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In Mostra tra autori e un pulviscolo di star

Tappeto rosso con poca Hollywood, ma ci sono Nanni Moretti, Werner Herzog, un documentario su Elon Musk e le polemiche sul russo ‘Dau’

Di Stefano Piri

Negli ultimi anni si è spesso osservato, con sprezzo o ammirazione a seconda del pulpito, che la Mostra del cinema di Venezia era diventata una sorta di anticamera balneare degli Oscar. I divi arrivavano al Lido in motoscafo, sorridevano per mezza giornata ai fotografi e ai guardoni sudati assiepati sulle transenne del red carpet, e se ne tornavano in California con una sfumatura esotica nella palette della tintarella e un gruzzolo non precisamente quantificabile, ma ritenuto per generale consenso significativo, nell’inafferrabile borsino della corsa alle statuette. L’anno scorso tra critici e curiosi era gettonatissimo lo sport dell’avvistamento alla troupe di Seth Rogen, al Lido per immortalare nella seconda stagione della sua satira bonacciona e molto meta, ‘The Studio’, la fiera delle vanità hollywoodiane in trasferta adriatica. Gli episodi usciranno su Apple TV+ la prossima primavera, rischiando di aver già perso di attualità. Del firmamento dei grandi studios hollywoodiani, a Venezia 83, c’è giusto il pulviscolo.

L’ormai eterno direttore Alberto Barbera – discusso fino a qualche anno fa venerato come Elvis Presley da quando serpeggia la paura che il governo lo rimpiazzi con Luca Barbareschi o, perché no, il Gabibbo – ha detto che non è colpa di Venezia se il cinema americano è in crisi, e che se quest’anno mancano le star d’oltreoceano vorrà dire che torneranno l’anno prossimo. Si ha invece la sensazione che Hollywood, proverbialmente umorale, abbia sbollito la cotta per i festival europei. Colpa di Paul Thomas Anderson, si è detto, che l’anno scorso ha disertato con ‘Una battaglia dopo l’altra’ sbancando prima il botteghino e poi l’Academy, fatto sta che quest’anno si sperava come minimo nel film di Iñárritu con Tom Cruise, nel seguito di ‘The Social Network’ scritto da Aaron Sorkin e nello spin-off di ‘C’era una volta a... Hollywood’ diretto da David Fincher, e al Lido non c’è nessuno dei tre.

Retrospettiva del futuro

Non che a Venezia 83 manchino i nomi di richiamo, sebbene non di primissimo pelo, tanto che il programma dei prossimi dieci giorni può sembrare una retrospettiva venuta dal prossimo futuro. A proposito di fiera delle vanità, fa notizia il grande ritorno di Nanni Moretti, che dopo quasi quarant’anni si è deciso a perdonare Venezia per lo sgarbo di ‘Palombella Rossa’ messo fuori concorso nel 1989, ma soprattutto non è riuscito a finire il film (‘Succederà questa notte’, tratto da Eshkol Nevo come il poco riuscito ‘Tre Piani’) in tempo per Cannes. Doveva essere a Cannes anche ‘Bucking Fastard’, ritorno al cinema di finzione di Werner Herzog sette anni dopo ‘Family Romance, LLC’, ma il quasi ottantaquattrenne regista tedesco lo ha ritirato quando in Croisette gli è stato rifiutato il Concorso, e proposta invece una proiezione speciale (i grandi cineasti sono spesso persone un po’ suscettibili). Il film è ispirato alla storia vera di due gemelle inglesi talmente inseparabili da parlare all’unisono, innamorarsi dello stesso uomo e condividere perfino i lapsus. A interpretarle sono Rooney e Kate Mara, sorelle ma non gemelle, con Orlando Bloom e Domhnall Gleeson nei paraggi. Lo spunto teratologico fa pensare all’Herzog degli anni d’oro, ai suoi grandi film sull’anomalo come ‘L’enigma di Kaspar Hauser’ o ‘Woyzeck’, ma va anche detto che all’Herzog degli anni d’oro difficilmente sarebbe stato negato il concorso a Cannes. Si vedrà.

