Angine de Poitrine, I Want to Believe
Vogliamo credere che siano la risposta all’IA. La loro è musica strumentale, complessa ma virale. E sono alieni (ma smascherati più rapidamente di Banksy)
Di Beppe Donadio
Il brano più corto dura 4 minuti e mezzo, gli altri superano abbondantemente i sei minuti. Il chitarrista suona una chitarra-basso a doppio manico, un corpo unico per due strumenti microtonali, nel senso che producono note distanti meno di un semitono l’una dall’altra, che sulla scala occidentale non esistono. Le strutture ritmiche sono così dispari da diventare rebus. Eppure, per tutta questa irregolarità il mondo pare aver perso la testa, come se dal Paleolitico Superiore, dove si è soliti collocare la comparsa dell’uso espressivo della musica, il mondo non avesse ascoltato altro che prog. Si aggiungano i concerti sold out da qui a novembre e i milioni di visualizzazioni su YouTube, messi di fronte alla musica di oggi che non ama il rischio, gli Angine de Poitrine sono l’Anticristo.
Tradotti sono ‘Angina pectoris’, sostengono di essere alieni, parlano una lingua metallica e sconosciuta e si fanno chiamare rispettivamente Khn de Poitrine e Klek de Poitrine. Pare che suonino insieme da quando avevano tredici anni e per vent’anni non se li era filati nessuno. Fino allo scorso 4 febbraio, giorno nel quale la Kexp, radio indipendente di Seattle, ha caricato su YouTube la performance del duo all’Esma di Rennes nel dicembre 2025: 28 minuti di musica diventati virali anche perché, inutile negarlo, gli Angine – canadesi, oltre che alieni – sono ricoperti di pois dalla testa ai piedi (nudi). Khn indossa un copricapo che ricorda l’Egitto ma pure i sacchetti per il vomito, Klek ha un boiler al posto della testa, entrambi hanno lunghi nasi, per un’immagine complessiva che sta tra Kate Middleton che passeggia ad Ascot (ma c’è chi posta un vecchio look della Sora Lella) e una visione horror di David Cronenberg, canadese anch’egli. La storia dice che il look sarebbe nato per la richiesta di un locale di Saguenay, città in cui gli Angine sono stati fondati, rimasto senza band: avendo già suonato in quel posto con le proprie facce, i due amici avrebbero tappato il buco mimetizzandosi.
Matematica
Gli alieni che cadono sulla Terra e si mettono a cantare fanno sempre una certa tenerezza, in particolare al pubblico svizzero e italiano sulla cinquanta/sessantina che ha trascorso la pubertà con i Rockets, alieni francesi dipinti d’argento che sparavano raggi laser dalla testa ma soprattutto facevano dell’ottimo space-rock, che con gli Angine diventa a tratti spaceprog. Ma il loro è più ‘math-rock’, derivazione del rock sperimentale nata a fine anni Ottanta e caratterizzata da strutture ritmiche inconsuete e ostiche, dissonanze e funambolismi tecnici.
Era grande l’attesa per il secondo album dei canadesi, ‘Vol. II’, uscito lo scorso 3 aprile, e una parte della critica tende a smorzare i facili entusiasmi: la musica microtonale non l’hanno inventata in Canada, esiste dalla notte dei tempi, tra gli occidentali la suonava pure Béla Bartók, nel rock l’hanno suonata i Black Flag, molto prima i Doors (i ‘suonini’ nell’introduzione a ‘The End’) e molto dopo Sinead O’Connor per le linee vocali di ‘Nothing Compares 2 U’. Quanto a linee vocali, anche per Neil Young e per Achille Lauro senza Auto-Tune si potrebbe parlare di musica microtonale, ma si aprirebbe un discorso troppo lungo. Quanto ai pois, invece, quanto al sacro travestimento in musica, i Kiss non sono mai stati solo un make-up, né i Daft Punk solo un paio di caschi, per quanto molto stilosi. E basta sentire e vedere suonare gli Angine de Poitrine per capire che non sono chiacchiere e pois.
Geometrie
Gli influencer della musica parlano di loro come “la musica contro l’IA”, per la difficoltà presunta o temporanea dei sistemi generativi di replicarne le ‘stramberie’ armoniche e melodiche, per le quali servirebbe un’arte opposta a quella del livellamento che è propria dell’IA applicata alla musica. I chitarristi offrono tutorial su come rendere microtonali le chitarre sulle quali fino a ieri suonavamo ‘Smoke On the Water’, fini matematici analizzano le strutture dei brani degli Angine spiegandoci come contare le battute, che non è esattamente come imparare i balli di gruppo. Altri ci spiegheranno forse come mai dal secondo minuto del video di Rennes non si torna più indietro. Magari gli esperti della psicoacustica, o forse nessuno, lasciando un alone di mistero sul perché sia così bello farsi fondere il cervello dagli alieni canadesi, ancor più senza sapere che significhino i titoli dei brani (d’altra parte sono alieni).
Anche in ‘Vol. II’ come a Rennes, una volta vissuta l’esperienza ‘Fabienk’ ci sentiamo di dover proseguire, riascoltando ‘Sarniezz’, poi il country balcanico microtonale di ‘Utzp’, collocabile tra Nashville e il Concerto del Primo Maggio, certi che una volta giunti all’ossessiva ‘Yor Zarad’, dagli Angine de Poitrine potremo accettare qualsiasi cosa, anche finirci con ‘Angor’, un delirio che ha le sincopi di ‘Whole Lotta Love’. Colpa, merito, della chitarra e del basso di Khl che messi in loop diventano sostanza; colpa, merito, di Klek che la sostiene. E come, in quelle geometrie, i due non si perdano mai è un mistero, o forse il senso del suonare davvero.
Arte moderna
“*Angine de Poitrine est un projet artistique anonyme. Toute spéculation concernant l’identité de ses membres est non vérifiée, n’est pas cautionnée par le groupe et pourrait constituer une atteinte à la vie privée.” È scritto sul sito. Tornava difficile credere che, di questi tempi, del duo non esistessero immagini risalenti a prima della trasformazione in alieni, e infatti Facebook rilancia frammenti video di una band chiamata La Poêsse o La Poexe e tutti sappiamo (dal solo Wikipedia italofono) che il batterista sarebbe Charles Thibeault e il genio delle corde e dei pedalini Marc-Antoine Mackin-Guay. Khl e Klek, smascherati in molto meno tempo di Banksy.
Non ci sono concerti svizzeri degli Angine de Poitrine. Il più vicino pare quello del 31 maggio al Poplar Utopia negli spazi del Mart di Rovereto, il Museo di arte moderna e contemporanea. Quale luogo migliore per vedere cose strambe.
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