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La sublime follia del cavaliere errante

‘Don Quichotte’ di Jules Massenet, un’opera da riscoprire, nella coproduzione Teatri di OperaLombardia: spettacolo riuscito, convincente e coerente

Di Sabrina Faller

Ma che bella opera è il ‘Don Quichotte’ di Massenet! E che eccellente operazione di recupero di questo gioiello nascosto è stata fatta dai Teatri di OperaLombardia (Brescia, Como, Cremona, Pavia, Bergamo) con il nuovo allestimento proposto nei giorni scorsi al Teatro Sociale di Como, che ha già mietuto altrove successi di critica e di pubblico. In realtà questo ‘Don Quichotte’ già da qualche tempo è oggetto di rinnovato interesse da parte dei teatri lirici, come prova il fatto che nel 2024 l’Opéra Bastille a Parigi ne abbia proposto un allestimento con la regia di Michieletto e che l’Opéra di Losanna abbia aperto la stagione ’25/26 con questo titolo.

Ultimo successo del compositore francese

Si tratta dell’ultimo grande successo del prolifico compositore francese, considerato il suo testamento musicale, scritto per l’Opéra di Montecarlo, dove fu rappresentato la prima volta nel 1910. Massenet morirà di malattia due anni più tardi. Nella piacevolissima autobiografia ‘Mes Souvenirs (1848-1912)’ il compositore racconta come sia stato convinto ad affrontare in musica il soggetto del ‘Chevalier de la Longue-Figure’ dalla riduzione teatrale di Jacques Le Lorrain, in particolare dalla “geniale invenzione di sostituire alla volgare contadina di Cervantes la ‘Belle Dulcinée, così originale e pittoresca”. Questo personaggio femminile, dice Massenet, ha portato un elemento di bellezza e di poesia al nostro (suo e del librettista Henri Cain) Don Quichotte, giustificandone la follia amorosa. “O la belle, o la magnifique première!”, ricorda con nostalgia il compositore.

Una ‘comédie-heroique’ in cinque atti

L’opera, definita ‘comédie-heroique’, in cinque atti, ha una durata di circa due ore e inizia con la bella Dulcinea circondata dai suoi ammiratori in un trionfo di festa e bellezza. Anche Don Quichotte, cavaliere errante accompagnato dal fedele scudiero Sancho Panza, le dichiara il suo amore devoto, e la bella creatura, che lo ascolta con affettuosa ironia, gli chiede quasi per gioco di recuperarle una collana rubatale dai briganti. Cavaliere e scudiero partono per questa missione durante la quale Don Quichotte affronta i mulini a vento credendoli giganti. Invano Sancho cerca di riportarlo alla realtà. Dapprima i briganti deridono il cavaliere che parla di giustizia, onore e misericordia. Poi si commuovono e restituiscono la collana che viene prontamente riportata all’incredula Dulcinea. Don Quichotte la chiede in sposa, ma Dulcinea, che comincia ad avvertire la fugacità della giovinezza e la fine del tempo degli amori, gli confessa con sincerità di non poter amare come lui vorrebbe: lo considera “un folle sublime”, lo stima, ma è una donna libera e tale vuole restare. Don Quichotte deve rassegnarsi e con Sancho parte per nuove avventure. Stanco e invecchiato, ormai prossimo alla morte, continua ad avere fede negli ideali cavallereschi, affidando a Sancho, che ha ben compreso la grandezza morale e spirituale del padrone, le sue ultime volontà. Gli lascia in eredità quell’Isola dei Sogni che gli ha permesso di vivere i suoi ideali, derisi e sbeffeggiati dal mondo esterno ma mai traditi o abbandonati da chi li ha perseguiti. Muore serenamente accanto al suo scudiero mentre sorge il sole.

