L’Osi, Urbański e una sorprendente Symphonie
di Davide Fersini
Per convincere il più richiesto ed eseguito compositore francese a prendere sul serio la singolare idea di scrivere un concerto per quartetto d’archi e orchestra, si sono dovute unire tre istituzioni sinfoniche di un certo peso, una compagine cameristica di grande nome e un direttore davvero molto determinato. Quest’ultimo risponde all’appellativo di Krzysztof Urbański ed è al contempo direttore musicale della Berner Symphonieorchester, direttore artistico dell’Orchestra Filarmonica di Varsavia, nonché direttore ospite principale dell’Orchestra della Svizzera italiana, ossia le tre formazioni che hanno commissionato a Guillaume Connesson – il francese di cui sopra – la nuovissima Symphonie des quatre éléments. Ed è proprio nella sede naturale dell’OSI, la Sala Teatro del LAC di Lugano, che lo scorso giovedì si è concluso il tour delle tre prime esecuzioni assolute di questa pagina per molti versi sorprendente.
Poeti
Il titolo, per iniziare. L’omaggio alle cosmogonie antiche rappresenta un programma sinfonico talmente perfetto che viene da chiedersi come mai nessuno ci avesse mai pensato prima. L’acqua, l’aria, la terra e il fuoco – ossia quelle che Empedocle considerava le radici di tutte le cose – sono, infatti, le componenti ideali per definire la più classica scansione della sinfonia, costituita da allegro, scherzo, adagio e finale maestoso. Ognuno di questi elementi viene, peraltro, evocato dal verso di un poeta che dà il titolo al relativo movimento. E così, l’acqua viene descritta attraverso un passaggio tratto dal Gitanjali – L’offerta di canti di Rabindranath Tagore che recita: “Lo stesso flusso di vita che scorre nelle mie vene giorno e notte scorre attraverso il mondo e danza in pulsazioni ritmiche”; per l’aria si ricorre a un’immagine da Le Bateau ivre – Il battello ebbro di Arthur Rimbaud: “E venti ineffabili mi hanno dato per un istante le ali”; più diretto, invece, il riferimento scelto per la terza parte, un epigramma di Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz che afferma: “La terra è la mia tomba”; chiude la sequenza Il richiamo del fuoco, preso a prestito da un libro dell’esoterista francese René-Adolphe Schwaller. Come se ciò non fosse sufficiente a stimolare la fantasia della platea, Connesson associa poi a ciascuno dei suddetti movimenti uno specifico strumento a percussione che ne descrive didascalicamente la natura: un geofono per il primo, un eliofono per il secondo, alcune pietre per il terzo e una lastra metallica per il finale.
Esplosione acustica
Un Vaste programme, insomma, la cui realizzazione richiede all’Osi di espandersi oltre ogni misura, accogliendo, per di più, fra le proprie fila il celebre Quartetto Karol Szymanowski, a cui spetta il compito di dare vita pratica e musicale al simbolismo ideale evocato dal compositore. Il risultato è un’esplosione acustica di energia dinamica in cui i temi si moltiplicano in un gioco di rimandi fra Debussy e João Gilberto, fra Ravel e Lou Bega. La narrazione avanza con slancio sempre più teatrale, avvolgendo il pubblico nell’inebriante stordimento generato dagli effluvi di una vegetazione sonora prepotente e lussureggiante. Il profluvio di applausi che accoglie i roboanti accordi del finale suggella la riuscita dell’esperimento e spiega il successo ormai planetario su cui Connesson ha costruito la propria fama. Inevitabile giunge il bis, omaggio al compositore di cui il quartetto d’archi porta il nome, Karol Szymanowski, appunto: l’affascinante prima parte del Nokturn i Tarantela, op. 28. Dopo l’intervallo, ancora leggermente brilli, rientriamo in sala pronti ad abbracciare senza difese il Beethoven edonistico di Krzysztof Urbański, che finalmente riesce a chiarire per quale ragione, all’apparire della Settima sinfonia, Friedrich Wieck (il padre di Clara Schumann) percepisse nell’opera “la mano d’un ubriaco”. Qui tutto è danza. Una danza sfrenata, spudorata, che dal podio si irradia verso la sala e l’orchestra, trascinandoci a rotta di collo da un movimento all’altro senza quasi respirare. Il plauso convinto di una sala – occorre dirlo – non pienissima chiude la serata. Beethoven omnia vincit!
CULTURE E SOCIETÀ
it-ch
2026-03-28T07:00:00.0000000Z
2026-03-28T07:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281878714911829
Regiopress SA