Il Concorso latita, ben venga l’horror
All’ambizioso e austero ‘Fatherland’ di Pawlikowski e al deludente ‘Histoires parallèles’ di Farhadi preferiamo il cronenberghiano ‘Sanguine’
dall’inviato Stefano Piri
Le idee e le immagini migliori di questa Cannes continuano ad arrivare da un genere poco festivaliero come l’horror. Stavolta è il turno di Sanguine, esordio al lungometraggio della giovane regista francese Marion Le Corroller e seconda proiezione di mezzanotte di Cannes 79. Queste proiezioni notturne di film di genere, spesso di registi under 40 e/o di cinematografie emergenti, sono una specie di secondo festival nel festival, con un pubblico nutrito e affezionato, giovane, un po’ chiassoso ma piacevolmente ‘scaciato’: strani tipi notturni con magliette di oscure band noise, gruppi di studenti di cinema composti da ragazzi seriosi e allampanati e ragazze con borse di stoffa a tracolla e grandi occhi luccicanti: praticamente il vivaio in cui il festival si cresce i critici in leggero sovrappeso e le solerti addette di produzione del futuro.
La misteriosa malattia
Sanguine è un body horror che deve molto, fin dalle prime inquadrature, a The Substance, grande successo di critica e pubblico di un’altra regista francese, Coralie Fargeat, che due anni fa rilanciò la carriera di Demi Moore partendo proprio da qui in Croisette: stessa estetica al neon, stesse deformazioni grandangolari, stessa vocazione non proprio raffinata ma eloquente al grottesco. Stavolta l’ambientazione è ospedaliera: una giovane internista nota, prima in pazienti suoi coetanei stressati quanto lei e poi su sé stessa, i sintomi di quello che potremmo definire un disturbo dermatologico alquanto cronenberghiano. Condotto per fortuna con piglio scanzonato e non predicatorio, proprio come The Substance anche questo Sanguine sbatte in faccia allo spettatore, oltre a un discreto numero di sequenze bioptiche allegramente disgustose, il suo messaggio sociopolitico senza alcuna cifratura o sottigliezza, e lo reitera un numero sufficiente di volte da assicurarsi che non sfugga nemmeno allo spettatore di ultima fila giunto alla proiezione notturna dopo un lungo aperitivo rinforzato: la misteriosa malattia che affligge la giovane dottoressa e i suoi simili (altri sintomi: insonnia, senso di invincibilità, inclinazione a risolvere le controversie sfracellando il cranio dell’interlocutore, tendenze suicide) è il lavoro, o per lo meno l’ambiente di lavoro spietato e logorante con cui si misurano Millennial e Gen Z.
Il film incespica un po’ solo dove tenta di intellettualizzare e sessualizzare troppo i suoi temi (nelle opere di questo festival, fin qui, le due cose paiono inseparabili) ma nel complesso si mantiene semplice e affilato, sfugge alla tentazione di medicalizzare il disagio da tardocapitalismo e anzi con un finale di notevole ironia materialista riesce anche a ribaltarla. Non è un capolavoro, e ha alcune comprensibili ingenuità stilistiche, ma anche in questo festival si ha la sensazione che l’horror, che per sua natura implica un certo livello di astrazione ma anche la massima sintesi per immagini, riesca spesso a convogliare angosce e desideri dei nostri tempi meglio di generi che sulla carta dispongono di un armamentario più vario, ma che nei fatti di recente producono spesso risultati al contempo inerti e fatui.
Ironia faustiana
Arriviamo dunque ai due film in concorso: ambizioso quanto austero Fatherland di Pawel Pawlikowski, girato nel consueto bianco e nero fotografico del regista polacco e in formato 4:3, stringendo l’orizzonte intorno ai personaggi e lasciando spesso nelle inquadrature tanta aria sopra le loro teste, come se il peso delle vicende storiche che attraversano ne comprimesse la libertà di azione. Nuova esplorazione dell’Europa della guerra fredda dopo Ida e Cold War, che nel 2018 fruttò al regista la nomination all’Oscar al miglior film straniero, Fatherland è ambientato nel 1949 e segue il viaggio che Thomas Mann (Hanns Zischler) e sua figlia Theresa (Sandra Hüller) fanno attraverso la Germania dell’Ovest e quella dell’Est, entrambe ansiose di conferire un “premio Goethe” allo scrittore da Nobel, espatriato nel 1933 e dunque vergine delle colpe del nazismo. Il viaggio è però funestato dalla notizia della morte per overdose di barbiturici del secondogenito Klaus, e diventa una metafora dell’impossibilità del lutto nella Germania postbellica e di quello che i tedeschi chiamano impronunciabilmente Vergangenheitsbewältigung, il senso di colpa metafisico per le colpe del nazismo. Si potrebbe dire che è quasi più un film su Goethe che su Mann, fatto oggetto di una terribile ironia faustiana sulla vanità delle pie intenzioni e sull’inanità degli intellettuali di fronte alla tragedia, ma resta tutto un po’ accademico e superficiale. Il film è pensato come una sorta di simposio ma a volte sembra più che altro un frasario, splendidamente illustrato, di citazioni per lo più risapute dalla letteratura mitteleuropea.
Una confusa fantasticheria
Deludente anche Histoires parallèles, primo film in lingua francese dell’iraniano Ashgar Farhadi, che quando si allontana dal realismo sociale di Una separazione e Il cliente tende spesso a perdere la bussola. Film difficile da collocare sul piano dei generi, certamente pieno di allusioni hitchcockiane (c’è una scrittrice bloccata in casa che spia i vicini dalla finestra, e più tardi un improvviso cambio di pettinatura dell’oggetto di ossessione, la sempre splendida Virginie Efira, preso dritto da La donna che visse due volte) ma non è un vero thriller, piuttosto una fantasticheria umanistica al contempo confusa e convenzionale, costruita attorno all’idea, che si vorrebbe romantica ma è fondamentalmente reazionaria, dello scrittore come guardone con dizionario e della copula, possibilmente adulterina o comunque con elementi trasgressivi e sordidi, come solo degno innesco dell’immaginazione letteraria. Vanno così sprecati, ed è un vero peccato, il sempre magnetico Vincent Cassel e Isabel Huppert, anello di congiunzione col Decalogo di Kieślowski a cui il film maldestramente si ispira, al cui malmostoso personaggio spetta se non altro una battuta che fa da perfetta, sebbene involontaria, chiosa al film: “A nessuno interessano più le mie storie”.
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