del patrimonio artistico appartenente alla Città di Lugano.

La mostra luganese – arricchita da alcuni importanti prestiti – corre sul filo di quelle sue opere che, pur precedendo la svolta futurista, dimostrano l’incessante ricerca di Boccioni tanto dal punto di vista formale quanto dei soggetti, fino ad arrivare alle soglie del futurismo vero e proprio: basti il rinvio a Treno che passa, del 1908. Dagli idilliaci motivi agresti e paesaggi campestri, passando per i ritratti, egli perviene, infatti, dapprima alle raffigurazioni di città e periferie che cambiano tra alti caseggiati e nuove fabbriche; poi, nella sua parte conclusiva, all’invenzione futuristica vera e propria delle Visioni simultanee del 1911. Qui egli arriva a smaterializzare il confine tra il soggetto raffigurato e l’ambiente che lo accoglie: qui tutto si compenetra, è travolto da un continuo flusso di energia inarrestabile – elemento centrale della sua poetica futurista – che si esprime attraverso l’accelerazione del segno e il vibrato della luce-colore, come si può ben vedere in uno dei suoi più sorprendenti e maturi dipinti quale Nudo di spalle o Controluce del 1909.

È ben noto quanto il Futurismo debba alla sua componente divisionista, ma come l’abbia anche profondamente superata. Di lì sono passati in tanti: da Segantini a Previati, da Carrà a Russolo, da Boccioni a Balla. Ma poi su quel comune fondamento inizia la divaricazione: il divisionismo resta di derivazione ottocentesca e sostanzialmente legato, in Italia almeno, al paesaggio bucolico o al simbolismo; il futurismo rappresenta invece lo sbocco nella coscienza del moderno quanto a temi e concetti ma anche a evoluzione linguistica. L’accelerazione del pacificante segno divisionista in ondulazioni elettrico-magnetico e cromatiche, la dinamizzazione della pittura, il compenetrarsi di tempo, spazio e figura – ben visibili nelle opere in mostra – diverranno il segno di un mondo in rapida trasformazione con conseguente scardinamento della vecchia concezione di pittura.

CULTURE E SOCIETÀ

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2026-08-19T07:00:00.0000000Z

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https://epaper.laregione.ch/article/281865830308174

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