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La fine del Terzo Reich in soggettiva canina

Un pastore tedesco come cameraman e Hitler interpretato dal ticinese Nicola Pedrozzi: il corto ‘Blondi’ sta conquistando numerosi festival internazionali

Di Cristina Pinho

A Londra dei passanti hanno chiamato la polizia dopo aver visto uomini in uniforme nazista muoversi in spazi pubblici. Tra loro c’era anche il bellinzonese

Nicola Pedrozzi, impegnato nelle riprese di ‘Blondi’, cortometraggio di 19 minuti in cui interpreta Hitler. L’allerta è nata dal dispositivo alla base del film: una microcamera fissata sulla schiena di un cane e l’assenza di grandi strumentazioni che non rendevano evidente la presenza di una troupe. A filmare tutto è infatti Lexie, giovane pastore tedesco che riveste il ruolo dell’affezionato cane del Führer, dal cui punto di vista viene seguito il declino del Terzo Reich. È questa prospettiva originale a caratterizzare l’opera uscita nel 2025 del regista Jack Salvadori, romano ma da diversi anni di base a Londra, che ha già calcato una quindicina di festival, da quello di Edimburgo al Fantastic Fest negli Stati Uniti, passando dalla longlist dei Bafta. Un percorso ancora in divenire. Nella camera da letto di Hitler, tra gli ufficiali nazisti, sotto i tavoli durante i ricevimenti, fino agli ultimi giorni nel rifugio sotterraneo di Berlino, il film segue le traiettorie del quadrupede. L’effetto è straniante e inizialmente molto ironico, grazie anche alla voce fuori campo che accompagna alcune immagini d’archivio. Voce che racconta, ad esempio, di come dopo la pubblicazione sui giornali di una fotografia di Blondi nel 1942 per rafforzare l’immagine di Hitler amante degli animali, migliaia di tedeschi avessero iniziato a chiamare i propri cani allo stesso modo, provocando caos nei parchi pubblici. Il tono si fa poi più cupo man mano che il film scende nel bunker e si avvicina alla disfatta finale. «All’inizio c’era sicuramente molto black humour – racconta Salvadori –. L’idea che il cane interrompesse i meeting o ricevesse più attenzioni rispetto ai gerarchi aveva una componente comica. Poi scena dopo scena siamo entrati sempre di più dentro quella realtà e quando siamo arrivati alle sequenze finali la vena ironica si era quasi dissolta: restavano la frustrazione, la paura e la disperazione dei personaggi».

L’umanità del malvagio che fa paura

Dietro la trovata di raccontare il Terzo Reich attraverso gli occhi del cane di Hitler c’è soprattutto la volontà di interrogarsi sulla natura umana, dichiara Salvadori: «La storia di Blondi nasce dal tentativo di approcciare un argomento molto noto da un’altra prospettiva. Io ho un cane e quando mi capita una pessima giornata lui riesce sempre a farmi stare meglio. Mi sono chiesto: se funziona con me, poteva funzionare anche con Hitler? Volevo approfondire questa relazione assurda tra una figura malvagia e un animale innocente. È facile pensare ai dittatori come a esseri venuti da un altro pianeta. Ma in realtà sono persone come noi, come i nostri vicini. Ed è questo che fa ancora più paura». L’esperienza sul set ha avuto un impatto inatteso sul modo in cui Pedrozzi ha affrontato il personaggio principale. «Nella relazione col cane ho attinto alla mia umanità, mentre lo spirito di gruppo che si è creato con i gerarchi nazisti mi ha sorpreso e quasi un po’ spaventato – racconta l’attore ticinese –. A forza di stare insieme in uniforme, uno inizia a sentirsi parte di una tribù, una sensazione non spiacevole». Pedrozzi sottolinea come questa dinamica collettiva abbia reso tutto progressivamente più destabilizzante: «Pensando a chi rappresentavo, mi sono reso conto di quanto sia facile “giustificare” cose anche terribili quando si è abbastanza numerosi a condividere le stesse idee». Trovare l’attore giusto per incarnare il Führer è stata una delle sfide principali del progetto. «In Inghilterra tutti volevano interpretare Hitler, probabilmente perché il ruolo del cattivo per antonomasia “fa curriculum” – commenta Salvadori –. Ma io cercavo un attore che parlasse davvero tedesco, per mantenere il più possibile il senso di realismo». In Germania, però, gli interpreti sono restii ad assumere quel ruolo. La svolta arriva con Pedrozzi, che lavora da anni tra Svizzera, Italia e Regno Unito e ha alle spalle un percorso di teatro, cinema e produzioni televisive. «Senza Nicola non avrei realizzato questo film, è stato magistrale».

Chi piange disperato e chi dal ridere

La scelta radicale di affidare la macchina da presa a un cane ha cambiato completamente il classico lavoro del regista e di tutta la troupe. «Volevo prima di tutto sorprendere me stesso, rinunciare al controllo», spiega Salvadori. «All’“azione!” di Jack il cane partiva, ma noi non eravamo mai certi di cosa avrebbe fatto, di quando e di quanto tempo ci avrebbe inquadrati, e in che modo – osserva Pedrozzi –. Bisognava restare nel personaggio tenendo presenti i movimenti di Blondi, senza guardarlo direttamente». Addirittura alcuni attori coinvolti nel progetto non compaiono nel montaggio finale proprio per l’aleatorietà delle riprese. Il film è stato realizzato con pochi mezzi: «Abbiamo provato a ottenere finanziamenti dal public funding in Gran Bretagna, ma non c’è stato verso», rileva Salvadori. Così la troupe si è arrangiata con l’aiuto di amici, spazi pubblici e permessi limitati. «Dicevamo che si trattava di un piccolo cortometraggio studentesco, senza specificare che compariva Hitler in un hotel o nella biblioteca pubblica di Londra», ammette il regista. Tra gli aneddoti legati alle condizioni di lavoro, Pedrozzi ricorda che i bagni del bunker non erano agibili e quindi venivano sfruttati quelli di un ristorante vicino: «Dovevo nascondere i baffetti con la mano per non attirare l’attenzione dei clienti». Solo in seguito, con i primi festival e riconoscimenti internazionali, è arrivato anche l’interesse da parte delle istituzioni.

La natura sfaccettata di ‘Blondi’ sta producendo reazioni molto diverse tra pubblico e rassegne cinematografiche, una varietà che il regista considera uno degli aspetti più interessanti del percorso del film: «In Texas c’era gente che alla fine piangeva disperata, a Londra chi invece piangeva dalle risate. Alcuni festival hanno inserito il corto nelle sezioni comedy, altri tra i film drammatici o sperimentali. Ognuno ci vede qualcosa di diverso». Sull’onda del successo, il corto, uscito un anno e mezzo fa, continua il suo viaggio internazionale: «Giusto pochi giorni fa è stato selezionato per un festival in Croazia, attestando che ‘Blondi’ è ancora un film vivo», considera il regista, che guarda con grande interesse anche alle nostre latitudini: «Sarei davvero felice di presentarlo in Svizzera e in Ticino insieme a Nicola».

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2026-05-30T07:00:00.0000000Z

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