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Il tramonto della ‘missione 6 stelle’ di Ancelotti

Ha vinto quasi tutto e si è costruito una reputazione di manager eccezionale nello spogliatoio. Ma Carlo Ancelotti lascia il torneo senza aver raggiunto l’obiettivo di regalare al Brasile il sesto titolo iridato. La Norvegia di Erling Haaland (2-1) ha infranto domenica, agli ottavi, il sogno della Seleção di conquistare il suo primo Mondiale dal 2002. Si tratta dell’eliminazione più precoce – da Italia 90 – della squadra guidata un tempo da Pelé, Ronaldo o Garrincha. Ma nonostante questa dura battuta d’arresto, l’ex allenatore di Real Madrid e Milan – che a maggio ha prolungato il suo contratto fino al 2030 – vuole rimanere al timone. «Non credo sia la fine, è l’inizio di un nuovo ciclo», ha detto dopo il match. «Dobbiamo continuare a lavorare». Per riconquistare il proprio posto tra le grandi nazioni, l’arrivo del coach italiano nel 2024 sembrava la strada più sicura. Ma Carletto, 67 anni, non è riuscito a trasferire ai giocatori quell’aura che gli ha permesso di vincere da allenatore ben 5 Champions League e i titoli nazionali dei 5 maggiori campionati. La Confederazione calcistica brasiliana (Cbf) aveva puntato in alto affidando a uno straniero le redini di uno dei più grandi simboli nazionali. L’istituzione stava attraversando un periodo di turbolenze sia ai vertici sia in panchina, con 3 Ct che si erano succeduti dopo il fallimento a Qatar 2022. Il suo nome, tuttavia, si è imposto quasi senza contestazioni. E lui, tanto carismatico quanto pragmatico, ha prolungato al massimo la luna di miele col pubblico brasiliano, notoriamente esigente. «È una scelta magnifica – dichiarò Ronaldo al suo arrivo –. La Seleçao deve avere i migliori, e oggi in Brasile non c’è nessuno come lui».

Il suo inserimento è stato facilitato dagli ottimi rapporti – ai tempi del Real – con Vinícius Jr e Rodrygo, ma anche da alcune leggende come Ronaldo e Cafu, che aveva allenato al Milan. Ancelotti, noto per la sua ‘leadership tranquilla’, ha messo in pratica in Brasile il suo mantra: «Conquistare le menti, i cuori e le vittorie». Anche se, circa l’ultimo punto, il bilancio va relativizzato. Dal suo arrivo, l’italiano si è immerso nella cultura brasiliana: ha assistito al Carnevale di Rio ed è apparso in spot pubblicitari per marchi di birra. Se la cava in portoghese – in realtà, un ‘portugnol’ condito di italiano –, si è trasferito a Rio e canta l’inno nazionale come un vero brasiliano.

Carlo ha instaurato un rapporto stretto coi giocatori e ha qualificato la Canarinha per il torneo nordamericano, ma con un calcio molto criticato e una squadra in crisi di fiducia. La Nazionale ha mostrato più ombre che luci nella maggior parte delle 17 partite (10 vittorie, 3 pareggi, 4 sconfitte) che ha giocato fino a domenica. I cinque volte iridati hanno schiacciato gli avversari più deboli (3-0 ad Haiti e Scozia), ma hanno faticato contro i più agguerriti (1-1 col Marocco, 2-1 col Giappone). E nella sconfitta contro la Norvegia, il Brasile ha mostrato le lacune di una difesa fragile e priva dei terzini incisivi di un tempo, di un centrocampo la cui creatività si basava troppo su Bruno Guimaraes, e di un attacco penalizzato dall’assenza di un vero goleador.

La sconfitta a East Rutherford segna anche il quasi addio alla Nazionale dell’unica stella che la terra del ‘jogo bonito’ abbia conosciuto negli ultimi decenni: Neymar. Con una decisione che ha diviso l’opinione pubblica, Carletto lo ha convocato nonostante i ricorrenti problemi fisici. ‘Ney’, 34 anni, è entrato in campo solo due volte, sempre nel secondo tempo. Sarà quindi compito di Vinicius ed Endrick raddrizzare la rotta, un gruppo criticato perché non avrebbe la stessa qualità dei talenti di un tempo. «È evidente che a centrocampo dobbiamo spostare alcuni giocatori, abbiamo bisogno di giovani talenti», ha concluso Ancelotti.

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