Quando il sesso è un problema
di Martina Parenti
Uno schizzo, diventato ormai iconico, raffigura il profilo di Sigmund Freud delineato attorno al corpo di una donna, che emerge, nudo, dagli spazi vuoti dei lineamenti, creando una doppia lettura visiva. Le gambe a comporre il naso e la guancia, il pube al posto dell’occhio, il braccio proteso all’indietro a marcare la stempiatura dei capelli. È una semplificazione ironica del pensiero psicoanalitico che, come spesso accade nelle caricature, finisce comunque per custodire un nucleo di verità. Il corpo femminile è sempre stato, nella cultura patriarcale, oggetto perturbante, misterioso, pericoloso. Qualcosa da celare, coprire, sottomettere. Qualcosa che le stesse donne sono state forzate a ignorare per secoli. Si pensi alla rivoluzione sessuale degli anni Settanta del secolo scorso, quando le femministe fornivano alle loro compagne degli specchietti, invitandole a osservarsi la vagina dal basso. Fu una scoperta per molte di loro. Nessuna aveva bene idea della propria anatomia. E neppure del piacere che quell’organo, se stimolato adeguatamente, poteva regalare. Ma, lasciando da parte gli aspetti più prosaici della questione e tornando alla letteratura, molte autrici (e autori) hanno progressivamente sottratto la donna al ruolo di semplice oggetto del desiderio, restituendole quello di soggetto desiderante. Si pensi ad Anaïs Nin che, già negli anni Trenta, scandalizzava i lettori con racconti intrisi di erotismo; oppure a Erica Jong, che fa del sesso uno strumento di emancipazione; e, ancora, ad Annie Ernaux, sino all’ormai inflazionato (e mediocre) ‘Cinquanta sfumature di grigio’. Nel corso del tempo, la censura ha allentato la presa e la scrittura si è fatta sempre più sfacciata, coraggiosa, spregiudicata nel mostrare fantasie, perversioni e voglie del gentil sesso, libero finalmente di uscire dalle mura – letterarie e non – del tetto coniugale, del convento o del bordello. Né sante né puttane, insomma. Desideranti e umane, al pari degli uomini.
Uscito per Feltrinelli lo scorso anno e proposto da Fulvio Abbate per il Premio Strega, ‘La vita potenziale’ di Lavinia Bianca, pseudonimo e alter ego dell’autrice, sembra cavalcare quest’onda letteraria: un’autofiction in cui una giovane donna in carriera racconta la propria vita sessuale, intrecciando le proprie esperienze a una storia personale piuttosto ordinaria. La provincia agiata e moralista, la madre anaffettiva, il padre disinteressato alla vita della figlia, i problemi di alimentazione, l’intestino delicato, la fragilità psichica. Con una scrittura fresca, cinica e ironica, l’autrice descrive minuziosamente l’ossessione per il sesso online, praticato compulsivamente e con svariate identità, i rapporti analogici ed estemporanei con coetanei, la prima masturbazione, la perdita della verginità e tutte le pratiche volte al raggiungimento dell’orgasmo.
Il focus sull’argomento è maniacale, martellante: Lavinia Bianca non abbandona il tema neanche per una pagina, lasciando letteralmente debordare la sua interiorità senza preoccuparsi di spargere in giro tutte le sue secrezioni. Il corpo diventa macchina da esplorare e sfruttare al servizio di un’identità fragile che si perde in brillanti conversazioni con un immaginario Philip Roth e con il dottor Freud, alla ricerca costante di sviscerare quale sia il problema. Perché, evidentemente un problema c’è. Quello che sembra nascere come un romanzo di affermazione del sacrosanto diritto femminile al piacere, pare, pian piano, virare nel proprio contrario: il sesso come manifestazione di disagio, forma di dipendenza, pezza da mettere per sopperire alla mancanza d’amore genitoriale. E allora l’erotismo viene asciugato di tutta la sua potenza sensuale per scivolare nella pornografia più esplicita, rendendo la lettura piuttosto faticosa e noiosa, nonostante la vivacità di una scrittura capace e solida, in grado di tener testa con intelligenza a due numi tutelari come Philip e Sigmund.
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2026-05-30T07:00:00.0000000Z
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