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Un volontario del pensiero critico

Il poeta e docente Fabio Pusterla rende omaggio all’amico Fabio Camponovo, cofondatore del Movimento della scuola, scomparso nei giorni scorsi

di Fabio Pusterla

Anche se avevo già conosciuto Fabio Camponovo, ma da lontano, negli effervescenti anni liceali tra il 1973 e il 1976, il vero incontro e l’inizio di una lunghissima amicizia presero avvio presso la Scuola Cantonale di Commercio a Bellinzona, dove Fabio arrivò nel 1984, in un momento in cui quella scuola viveva un profondo rinnovamento e vantava un gruppo di insegnanti di italiano particolarmente vivace e stimolante. Insieme a Daniele Christen, io ero il più giovane; ma quando Fabio arrivò, con alle spalle già alcuni anni di insegnamento a Ginevra, risultava lui l’ultimo della graduatoria, perché un cavillo burocratico non gli riconosceva l’esperienza didattica ginevrina. Era un periodo in cui il precariato toccava molti di noi, e poteva protrarsi (e di fatto per noi fu così) per un intero decennio; sicché, temendo che mancassero delle ore, scrivemmo una lettera al Dipartimento della Pubblica Educazione (oggi DECS) dichiarandoci disposti a ridurre tutti e tre il nostro orario per salvare il posto di Fabio. La risposta fu glaciale e manco a dirlo burocratica: il datore di lavoro non aveva l’obbligo di considerare la nostra proposta.

Eravamo tutti molto giovani, e forse anche ingenui; ma quella risposta fu la prima manifestazione di un potere burocratico-amministrativo particolarmente miope; il potere rispetto al quale Fabio iniziò subito a esercitare le sue straordinarie capacità di riflessione e di critica.

Insieme ad altri amici e colleghi, come Patrizia Candolfi, Danilo Baratti e Michele Dell’Ambrogio, inventammo una specie di inserto culturale periodico, intitolato ‘Rosso di Sera’, che appariva tre o quattro volte l’anno tra le pagine di ‘Rosso’, l’organo informativo della Lega marxista rivoluzionaria, ma che risultava del tutto autonomo e indipendente; ‘Rosso di Sera’ si occupò, lungo i suoi numeri, della condizione degli apprendisti, dell’esercito e dell’antimilitarismo (erano gli anni della gloriosa iniziativa contro l’esercito, oggi quasi inimmaginabile nel clima di rinnovato riarmo e di tamburi battenti), della complessa eredità del ’68, delle varie declinazioni del concetto di “comunismo”, e forse d’altro ancora. Periodo di frequenti riunioni, politiche e sindacali, con Fabio sempre attivissimo, preciso, mordace; e di interminabili discussioni sulla scuola, sul suo significato, sulla necessità di un costante rinnovamento, pratico e ideale.

Contro i protocolli

Non si trattava, per Fabio, di opporsi soltanto all’immobilismo un po’ ottuso della burocrazia dipartimentale; bensì, e soprattutto, di risollevare costantemente la riflessione critica, il pensiero critico. Anche la scuola, come tutti i sistemi sociali complessi, tende infatti a irrigidirsi, a trasformare gli slanci ideali che l’hanno originata in procedure abitudinarie, protocolli e normative che ingabbiano e ammutoliscono quegli slanci (e che piacciono sempre molto ai politici di turno, in cerca di soluzioni precise e ricette spendibili). Questo era, e sarebbe costantemente stato, il principale bersaglio polemico di Fabio Camponovo, che gli opponeva instancabilmente la forza della sua analisi e della sua riflessione. Fu lui tra i primi a sostenere l’urgenza di una formazione degli insegnanti, e a collaborare alla sua prima realizzazione in Ticino (e nel frattempo aveva anche iniziato a lavorare presso l’Università di Friburgo, appunto come formatore); ma fu anche tra i primi a denunciare le storture di un sistema formativo presto incancrenitosi in una sola prospettiva pedagogica e sempre più distante dalla concreta pratica dell’insegnamento. Fabio era una voce scomoda: lo era a livello pubblico, dove la sua capacità critica gli costò molto spesso una forma di isolamento; e poteva esserlo anche nel dialogo con gli amici, a cui non risparmiava mai osservazioni e battute pungenti, mettendo in luce ogni cedimento, ogni compromesso. Ma proprio per questo il suo modo di essere e di pensare era così prezioso: faticosamente prezioso, se ogni volta imponeva di rimettersi in discussione, di dubitare, di riconoscere gli errori; e beneficamente prezioso, per le stesse ragioni. Impossibile adesso ripercorrere le molte cose attraversate insieme, pubbliche e private; la nascita dei figli (per lui, l’amatissima Lena), i viaggi, le serate, le gioie condivise, le inevitabili difficoltà, e molto più avanti l’insorgere della malattia.

