Tra affettuose feste kitsch e gesti fermi all’antichità
‘Storie’ trasmette ‘American Yodel’: un viaggio negli Usa sulle tracce delle radici svizzere di Mennoniti e Amish, e fra alcune pagine tragiche della nostra storia
di Cristina Pinho
Berne, Indiana. Geneva, Ohio. Zurich, Kansas. Destano perlomeno una certa curiosità questi nomi di città svizzere incastonati nella toponomastica americana. Ancor più quando si viene a sapere che nella primalocalità esiste una festa che «sembra il figlio non desiderato tra il Primo d’agosto e un Festival country», commenta Tristan Miquel, regista di “American Yodel”, spassoso e toccante documentario in onda domani, domenica 18 gennaio alle 20.40 su Rsi La1, all’interno della trasmissione “Storie”. Un percorso che parte dagli Swiss Days della Berna a stelle e strisce e arriva a confrontarsi con elementi caratteristici del nostro Paese declinati in forme sorprendenti come il Pennsylvania Dutch. Dietro queste singolarità culturali, però, si cela una storia complessa e dolorosa. Quella dei Mennoniti e degli Amish, rami dell’Anabattismo svizzero, fuggiti dalle persecuzioni che li hanno colpiti tra il XVI e ilXVII secolo. Nati a Zurigo durante la Riforma, gli Anabattisti predicavano il battesimo volontario, la non violenza e una forma radicale di uguaglianza e condivisione dei beni: idee che li resero bersagli vulnerabili durante le guerre di religione e i conflitti europei. Persecuzioni, incarcerazioni e condanne spinsero molte famiglie a lasciare la Svizzera e l’Europa centrale per cercare rifugio nel Nuovo Mondo dove fondarono delle cittadine dando ad alcune di esse dei nomi familiari. «È una pagina tragica della nostra storia piuttosto sconosciuta», evidenzia Miquel.
Filtro di generazioni, cliché e fantasia
Negli Stati Uniti, queste comunità hanno preso strade diverse. I Mennoniti si sono generalmente ben integrati nella società americana, mantenendo un legame simbolico e “sui generis” con le loro origini, ben evidente negli Swiss Days, celebrazione affettuosa e un po’ kitsch della “svizzerità”, dove le tradizioni sono reinventate e mescolate con quelle locali. Tra finti chalet, Miss Svizzera bambine, sfilate con cheerleader, orsi che giocano a basket nella torre dell’orologio e cetriolini-gadget che emettono le tonalità dello Yodel, scaturisce l’immagine di una Svizzera filtrata da generazioni, cliché e immaginazione. Non c’è scherno, ma tenerezza, osserva il regista ginevrino: «Queste comunità celebrano radici che non conoscono più davvero, ma che sentono proprie».
Canti dell’Ausbund e Pennsylvania Dutch
Ben diverso è il rapporto con la Svizzera degli Amish, in primo luogo «perché si pongono fuori dal rapporto con qualsiasi Stato – precisa Miquel –. Vivere separati è stata una scelta di sopravvivenza dopo le persecuzioni subite in Europa. Per loro contano prevalentemente la famiglia e la comunità». Eppure, il legame con la Svizzera persiste in modo viscerale. Lo si trova nei canti dell’“Ausbund”, il libro sacro in caratteri gotici usato da secoli composto da testi che raccontano di martiri anabattisti. Ma anche nel Pennsylvania Dutch, lingua derivata dal dialetto svizzero-tedesco antico, ancora parlato in alcune comunità. Così come nelle tecniche agricole e nei vestiti ideati in Svizzera dal fondatore del movimento Jakob Ammann. Un legame fatto di continuità col passato, benché in molti non sappiano dove si trovi il Paese: «Un giorno uno di loro mi ha chiesto a quanti giorni di cavallo distasse la Svizzera – racconta Miquel –. Quando gli abbiamo spiegato che tra le due nazioni c’è di mezzo un oceano e che quindi il cavallo sarebbe dovuto essere un ottimo nuotatore, è scoppiata una grande risata condivisa». Il documentario mostra anche quanto lo stereotipo degli Amish austeri e “arretrati” sia falso. «Una volta per rompere il ghiaccio abbiamo mostrato loro alcuni video di lotte tra vacche e si sono illuminati. Dicevano: “Ma è fantastico”», ricorda Miquel parlando della loro curiosità e convivialità. Non è nemmeno vero che gli Amish vivono tutti in povertà e rifiutano la tecnologia in toto: «La interrogano, domandandosi di cosa hanno davvero bisogno». Così ad esempio i pannelli solari vanno bene se garantiscono autonomia; e in certi casi pure il telefono, utile per il commercio, masi trova fuori casa e dispone di una segreteria che viene ascoltata in una precisa ora del giorno. «L’idea è che la tecnologia non deve prendersi la vita». Emblematico in questo senso è il fatto che il primo Amish che Miquel riesce a intervistare è una persona che non può parlare senza l’ausilio di un sintetizzatore vocale: «Il computer diventa accettabile se permette a una persona con disabilità di comunicare».
