Un patriarcato oltre la data di scadenza
Di Virginia Antoniucci
‘Hamletə – To Pink or Not To Pink’ parte da una constatazione piuttosto semplice e per questo fastidiosa: se i classici smettessero di essere imbalsamati come reliquie, forse parleremmo di più di loro e meno su di loro. Se le lezioni di letteratura somigliassero allo spettacolo di Opera RetablO, in scena al Teatro Sociale di Bellinzona e in replica al Teatro Foce di Lugano dal 13 al 15 febbraio, probabilmente il recinto che separa “la gente normale” dai testi canonici sarebbe già stato dato alle fiamme. In sessanta minuti, ‘Hamletə’ costruisce un dispositivo ibrido che ricorda la logica di un sogno a dosaggio sbagliato di melatonina: una fase onirica, profonda, quasi ipnotica, seguita da una lucidità apparente, fino all’improvviso risveglio sudato davanti a una domanda tanto improvvisa quanto inevitabile: cosa fa Amleto, oggi, quando la conoscenza arriva e non è più possibile continuare a fingere di non sapere? Nessuna deriva alla David Lynch: ‘Hamletə’ resta leggero, sempre accessibile, anche per chi Shakespeare lo ha incrociato solo nei corridoi della scuola, con una leggera vena comica affidata a Yorick, il giullare morto, che incarna il cortocircuito ed entra in scena smontando il machismo con l’unico metodo davvero efficace: il ridicolo. Corpo ipertrofico da gym rat con una passione malsana per gli anabolizzanti, postura da eroe virile, destrezza da maschio alfa che culmina in una tazzina sbriciolata tra le mani. Un dettaglio minimo che basta a dimostrare come la violenza patriarcale viva nei dettagli più insignificanti, nei gesti automatici, nell’idea di forza come incapacità di tenere qualcosa senza distruggerlo.
L’eredità marcia del potere
Lo spettacolo è attraversato, come una corrente sotterranea, da parole che non vengono mai esibite come citazioni dotte, ma imboccate a cucchiaiate, con tanto di aeroplanino, di concetti essenziali che vanno ingeriti per poter vivere il presente. Dal rosa e il blu, per esempio, che non sono semplici colori, come ricorda la poesia ‘Pink or Blue’ della poetessa Hollie McNish, fino al patriarcato inteso non come categoria astratta da manuale universitario, ma come sistema che produce solitudine, separazione e analfabetismo emotivo, come scrive bell hooks. È dentro questo circuito, tristemente riconoscibile, che si capisce perché dal dramma shakespeariano continuino a riaffiorare gli stessi temi: l’obbligo alla violenza, l’eroismo come trappola, l’impossibilità di sottrarsi a un potere putrefatto senza pagare un prezzo altissimo. Perché Amleto, qui, non è l’eroe dell’indecisione ma una figura intrappolata in un’eredità che non ha scelto. La corona che Amleto osserva non è solo corrotta, è marcia fino al midollo e l’“essere o non essere” smette di essere una posa filosofica per diventare una domanda urgente situata nel presente.
Non uno spettacolo, ma una performance
‘Hamletə’ gioca sul piano della performance artistica. Danza, video, riprese in GoPro e una presenza scenica che prende le distanze dalla dizione solenne del teatro classico, scelta che può irritare chi dal palcoscenico pretende il monumento e la perfezione formale ma che qui risponde a una priorità diversa, la trasmissione più che l’intrattenimento, e che finisce per costruire un meta-spettacolo che si osserva mentre accade, uno spettacolo nello spettacolo consapevole della propria forma.
Non ci sono modelli alternativi pronti all’uso né risposte rassicuranti, e nemmeno Amleto sa davvero spiegare il proprio disagio. C’è solo lo sforzo, a tratti goffo, di sottrarsi a un potere abusante. Forse è per questo che Amleto torna proprio ora: non come emblema dell’indecisione, ma come figura che rifiuta la violenza come destino narrativo obbligato.
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