Il giornalismo in sala

Sarà un festival molto infodemico: l’autopsia del sistema mediatico comincia subito con ‘Ink’ di Danny Boyle, con Jack O’Connell alle soglie della consacrazione, tratto da una pièce teatrale sulle origini del ‘The Sun’ e del giornalismo da tabloid. Prosegue con ‘Primetime’, esordio alla finzione del documentarista Lance Oppenheim, in cui Robert Pattinson fa il sinistro giustiziere televisivo si direbbe un po’ alla Jake Gyllenhaal in ‘Nightcrawler’, nello specifico interpretando Chris Hansen, il conduttore di ‘To Catch a Predator’, reality di una ventina di anni fa in cui presunti molestatori venivano attirati in una casa da adolescenti immaginari e poi affrontati davanti alle telecamere (il vero Hansen intanto, non è chiaro se con intenti promozionali, minaccia azioni legali). E culmina in ‘Musk’, documentario sul fondatore di Tesla e SpaceX della durata di quattro ore (un tempo in cui, a seconda delle stime, Musk guadagna tra i 30 e i 90 milioni di dollari).

Assai presente in spirito Bernardo Bertolucci: Guadagnino gli dedica un documentario di sette ore, ‘Joie de vivre’, mentre Andrea Pallaoro ha realizzato e porta in Concorso la sua ultima sceneggiatura, ‘The Echo Chamber’. Ben cinque gli italiani in Concorso: oltre a Moretti e Pallaoro, Marco Bechis con ‘Ritorno a Buenos Aires’, Edoardo De Angelis con ‘Il fuoco che ti porti dentro’ (non il solo film tratto da un romanzo italiano di successo: in altre sezioni ci sono ‘La città dei vivi’ e ‘La ragazza con la Leica’), Paolo Strippoli con ‘L’estranea’. Molto attesi dall’Asia il giapponese Kore’eda, che ormai fa un film a festival e qui porta ‘Look Back’, tratto da un manga, e soprattutto il coreano Lee Chang-dong, che torna con ‘Possible Love’ 8 anni dopo il cult ‘Burning’. Attesissima anche l’escursione in lingua inglese di Shinya Tsukamoto, guru del body horror e del cyberpunk dai tempi di ‘Tetsuo’, con ‘Mr. Nelson, Did You Kill People?’ Così come ‘Wild Horse Nine’ di Martin McDonagh, che dopo ‘In Bruges’ e ‘Gli spiriti dell’isola’ propone un’altra variazione sul tema dei buddies, stavolta due agenti della Cia (John Malkovich e Sam Rockwell, ma nel cast c’è anche Steve Buscemi) inviati in Cile poco prima del golpe del 1973. Habitué del Lido anche il francese Florian Zeller che torna con ‘Bunker’, in cui Javier Bardem e Penélope Cruz si costruiscono, appunto, un rifugio antiatomico.

Polemiche e consolazioni

Prima polemica di quest’anno: ‘DAU’, una sorta di doppio di ‘Oppenheimer’ ispirato alle vite dei fisici sovietici che inventarono la bomba atomica, ha un regista russo e dunque sarebbe un film di propaganda. Passaggio logico non necessariamente peregrino, che però sarebbe divertente provare ad applicare a tutti. Storia più seria, e assai più brutta, quella delle registe donne: solo con l’aggiunta in corsa di ‘Naza’, documentario sui meccanismi con cui l’intelligence israeliana calcola le vittime civili a Gaza – peraltro codiretto da un uomo Yuval Abraham, e una donna, Rachel Szor – sono diventate due su ventuno film totali. Barbera, anche qui, ha detto che non è colpa di Venezia ma dell’industria se alle donne vengono fatti fare pochi film. Può darsi che abbia ragione ma, nel caso, non è una gran consolazione.

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