Quello che vale la pena dipingere
Tra paesaggi en plein air e opere realizzate in atelier, in mostra al Museo d’arte della Svizzera italiana 109 nuovi oli su tela di Jean-Frédéric Schnyder
Di Ivo Silvestro
«Quello di cui vale la pena occuparsi». E poi, cercando le parole per spiegarsi: «È un lavoro, per me. Ein Arbeit». Jean-Frédéric Schnyder è un uomo di poche parole, ma quei due concetti – mediati dalla moglie Margret Rufener, grafica che ha anche curato il “non catalogo” della mostra – bastano per meglio inquadrare la singolare esposizione ‘La pittura 2024/25’ che si aprirà al Museo d’arte della Svizzera italiana domenica e rimarrà aperta fino al 9 agosto.
La mostra, al secondo piano dell’ala museale del Lac, si apre con uno spazio che è quasi un’installazione.
Contiene i ‘Billige Bilder’, piccoli “quadri economici” che l’ottantenne artista basilese ha realizzato a partire dal 2000. Le 162 tele di piccolo formato sono disposte da pavimento a soffitto, senza la millimetrica precisione che di solito governa gli allestimenti museali. «I tecnici erano liberi di mettere chiodi senza prendere le misure», ha spiegato Ludovica Introini, curatrice della mostra insieme a Tobia Bezzola. «Sembravamo quasi in un happening». Un finto caos, però: dietro la libertà apparente c’è un’estetica comunque controllata. A prima vista, questi piccoli rettangoli potrebbero sembrare opere astratte, ma l’origine è più concreta: sono gli stracci con cui Schnyder pulisce i pennelli mentre lavora ad altri dipinti. Ritagliati, incorniciati con passe-partout fatti a mano, sono diventate opere a tutti gli effetti. “Quadri economici”, appunto: di poco costo, di poco valore, almeno nell’intenzione dichiarata.
Dall’arte concettuale alla pittura
Nato a Basilea nel 1945 e residente a Zugo, Schnyder si è inizialmente formato come fotografo, ma ha da subito iniziato a frequentare i circoli artistici più vivaci del periodo. Nel 1969 Harald Szeemann lo invitò a partecipare a ‘When Attitudes Become Form’ alla Kunsthalle di Berna, mostra simbolo dell’epoca. Schnyder era allora vicino all’arte concettuale, dalla quale però ha presto deciso di allontanarsi per sperimentare varie forme. Nel 1971 la decisione di ritirarsi da una mostra per esporre, a Parigi, due piccoli quadretti: è l’inizio della sua avventura nella pittura. Una pittura che ama perché, ha spiegato la curatrice, «si può modellare quasi fosse una scultura: si può scavare, si può spostare», a differenza del disegno, con la sua linea netta e definitiva. Nel 1993 Schnyder partecipò alla Biennale di Venezia, presentando una serie di circa cento vedute di autostrade dipinte nell’arco di un anno, una delle serie di opere raffiguranti soggetti ordinari, ma di cui “vale la pena occuparsi”, con cui si è imposto all’attenzione internazionale. Quell’idea del “vale la pena occuparsi” emerge nello spazio centrale dell’esposizione, dove in ordine cronologico troviamo le 109 opere realizzate nel biennio 2024/25: tutti oli su tela, distribuiti lungo le pareti dello spazio aperto senza divisori del Masi. Troviamo alcuni lavori realizzati in atelier, con una gamma quasi disorientante di stili e soggetti: dal pittorialismo ottocentesco a suggestioni pop e poi arte naïf, astrazione, accenti kitsch. Queste opere inframezzano numerosi paesaggi realizzati en plein air: piccole tele dipinte nell’arco di una sola giornata in luoghi privi di qualsiasi presenza umana: non solo nessuna persona, ma neppure un traliccio, un binario, un palo della luce, o anche solo un albero tagliato dal boscaiolo. Quello di cui vale la pena occuparsi: un paesaggio alpino, un cartello stradale o un biglietto d’auguri abbandonato per strada. Questa giustapposizione di temi e stili, come anche l’idea dei quadri economici che nascono da materiale di scarto, può far pensare a un approccio ironico e distaccato. Non è così: per Schnyder, come detto, l’arte è un lavoro al quale dedicarsi con costanza. I paesaggi en plein air lo dimostrano meglio di qualsiasi dichiarazione. La preparazione per ogni uscita è meticolosa: consultazione delle cartine topografiche, verifica degli orari degli autopostali, uno zaino con abbigliamento tecnico per stare all’aperto tutto il giorno, i pennelli, la tavolozza ridotta, la tela e il cavalletto portatile. Un metodo rigorosamente analogico: niente GPS, niente app meteo, solo orari cartacei e mappe. La gita deve essere diurna: arrivare, dipingere, terminare e tornare in tempo, come una giornata di lavoro qualsiasi.
Il ‘non catalogo’
A chiudere il percorso, nella “punta” del museo, una grande natura morta del 1970. È l’opera programmatica del cambio di rotta di Schnyder verso la pittura: una tela volutamente goffa, con prospettive improbabili e realizzata da Schnyder con colori avanzati dall’amico Franz Gertsch.
È proprio per sottolineare questo approccio che, come accennato, si è deciso di accompagnare alla mostra un “non catalogo”. Non semplici riproduzioni delle opere esposte, ma una sorta di quaderno d’artista curato dalla moglie di Schnyder, la grafica Margret Rufener. Il quaderno segue una sequenza ordinata e cronologica: sulla sinistra le opere in mostra come elenco visivo, alternate a tavole sotto forma di disegni preparatori e alle cosiddette “pagine di ispirazione” – i materiali che hanno portato alla formazione delle opere in atelier. Biglietti trovati per strada, foglietti, frammenti di quotidiano.
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