Il racconto di come l’oro inizia a brillare
Per i 65 anni della Valcambi il m.a.x. museo ha esplorato gli archivi della raffineria costruendo un percorso, dalle prime certificazioni a macchinari e stampi
Di Ivo Silvestro
L’oro, per la maggior parte delle persone, è il bracciale, magari arrivato in eredità da qualche parente, è la fede nuziale, per chi ha deciso di sposarsi; per alcuni è la placchetta tenuta nella cassetta di sicurezza e per tutti è la refurtiva d’eccellenza dei film d’azione, in cui peraltro maneggiano con irrealistica disinvoltura i lingotti da 400 once, che pesano poco più di dodici chili. Sempre dal cinema conosciamo le miniere d’oro: quella che ha arricchito Charles Foster Kane in ‘Quarto potere’, quella della ‘Febbre dell’oro’ di Chaplin, o quelle che vediamo nel documentario dello svizzero Daniel Schweizer ‘Dirty Gold War’ sulle conseguenze ambientali e sociali di certe pratiche di estrazione.
Come da una miniera si arrivi a quel brillante blocco di metallo a forma di tronco di piramide non fa parte dell’immaginario collettivo, ma è al centro di ‘Aurum. Dal fuoco alla forma’, l’esposizione che il m.a.x. museo di Chiasso ha realizzato allo Spazio Officina in occasione dei 65 anni della Valcambi Sa. La raffineria di Balerna ha messo a disposizione i propri archivi, che Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del museo, e Graziella Brolpito hanno trasformato in un percorso in sette tappe. La mostra sarà inaugurata oggi alle 17.30 e rimarrà aperta fino al 29 novembre.
Una storia più grande
È il racconto di una singola, specifica realtà, nata a Chiasso in Corso San Gottardo e poi trasferitasi a Balerna, dove tuttora si trova, e che negli anni ha avuto diversi cambi di proprietà, fino al 2017 con il gruppo indiano Rajesh Exports. Ma è un racconto che porta una storia più grande. Quella della raffinazione dell’oro, del passaggio dal minerale grezzo in pietre con uno strano luccichio a lingotti e medaglie. E quella dell’evoluzione della tecnica e dell’economia dagli anni Sessanta a oggi.
La mostra si apre con la storia della Valcambi, raccontata attraverso documenti d’epoca, dalle prime certificazioni ottenute al progetto della “nuova” sede di Balerna fino a schemi e organigrammi realizzati su carta millimetrata. Si passa poi alla materia prima, iniziando dalle pietre grezze e da alcune fotografie realizzate da Adriano Heitmann per i cinquant’anni dell’azienda. Si vede quanto è cambiato il modo di lavorare: ci sono le bilance a bilanciere con i loro pesi, un primo esemplare di bilancia elettronica, le coppelle di magnesite, che sono piccoli recipienti porosi usati per saggiare l’oro.
Le forme dell’oro
Il centro del percorso mostra la trasformazione dell’oro. Troviamo un vecchio forno termoelettrico in grado di superare i mille gradi e un crogiolo che porta ancora tracce d’oro. C’è poi una macchina per l’affinaggio, che avviene per via elettrolitica. Si prosegue con la lavorazione meccanica: il laminatoio, la tranciatura, la pulizia.
Dagli archivi, ha spiegato Graziella Brolpito, «sono riemersi strumenti, attrezzi, impianti ormai storici e tecnologicamente superati». Oggi, ha aggiunto, al rigore della chimica e della metallurgia si sono affiancati il digitale e perfino l’intelligenza artificiale. Il pantografo è il passaggio che meglio fa capire la distanza tra allora e adesso, anche perché un filmato lo mostra al lavoro: serve a ridurre un disegno ideato in grandi dimensioni alla misura di una medaglia, senza perdere i particolari. Intorno ci sono matrici, stampi, gessi e resine, e le forme dei lingotti con le variazioni del logo dagli anni Sessanta a oggi. Oggi quel lavoro è realizzato in digitale e quel filmato servirà anche a documentare una competenza che andrà persa.
È anche la parte in cui l’oro, come dice il titolo di una delle sezioni, incontra l’arte: nella sala dedicata alle monete e alle medaglie ci sono, provenienti dalla collezione del m.a.x. museo, due incisioni di Hans Erni, uno degli artisti svizzeri che hanno disegnato per la Valcambi.
La storia a fumetti
Ad accompagnare la mostra, al posto del tradizionale catalogo, troviamo un volumetto di 64 pagine con la storia a fumetti di un lingotto disegnata da Valeria Vitale. La volontà è quella di raggiungere un pubblico più ampio e trasversale, che comprenda giovani e studenti. Gli alunni che partecipano a una visita guidata o a un laboratorio ricevono il volume in omaggio.
Qual è il ruolo del museo in questo racconto della Valcambi Sa? Come ha spiegato Nicoletta Ossanna Cavadini, si tratta di custodire una storia industriale che altrimenti resterebbe privata. Gli archivi d’impresa sono un tema sempre più contemporaneo, perché «nell’arco di 50-60 anni si può perdere la memoria» di come si produceva, e tocca anche a un’istituzione culturale conservare quei passaggi, esporli e discuterli. L’allestimento è stato un lavoro condiviso: i testi dei pannelli sono stati verificati dai vari settori di Valcambi e hanno collaborato anche gli operai dell’azienda, che rispondevano alle domande del museo e collocavano gli oggetti. Certo rimane un racconto parziale, con un semplice accenno alle certificazioni per garantire che l’oro non arrivi da fonti sospette e sia stato estratto nel rispetto delle norme ambientali.
Una storia poco visibile
La storia della Valcambi è la storia di Chiasso e del Mendrisiotto, come ha ricordato in conferenza stampa il sindaco Bruno Arrigoni. Quando ha cominciato a lavorare, negli anni Ottanta, le tre grandi banche cittadine avevano ciascuna una società dell’oro di riferimento: il Credito Svizzero con Valcambi, l’Unione di banche svizzere con Argor, allora ancora a Chiasso, mentre la Società di banca svizzera si rivolgeva a un gruppo Oltregottardo. Un’attività volutamente poco visibile, e la mostra è pensata anche per chi ne ha sentito parlare senza conoscerla.
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