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E adesso Berlino aspetta gli Orsi

dall’inviato Ugo Brusaporco

Ultimi film in Concorso in questa Berlinale segnata dal freddo e dalla neve. Di sera la spettrale desolazione di Potsdamer Platz, dove si svolge la parte ufficiale della manifestazione, abbandonata da tutti, e la vita si sposta nella vecchia Berlino Ovest, dove sono tornati in molti dopo il predominio a est della vita notturna. Di là resta il turismo, di qua sono rinate le osterie e spesso la musica, in un clima tutto berlinese.

I due film in Concorso vengono entrambi dagli Stati Uniti e sono firmati al femminile. Si tratta di ‘Josephine’ di Beth de Araújo e di ‘Yo’ (Love is a Rebellious Bird) di Anna Fitch. Il titolo del primo rimanda direttamente al personaggio centrale del film, Josephine (una brava Mason Reeves), una bambina di otto anni costretta dal padre (un attento Channing Tatum) e dalla madre (una interessante Gemma Chan) a un continuo esercizio fisico. Succede che durante una corsa mattutina in un bosco, figlia e padre prendano due sentieri diversi, e che Josephine si trovi a essere testimone di uno stupro. Lo stupratore si accorge di lei e cerca di raggiungerla, ma provvidenziale interviene il padre della bambina che, essendo un poliziotto, comincia un inseguimento al criminale. Arrestato l’uomo, portata in ospedale la donna violentata, tutti sembrano dimenticarsi del profondo trauma della bambina. Lei si chiude in se stessa e nella sua mente si insinua l’ombra dello stupratore. I genitori non riescono a capire, la polizia che indaga neppure. Josephine ora è una testimone, non più una bambina di otto anni... La regia è povera di idee, purtroppo, e tocca agli attori gestire la scena.

Arte senza emozioni

A chiudere questo concorso 2026 è ‘Yo’ (Love is a Rebellious Bird) di Anna Fitch, un docufilm, ma soprattutto un lavoro che mescola alla videoarte un iperrealismo capace di colpire ma non di emozionare. La storia nasce da un incontro tra Anna, la regista, e Yolanda Shea che, nata in Svizzera nel 1924, ha vissuto una vera vita indipendente. Quando le due si incontrarono per la prima volta, Yo ha 73 anni e Anna solo 24. Per decenni stringono un legame profondo che sfida la differenza di età ed esperienze.

Il film ripercorre la vita di Yo, soprattutto l’ultimo anno prima della morte, in un affastellamento delle immagini che invece di emozionare annoia per l’incapacità di andare oltre le immagini. Così i 70 minuti del film diventano infiniti, con il problema in più che la regista non riesce a raccontare chi è questa persona e perché dovrebbe interessare al pubblico.

Un’isola ‘svizzera’

Fuori concorso l’unico film battente solitaria la bandiera svizzera: ‘Tristan Forever’ di Tobias Nölle e Loran Bonnardot, un documentario che si è guadagnato il Premio Becce con questa motivazione: “Per le immagini eccezionali che ci trasportano in un luogo lontano da tutto e da tutti. Un luogo di “pace, solidarietà e natura, con i suoi ritmi e suoni”. Tristan da Cunha è l’isola abitata più remota del mondo, nel mezzo dell’Atlantico meridionale. Il film ci racconta di Loran Bonnardot, un medico parigino, che per trent’anni ha visitato l’isola, trovando in quel vulcano che spunta nell’oceano un rifugio spirituale. Ora a cinquant’anni ha deciso di diventare uno dei 230 abitanti dell’isola. Il suo è un viaggio nell’utopia, ben raccontata da una regia attenta ed efficace. Un film davvero importante, un’opera che merita gli applausi.

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2026-02-21T08:00:00.0000000Z

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