Una ventina di anni fa, poco dopo la votazione sui finanziamenti alla scuola privata e in un periodo di ennesimi tagli e risparmi sulla scuola pubblica, Fabio fondò il “Movimento della scuola”, un’associazione magistrale del tutto indipendente, non legata a partiti o a sindacati, che da quel momento giocò un ruolo significativo nei dibattiti sulla scuola ticinese. Vale la pena riflettere sul nome scelto per quell’associazione, perché si tratta di una denominazione plurisensa e molto vicina alla sensibilità di Fabio Camponovo, come sa chi lo ha conosciuto e come si può verificare leggendo lo splendido volume ‘Il mestiere dell’insegnante’, curato da Matteo Ferrari e Joël Vaucher-de-la-Croix, due giovani colleghi che Fabio aveva formato, e pubblicato da Casagrande nel 2024. Prima di tutto, l’idea di movimento suggerisce la ferma opposizione a ciò che rimane immobile: la scuola è, deve essere in costante movimento, e questo movimento non può che nascere dal basso della concreta esperienza professionale, dal dialogo con gli studenti, dalla riflessione sulla fatica quotidiana, dalla diffidenza rispetto a ciò che viene calato dall’alto. Per questo è un movimento della scuola: che le appartiene e che la caratterizza (e, rovesciando il discorso: una scuola immobile sarebbe una scuola atrofizzata, già morta). Ma la parola “movimento” mette radici anche nella temperie culturale e politica in cui Fabio, come chi ne scrive ora, si era formato: il movimento studentesco, quello operaio, il movimento pacifista, il femminismo, cioè le esperienze che a partire dal ’68 (e per noi più giovani dal decennio successivo) avrebbero tanto influenzato la storia recente, senza volersi però mai definire esattamente in una forma rigida: in un partito politico o in un sindacato. Sto qui riprendendo un bel libro di Marco Revelli, apparso verso la fine del secolo scorso, che si intitola ‘Oltre il Novecento’ (Einaudi, 2001) e che mi aveva colpito molto; credo di averne discusso a lungo proprio con Fabio. Revelli in quell’opera rifletteva su una figura politica che è stata caratteristica del XX secolo, quella del “militante”. Il militante era tale perché militava e si riconosceva in una struttura ben definita, il partito; ma la crisi dei partiti, evidente verso la fine del secolo, ne imponeva un ripensamento. E Revelli suggeriva un’altra figura, quella del “volontario”: che non si identifica in una fazione esattamente definibile, ma che si impegna liberamente e partecipa appunto a un movimento.

L’importanza di non tacere

Forse Fabio Camponovo è stato un esempio fulgido di volontario del pensiero critico; come ogni volontario, anche lui sapeva benissimo di non poter contare su sponde o protezioni politiche, di non poter partecipare ai consueti giochetti di spartizione del potere, di non poter avere una particolare visibilità ufficiale. Ma sapeva anche che, proprio per questo, poteva godere di una eccezionale libertà di pensiero e di critica: libero da preoccupazioni elettorali e strategiche, alieno da qualsiasi tornaconto personale, poteva esercitare il suo diritto di parola, e invitare chi gli era vicino a fare altrettanto.

È questo, forse, il suo insegnamento più grande e più commovente, l’eco della sua voce e della sua opera che non smetterà di risuonare in noi. La notizia della sua morte (e il giorno prima quella di un altro giovane amico molto caro) mi ha raggiunto a Milano, dove trascorrevo alcuni giorni nei quartieri attorno a Porta Garibaldi. La sera, sullo sfondo delle case e dei palazzi ottocenteschi della vecchia Milano, si staglia il massiccio modernissimo dei grattacieli che circondano Piazza Gae Aulenti: guglie di banche potentissime, di aziende multinazionali, di concrezioni politico-finanziarie. Lì il potere si raggruma nella sua immagine più trionfale; e di fronte a quell’immagine, così pensavo, che vale la scomparsa di un amico fraterno? E cosa possono, i nostri poveri sforzi, davanti all’evidenza di quella potenza smisurata e inaccessibile che ci domina? E invece Fabio ci ha insegnato, soprattutto nei lunghi anni durante i quali ha convissuto eroicamente con la malattia senza tuttavia mai cedere di un millimetro nella sua attività intellettuale, a non disperare, a non arrenderci, a non tacere. Di questo oggi lo ringraziamo: con inevitabile dolore, ma anche con la felicità di essere stati vivi insieme a lui, e con allegria.

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