Una vita senza desideri
In ‘La memoria delle foglie’ (Einaudi), Gianni Solla raccoglie una difficile sfida narrativa, quella di far parlare un protagonista che non sa mai bene cosa dire
Di Enrico Lombardi
È davvero un libro particolare quello che lo scrittore napoletano Gianni Solla ha da poco pubblicato come terza opera stampata da Einaudi. Dopo ‘Tempesta madre’ (2021) e ‘Il ladro di quaderni’ (2023), ecco il romanzo ‘La memoria delle foglie’, un titolo suggestivo e accattivante, che promette una vicenda in cui la parabola umana del protagonista si intreccia con quella delle piante di cui, quasi per caso, comincerà a occuparsi. Una prospettiva certamente particolare, che potrebbe potenzialmente collocare il testo nel quadro di un’attenzione poco sviluppata, in letteratura, per il destino parallelo e comune, fra uomo e natura vegetale.
Alla periferia di Napoli
Nella fattispecie Lorenzo Bauer, vedovo, due figli ormai indipendenti e lontani, licenziato dalla società di consulenza per cui lavorava, nell’ombra e senza entusiasmo, ritrova alla periferia di Napoli una serra semiabbandonata. Era stata, tempo addietro, la serra costruita da suo padre e ora è gestita, con fatica, da un curioso “poeta ingegnere”, Renato Sineris, da tempo in pensione e alle prese con gli acciacchi dell’età. Fra Lorenzo, novello allievo giardiniere, e Renato nasce a poco a poco un rapporto di amicizia, fondato sulla cura delle piante del vivaio, così differenti fra loro, ma con alcune caratteristiche importanti che si riassumono in questo fulmineo dialogo: “Quando tagli, lo stelo resta segnato per sempre. – Ma ricresce, giusto? chiedo. – Resteranno i segni, queste ferite non guariscono mai. Anche le foglie hanno memoria. – Ma da quelle ferite nasce una nuova pianta. – Non fare il filosofo con me, per carità. Tutto quello che devi fare è tagliare nel punto giusto”. La memoria delle piante è quella, dunque, che nel tempo dà loro forma e l’impulso a ricrescere; a Lorenzo, la riscoperta di quel mondo quasi magico, così marginale, alle porte della città, dà una sommessa ma costante spinta a riallacciare i nodi e le ferite della sua anonima esistenza fino a ritrovare un filo sottile e sotterraneo che torna a legarlo ai figli: la ribelle Roberta che diventa mamma di Sara, e Tommy, scrittore alla ricerca di ispirazione.
Arianna
A percorrere la fitta rete di relazioni, spesso mancate, dentro quelle radici famigliari, sta la figura di Arianna, la moglie di Lorenzo, affermata docente universitaria e studiosa del rapporto fra alberi e realtà urbana. Arianna è morta improvvisamente per un infarto, lasciando Lorenzo e i due figli ancora piccoli e riflettere, ciascuno a modo proprio, su una vita passata insieme che non aveva in realtà mai funzionato. Di fatto Lorenzo ha passato anni nell’ombra, senza pretese, senza sapere cosa desiderare, senza mai dichiararsi inadeguato e scontento. La vita l’ha sostanzialmente subìta, come fosse un fatale destino. Ma dentro il contesto del vivaio che con Renato decide di ampliare, Lorenzo trova forse nuova linfa per non vivere soltanto di dolori rimossi o repressi. “Mi guardo nudo allo specchio e vedo che le mie braccia sono diventate nervose e sottili come i rami del tamarisco. La mia cassa toracica assomiglia adesso al corpo del corniolo. I rami che sbucano dal terreno esplodono in filamenti di legno disegnando costole. Le mie dita si protendono come i rametti finali, affusolati e nodosi, del melograno giovane. È il lavoro che mi sta trasformando. Assomiglio alla serra”. E come una foglia d’autunno, o un vecchio ramo rinsecchito, Lorenzo si troverà anche a galleggiare durante le sempre più frequenti lezioni di nuoto che prende da una sua ex-fidanzata, ritrovata casualmente in una piscina pubblica. Tornerà a frequentarla, con cautela e circospezione, nel timore di andare a fondo, non solo nell’acqua. Accanto all’attività in serra, tornerà pure ad accettare un lavoro di consulente, senza entusiasmo, senza che lo desiderasse, ma consapevole di poterlo svolgere in modo diverso, forse nuovo. ‘La memoria delle foglie’ finisce, in fondo, com’è iniziato: Lorenzo resta sé stesso, cresciuto sulle sue ferite, capace però anche di parlare, sottovoce, di felicità. Per il lettore, un romanzo scritto bene, con delicatezza e mestizia; un libro che spiazza, lasciando solo in apparenza una sorta di amaro in bocca: già, perché nelle storie, alla fine, ci si aspetterebbe sempre un evento, una soluzione, una trasformazione, insomma, una classica “conclusione”. Qui no, qui non c’è. Non c’è che il racconto della vita di un uomo qualunque, magari pure “senza qualità”, che non sa cosa ne sarà di lui. E per questo umanissimo.
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