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‘Lina e il sasso’, non è come sembra

Entriamo nello spiazzante meccanismo a orologeria dell’ultimo libro di Mauro Covacich, una favola moderna uscita per La nave di Teseo

Di Roberto Falconi

Se la buona letteratura tende al significato ultimo delle cose e rende allo stesso tempo conto dell’impossibilità di giungervi appieno, ciò significa perlomeno ipotizzare l’esistenza di un nucleo di senso irriducibile e impenetrabile (torno in chiusa su questo secondo aggettivo, qui davvero da intendere alla lettera), che uno scrittore può allora solo tentare di avvicinare, approssimandone la descrizione attraverso l’indagine di ciò che lo circonda e che forse – proprio per la sua maggiore disponibilità alla trasformazione – più docilmente si presta a essere addomesticato dalla parola.

Mauro Covacich pone sin dal titolo le due stelle fisse attorno alle quali ruotare con le duecentosessanta pagine di Lina e il sasso. Cominciamo dalla prima. Lina ha nove anni e soffre di una lieve sindrome di Down. Vive in un palazzone della periferia romana con la madre Elena e il nuovo compagno di lei, Max, scrittore in crisi che per Elena ha lasciato Carlotta. Lina è in realtà il personaggio che cambia meno, e Covacich si ferma sempre un attimo prima di illuminarne la profondità. Max (Elena ha desistito, esasperata) cerca di farle imparare quale sillaba tra CA O e PA sia di troppo nella parola OCA (“Due sillabe entreranno nelle caselle e una resterà fuori, perduta da mamma oca. Ma noi possiamo prenderla con noi, portarcela a casa”), ma poi mica sappiamo di preciso come vada la ragazzina a scuola, anche se possiamo ipotizzarne le difficoltà. Ancora: Elena e l’ex marito vengono convocati dalla preside per un caso di bullismo a sfondo sessuale. “Lina mongolina”, come la chiamano i compagni, è però tra gli aguzzini, non la vittima (uno dei tanti elementi destabilizzanti del romanzo), ma poi la storia si chiude lì, confermando la struttura centrifuga di un testo che si pone allora come un campo di tensioni in cui possono instaurarsi molteplici combinazioni di senso. Invece, attorno a Lina le coppie di adulti si sfasciano e (forse) si ricompongono. Tutti cambiano: la madre Elena, fisioterapista che somatizza la propria insoddisfazione attraverso le continue nausee e che massaggia solo con i guanti i facoltosi pazienti del circolo sportivo in cui lavora; Max, che non trova più un posto nel mondo e vaga come un randagio alla ricerca di gente più disperata di lui (i subsahariani che portano le foglie dal tugurio in cui dormono, le rovesciano di nascosto in strada e le scopicchiano sperando negli spiccioli dei passanti); Carlotta, divisa tra il lavoro in un network sensazionalista (lei che ha passato una vita nel giornalismo culturale) e incontri sessuali cercati in rete col nome di Alcesti; la nonna materna di Lina, che si spegne lentamente nella malattia ma ancora riceve tutti i giorni un mazzo di rose da uno spasimante.

Tensione

Nel meccanismo a orologeria con cui Covacich prepara le spiazzanti pagine conclusive sta tutta la tensione tra l’artificio della costruzione letteraria e l’inafferrabilità delle cose, resa dall’ostentazione del fallimento di tutti i tentativi impiegati per accedervi: demandare l’indagine ad altri codici (il linguaggio

della materia e del corpo, con il quale tutti i personaggi hanno un rapporto problematico, e persino quello animale: la scena tra Elena e un gabbiano vale la lettura del libro); ridimensionare il valore della parola, enfatizzando i silenzi e gli spazi bianchi che strutturano un montaggio freneticamente alternato tra le varie vicende; saldare nella relazione più intensa (e ambigua) del romanzo i due personaggi – Lina e Max – capaci per ragioni diverse di guardare al mondo con sguardi obliqui; variare l’istanza narrativa, con fugaci incursioni in prima persona, incapaci tuttavia di scavi ulteriori.

E il sasso? Max racconta a Lina la favola ungherese nella quale un lupo bussa alla casa di una gallina. Lei, dapprima spaventata, lo lascia entrare: in fondo è vecchio e sdentato e vuole solo cucinare una zuppa col sasso che porta con sé. Quando l’acqua bolle, il lupo vi lascia cadere il sasso. Giungono altri animali, titubanti ma incuriositi, e ciascuno aggiunge alla zuppa qualche ortaggio. Il clima si fa più disteso, ci si serve al pentolone. A un certo punto il lupo estrae un coltello. Tutti si bloccano, terrorizzati, ma lui vuole solo verificare la cottura del sasso. La lama non entra: “Il sasso è crudo. Se permettete me lo riprendo per domani”, dice. Poi esce nella notte.

Storie

Le cose non sono come appaiono e seguono logiche che sfuggono a qualsiasi tentativo di normalizzazione: il lupo non è ciò che sembra, i personaggi del romanzo agiscono in modo spiazzante rispetto alle apparenze e all’orizzonte di attesa del lettore. Un sasso, una favola sul sasso, un romanzo che muove da una favola sul sasso: su quel nucleo primordiale di materia che non si lascia scalfire e su una bambina di nove anni che non si sa pulire gli occhiali da sola è perlomeno possibile moltiplicare e mandare in cortocircuito tra loro narrazioni che prendono atto dei fenomeni ma non riescono a penetrare fino alle cause che li determinano; lasciando la sensazione che ogni storia narrata sia solo una delle molte che avrebbero potuto essere raccontate. Mauro Covacich, come il lupo, esce di scena senza dare spiegazioni, lasciando a chi lo ha ascoltato la certezza del valore della parola letteraria, fosse anche affermandone i limiti.

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