Parodia della scienza, trionfo dell’assurdo
‘La sinagoga degli iconoclasti’, il viaggio letterario di Juan Rodolfo Wilcock nella mente di trentasei visionari che alla realtà hanno preferito la follia
Di Marco Stracquadaini
“Dopo un giorno di viaggio in treno Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Egli aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi la strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta"”. È l’inizio del racconto di Buzzati dal titolo ‘Sette piani’. Quando Giuseppe Corte passerà dal settimo piano al sesto, dove si cura la stessa malattia quando è un po’ aggravata, sappiamo come andrà a finire. E tutto lo stupore sarà nella maestria dello scrittore nel gestire le situazioni ripetute (stupore e timori del malato, parole dei medici): dal sesto al quinto, dal quinto al quarto... Si tratta di uno dei racconti più riusciti e buzzatiani dello scrittore veneto (e milanese), e ci fa intravedere la possibilità della distopia personale. Ma ora il punto è la distopia classica, generale. Di un tale che pensa il futuro migliore, secondo lui, per una comunità intera. In certi casi si resta nella teoria. La città ideale per esempio rivela tranquillamente la sua impossibilità nell’aggettivo. Dovrà incarnarsi o impetrarsi cadendo sotto le sregolatezze del reale. Per arginare tanta anarchia della realtà, i progettisti di città ideali le costrinsero in numeri ricorrenti e perfetti: tre, quattro, sette. Poi, si sa, il sei è due volte tre, l’otto due volte quattro, il nove... Sorsero piccole città che erano fortezze fin nelle intenzioni. Anche le innumerevoli città reali nascevano come fortezze e poi crescevano. Le colonie si fondavano con due vie incrociate e quattro quadrati di tende. Arrivano soldati e formano un accampamento, combattono, vincono e restano a presidiare. Restando soldati ridiventano contadini. Quante città in tutto il mondo sono nate così?
Gli irregolari
C’è una categoria di scrittori, scrittrici, che si potrebbero dire eccentrici e che infatti non si lasciano includere in alcuna categoria. Miglior nome sarebbe irregolari, forse. Hanno fra loro un’aria di famiglia che comporta fra l’altro l’entrare nelle Storie della Letteratura di sbieco o nell’ultimo capitolo. Di questi detti anche Minori si può comporre un’intera biblioteca, in cui verso la fine in ordine alfabetico, alla W, troveremmo Juan Rodolfo Wilcock. Nato in Argentina nel 1919, padre inglese, madre argentina di origine ticinese e italiana. Allievo di Borges – di vent’anni maggiore di lui – e Bioy Casares, si può dire, e lo disse lui stesso. Oltre che allievo, amico intrinseco per uno o due decenni. E Wilcock risulta una specie di Borges impazzito, nei temi e nello stile. Un Borges che deraglia. In una sintassi composta, registra le più grandi assurdità.
La tentazione è di abbozzare una vita breve di Rodolfo Wilcock, nome non meno inverosimile di quelli dei suoi personaggi, al modo in cui lui fece nella ‘Sinagoga degli iconoclasti’. Ma per scriverla ci vorrebbe Wilcock. Quanto alla breve vita di Armando Aprile, che compare nella stessa ‘Sinagoga’, inizia così: “Ebbe la consistenza di un fantasma, Armando Aprile. Nulla è rimasto di lui, fuorché un nome che sembra falso e un indirizzo che non era il suo, su un manifesto che un giorno comparve sulle vie di Roma. Effimero utopista, propose al mondo un ordine, ma il mondo a quanto pare non lo volle”. Jesús Pica Planas invece è un inventore. “L’inventore”, scrive Wilcock, “nel senso moderno del vocabolo, è un’invenzione dell’Ottocento; come quasi tutte le cose dell’Ottocento, raggiunse la perfezione nel Novecento”. L’inventore è un utopista che parte da lontano, dal piccolo? Umile utopista al dettaglio, crede che per procedere verso il meno peggio dei mondi possibili occorra partire dal basso, mattone per mattone, cioè concretamente. Nel caso in cui l’invenzione è sconclusionata, irrealizzabile o futile, l’utopista non è nemmeno questo. Wilcock riporta di Pica Planas una ottantina di invenzioni, fra cui: “Una bicicletta con le ruote leggermente ellittiche per imitare gradevolmente l’andatura del cavallo”; “Una lavatrice a pedale, in seguito superata dalla lavatrice a legna”; “Una scrivania a dodici ripiani disposti a modo di anfiteatro”.
Premessa
Ma il vero grande fenomeno della ‘Sinagoga degli iconoclasti’ è forse Aaron Rosenblum, che merita dall’autore questa premessa: “Gli utopisti non badano a mezzi; pur di rendere felice l’uomo sono pronti a ucciderlo, torturarlo, incinerarlo, esiliarlo, sterilizzarlo, squartarlo, lobotomizzarlo, elettrizzarlo, mandarlo in guerra, bombardarlo, eccetera: dipende dal piano. Conforta pensare che anche senza piano gli uomini sono e saranno sempre pronti a uccidere, torturare...”. Rosenblum era un utopista all’indietro, come ce ne furono altri, un arcadico a modo suo. Decise che l’epoca più felice della storia fu quella di Elisabetta I, e propose di “riportare il mondo al 1580”. Da qui si può andare avanti solo trascrivendo Wilcock – per l’ambizioso progetto di Rosenblum occorreva abolire: "Il carbone, le macchine, i motori... i giornali, gli Stati Uniti, gli aerei, il voto... Newton e la gravitazione, Milton e Dickens, i tacchini, la chirurgia, il Belgio, la dinamite, il weekend, il Seicento, il Settecento, l’Ottocento e il Novecento...” – citazione per citazione fino ad arrivare a quell’altro famoso utopista del Novecento, Adolf Hitler. “In realtà, i due utopisti tendevano per diverse vie verso la stessa meta: assicurare la felicità del genere umano”. Wilcock sul Mondo si firmava come Rodolfo Wilcock e come Matteo Campanari. E l’uno polemizzava con l’altro. Annoiato di recensire opere teatrali reali, inventò un regista, Llorenz Riber (che troviamo nella ‘Sinagoga’), di cui recensì gli spettacoli. Per tornare al suo periodo argentino, era arrivato presto a possedere cinque lingue: tre naturali, spagnolo-argentino, italiano, inglese, e due apprese, francese e tedesco. Si laureò in ingegneria e partecipò alla ricostruzione della ferrovia transandina. Nel 1958, a 39 anni, si trasferì in Italia. Da Roma passò a vivere in un paese del viterbese, povero con molta terra. Fece la parte di Caifa nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini.
CULTURE E SOCIETÀ
it-ch
2026-09-23T07:00:00.0000000Z
2026-09-23T07:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281878715287409
Regiopress SA