Sul piano musicale Massenet affronta questo soggetto con la lunga esperienza accumulata negli anni, forte della ricchezza del suo linguaggio compositivo, denso di elementi barocchi, gregoriani e teatrali, accompagnandolo al gusto esotico tipico della Belle Époque, evocando, come Bizet prima di lui, una Spagna immaginaria e mai vista. Momenti di fragoroso colore locale o di battaglia si alternano a pagine di malinconia e incanto, come nelle belle introduzioni al terzo e quinto atto.

Decadimento cognitivo, un senso nuovo

E per parlare del nuovo allestimento di OperaLombardia cominciamo appunto dalla musica. È per volontà di Jacopo Brusa, direttore dell’Orchestra I Pomeriggi musicali, che il bel preludio al quinto atto con assolo di violoncello è stato aggiunto all’inizio dell’opera (sicché lo ascoltiamo due volte), ovvero facendo precedere l’incipit pimpante e gioioso del primo atto da un inizio doloroso e struggente che anticipa in qualche modo il finale. Il perché di questa scelta è da ricercarsi nell’idea registica del canadese Kristian Frédric di collocare il suo Don Quichotte in una casa di riposo che accoglie anziani affetti da decadimento cognitivo, dove Sancho è il suo infermiere e Dulcinée la direttrice sanitaria. Ecco che dunque tutto acquista un senso nuovo: l’indistinguibilità sempre più evidente tra sogno e realtà, il mescolarsi dei ricordi e il rivivere avventure forse un tempo lette nei libri di fiabe o sognate da bambino, sono i segni dell’avanzare della malattia del protagonista. Il libretto aderisce perfettamente a questa visione e rende inutili e noiosi gli interventi di narrazione prima di ciascuno dei cinque brevi atti, interventi con i quali si tende a sottolineare le caratteristiche della malattia e la necessità di un approccio terapeutico e familiare corretto.

Densa e accorata malinconia

Ciò detto, lo spettacolo è riuscito, convincente e coerente, pervaso da una densa e accorata malinconia, che è malinconia dell’amore rifiutato, dei sogni incompresi dal mondo e della morte imminente. Nel primo atto la scena propone la sala ristorante della casa di riposo, con un Don Quichotte in sedia a rotelle spinta da Sancho. Ampie vetrate da cui si vede il giardino con i pini percossi dal vento e dove appare in video una giostra, ricordo d’infanzia del protagonista che si ingigantisce sempre più, ma la giostra gira in senso antiorario, come se il tempo andasse a ritroso. Nell’atto terzo alcuni oggetti e mobili di scena diventano enormi, mentre altri rimpiccioliscono, così il cavaliere-bambino è in piedi su una sedia enorme con un librone davanti, mentre il suo letto reale di paziente è diventato minuscolo fino a scomparire del tutto dalla scena. Enorme è anche la collana di perle azzurre che Don Quichotte riesce ad avere dai briganti e che restituirà a Dulcinée. L’infanzia sognata ricordata e rivissuta è spesso evocata alla ribalta attraverso la presenza muta di un bambino con una figura femminile che lo assiste e lo educa.

Applausi calorosi

Nei panni di Don Quichotte c’è il magnifico basso Nicola Ulivieri, al debutto in questo ruolo, di grande naturalezza e nobiltà, mai eccessivo eppure intenso, controllato nei gesti, vocalmente saldo. Un po’ ondivago e non sempre convincente sul piano interpretativo il Sancho-infermiere di Giorgio Caoduro, mentre alla Dulcinée di Chiara Tirotta, di voce bella ma non basta, manca una personalità definita. Il Coro OperaLombardia, preparato da Diego Maccagnola, fornisce buona prova, mentre Jacopo Brusa dirige con cura, passione e attenzione ai dettagli, l’esuberante e variegata partitura dell’opera. Un appunto sulla traduzione italiana del libretto francese nei sopratitoli, traduzione che lascia parecchio a desiderare. Applausi calorosi da parte di un pubblico accorso numeroso nonostante il titolo poco noto. E chi non l’ha vista vada a vederla, perché sono previste ancora due repliche al Teatro Ponchielli di Cremona il 23 e il 25 gennaio.

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2026-01-19T08:00:00.0000000Z

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