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Due melodrammi queer dalla riuscita diversa

Il concorso si chiude senza sorprese con ‘Coward’ di Dhont e ‘La Bola Negra’ di Calvo e Ambrossi che accostano guerra e identità Lgbt. Stasera il verdetto

di Stefano Piri

Si è chiuso senza sorprese dell’ultimo momento il Concorso di Cannes 79, un’edizione che potremmo diplomaticamente definire di transizione. Lontanissimi per latitudine e temperatura, il belga ‘Coward’ di Lukas Dhont e lo spagnolo ‘La Bola Negra’ di Javier Calvo e Javier Ambrossi hanno curiosamente ossature gemelle: l’uno ambientato tra trincee e retrovie della Prima guerra mondiale, il secondo su più tempi che riflettono quello principale della Guerra civile spagnola, sono entrambi melodrammi queer in costume che accostano guerra e identità Lgbt, con elementi di musical. Entrambi si muovono tra le polarità di integrità e diserzione, rispetto alla causa per cui si combatte e alla propria identità, entrambi giocano col paradosso del fronte come luogo di liberazione sessuale, entrambi specchiano il piano della realtà e quello della rappresentazione – vera ossessione di questo festival, in cui la categoria dei registi pare aver eguagliato e superato il desiderio di fuga dalla realtà di quella dei critici: un’impresa – e individuano nell’arte lo spazio di liberazione dalla presenza pervasiva della morte. Condividono perfino la figura della neve come sostanza medianica tra mondo e oltremondo. Diversa però la riuscita: nonostante una regia brillante, ‘Coward’ azzarda nella prima metà accostamenti spericolati tra truculenti episodi di trincea e voluttuose cerette omoerotiche, procedendo per contrasti tanto incongrui quanto in fondo convenzionali, per trovare una sua forma compiuta solo nella parte finale. ‘La bola negra’ è invece un film discontinuo ma brillante. Di aspirazioni almodovariane – il maestro castigliano, con cui paradossalmente il film concorre, è a un certo punto apertamente omaggiato – con uno spunto assonante ai primi e migliori romanzi di Javier Cercas – si pensi a ‘Soldati di Salamina’, che in qualche modo ha avviato il filone, oggi florido nella letteratura e nel cinema spagnoli, che fonde genealogia privata e collettiva degli anni della Guerra Civile – ‘La bola negra’ prende piede dall’omonima opera incompiuta che Federico Garcia Lorca stava scrivendo nel 1936, quando fu assassinato dai falangisti. Il thriller storico-letterario riesce in parte, anche per via di troppe lungaggini – ennesimo caso in questa edizione del Festival – che dilatano la durata a due ore e mezza, ma il film ha una strana e contagiosa malinconia e un bel senso di verità e intensità nelle relazioni tra i personaggi.

Chiudono le danze ‘Histoires de la nuit’ di Léa Mysius, con una eburnea Monica Bellucci, scombinatissimo thriller francese che impiastra con gli ingredienti di ‘A history of violence’, e ‘Das geträumte Abenteuer’, melo di confine della regista tedesca Valeska Grisebach, dai buoni spunti messi a mollo nell’ennesimo minutaggio megalomane, che qui sfiora addirittura le 3 ore.

Zvjagincev, Sorogoyen e Na Hong-jin i più quotati per la Palma d’Oro

Tempo dunque di pronostici per la Palma d’Oro 2026 e gli altri premi che verranno assegnati domani sera: il titolo che più spesso ricorre nei sussurri di corridoio e sui social è probabilmente ‘Minotaur’ di Andrei Zvjagincev: prestigio internazionale e urgenza politica (il regista, già Leone d’Oro a Venezia per ‘Il ritorno’ nel 2003 e da un quarto di secolo tra i più importanti cineasti russi, vive attualmente da esule a Parigi), quarti di nobiltà dostoevskiana, un’impalcatura da thriller morale che rende il film più accessibile delle opere precedenti del regista. Nella giuria presieduta da Park Chan-wook potrebbe raccogliere consensi trasversali tra pulsioni cinefile e un gusto più classico. In prima fila anche ‘El ser querido’ di Rodrigo Sorogoyen, splendido ménage metacinematografico tra padre e figlia che ha il solo limite, grazie alla virtuosa padronanza del mezzo cinematografico del regista e alla gigantesca interpretazione di Javier Bardem, di essere facilmente accontentabile coi premi minori, da quello alla miglior regia a quello al miglior attore. Discorso per certi versi simile per ‘Hope’, travolgente e colossale monster movie del coreano Na Hong-jin che esibisce, per lo meno nelle lunghe sequenze iniziale e finale, probabilmente il miglior lavoro di macchina da presa del festival.

Nelle ultime ore è rimbalzato con insistenza anche il titolo di ‘Fatherland’ di Pawel Pawlikowski, granitica litografia faustiana mitteleuropea su Thomas Mann, Goethe e il dopoguerra, girato in bianco e nero e in 4:3. “Film da festival” se ce n’è uno, non necessariamente e non per tutti in senso lusinghiero. Potrebbero rientrare in gioco, soprattutto per il premio alla regia, alcuni dei Venerabili Maestri i cui film in gara non hanno rispettato fino in fondo le aspettative: ‘Amarga Navidad’, ‘Paper Tiger’ e ‘Fjord’ sono film, ciascuno a modo suo, difettosi, afflitti specialmente da qualche problema di scrittura, ma Almodóvar, James Gray e Cristian Mungiu senza dubbio sanno sempre dove mettere la macchina da presa.

Bardem favoritissimo tra gli attori, Exarchopoulos e Seydoux tra le attrici

Favoritissimo per il premio al miglior attore maschile il già citato Javier Bardem, ma occhio al meraviglioso Swann Arlaud, capace di infondere contraddizioni e umanità al grigio travet collaborazionista, sulla carta detestabile, di ‘Notre Salut’. Più indietro Rami Malek, i cui tremori e singhiozzi in ‘The Man I love’ hanno incantato alcuni e infastidito altri per eccesso di istrionismo.

Pare ovvio resti invece in Francia il premio alla migliore attrice, testa a testa tra Adèle Exarchopoulos per ‘Garance’ e Léa Seydoux per ‘L’inconnue’. La prima domina un film più piacevole e riuscito, la seconda ha un ruolo più ambizioso e impegnativo, un po’ imbronciato ma se vogliamo anche più “da premio”, nella malriuscita rodomontata autoriale di Arthur Harari. Circolano anche i nomi di Sandra Hüller di ‘Fatherland’ e Victoria Luengo di ‘El Ser Querido’ (ha anche una parte minore in ‘Amarga Navidad’) ma in un’annata in cui i film in Concorso faticano a rendere onore alla grandeur nazionale, sarebbe strano che alla Francia si negasse il solo riconoscimento a facile portata.

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2026-05-23T07:00:00.0000000Z

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