Il rapporto con la disabilità
Uno dei fili più emozionanti del documentario riguarda proprio il tema della disabilità. Il regista entra nel mondo degli Anabattisti affidandosi alla guida di Jacques Légeret, un simpatico scrittore e giornalista svizzero di 84 anni, autore del libro “L’énigme Amish”.
È lui ad accompagnare il regista e la camerawoman Fanny in questa avventura. «Senza Jacques nulla di tutto questo sarebbe stato possibile», sottolinea Miquel. Gli Amish nutrono infatti una forte avversione per le telecamere, le macchine fotografiche, le interviste, ma grazie a Jacques si è instaurata una relazione di fiducia tale che questo tipo di incontro ha potuto avere luogo, non solo perché lo scrittore è uno dei più grandi conoscitori europei di queste comunità, ma perché vi era stato accolto a braccia aperte durante una delle sue prime visite anni prima, realizzata con il figlio David che conviveva con una grave disabilità. «Lì non c’è esclusione – racconta Miquel –. Anzi, le persone con disabilità sono considerate come dei doni speciali di Dio, e i loro genitori dei privilegiati». Il regista mostra però anche un aspetto più controverso della questione, perlomeno ai nostri occhi, ovvero l’alto numero di bambini con disabilità che nascono nelle comunità Amish dovuto alla riproduzione tra cerchie ristrette di persone. Tornando a Jacques, vera figura cardine del film, all’inizio non parla di suo figlio, morto due mesi prima dell’inizio delle riprese. «Non voleva affrontare il tema – rammenta Miquel –. Poi però, pian piano, si è aperto. E come ci ha detto alla fine, per lui questo viaggio è stato quasi provvidenziale, un modo per elaborare il lutto, un’ancora di salvezza». Nella vita reale i due sono rimasti in stretto contatto: «Ci sentiamo spesso, ci vediamo. Abbiamo guardato il documentario insieme a casa sua quando è stato trasmesso dalla Rts – dice Miquel –. Tra noi è nata una relazione autentica, di grande affetto».
Esperienza di trasformazione profonda Philippe Blanc,
Per il produttore di “Storie” “American Yodel” è un esempio perfetto di come un documentario possa combinare informazioni, emozioni e grande umanità. «Anche se insegna molto, non è un film puramente informativo, ma un vero e proprio viaggio narrativo. Si muove tra la storia degli Anabattisti, la scoperta culturale, il rapporto tra la troupe e Jacques e il suo percorso di elaborazione del lutto». Ciò che colpisce è anche il modo in cui vengono trattati temi complessi senza sfociare nel sentimentalismo, conditi con una fresca dose di humour che non travalica mai i confini del rispetto: il dolore e la memoria emergono con naturalezza, così come la relazione che si costruisce tra i protagonisti. «Non c’è retorica, non ci sono forzature, eppure è molto toccante. Si vede che il percorso del film ha trasformato chi l’ha fatto: si è creata fiducia, amicizia e qualcosa di profondo, che resta anche a chi guarda». Insomma, conclude Blanc, «siamo di fronte a una vicenda individuale che diventa universale, a un’esperienza intensa, in risonanza con lo spirito di “Storie”».
CULTURE E SOCIETÀ
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2026-01-17T08:00:00.0000000Z
2026-01-17T08:00:00.0000000Z
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