Sul buon uso della lettura
Perché leggiamo? Per istruirci o per provar piacere? Una regola vale in entrambi i casi: domandarsi se si è capito bene ciò che dice l’autore
Il poeta Alberto Nessi s’incarica di un breve viaggio estivo nell’arte del leggere (ma anche in quella del rileggere), tra esperienza personale, analisi e spassionato consiglio.
di Alberto Nessi
Ogni volta che guardo la mia biblioteca, mi vien voglia di leggere un libro. O di rileggerlo, in parte magari: rileggere almeno i passi che mi avevano colpito, e che di solito annoto a matita sulla prima pagina bianca. Ma non solo il libro, mi induce in tentazione. Anche un semplice foglietto trovato per strada, perso o dimenticato da qualcuno: mi vien voglia di leggerlo, anche se sento, in un certo senso, di violare la vita privata dell’autore anonimo, di entrare nel suo intimo.
L’altro giorno, per esempio, ho trovato, dentro una plastica, uno strano biglietto quadrettato con scritto, in un italiano precario, “Gerusaleme via crucisi” e, dentro altre due piccole buste di plastica, un “sassolino dove Gesù ha cenato l’ultima volta con gli apostoli” e delle foglie color sabbia. Firmato: Bianca. Uno scritto ingenuo. Una specie di reliquia. Una cosa umile, impregnata di sacro, che ha fatto sorgere in me delle domande: chi è Bianca? E come è capitata tra le mie cose quella strana reliquia privata? Che storia racconta?
Nemici
La lettura, si potrebbe dire, è ascolto, manifestazione di umiltà.
Una delle cause del non leggere, malcostume così diffuso nella nostra società, oltre al fatto che siamo subissati da una quantità di informazioni fasulle, “social” e altre macchinazioni, è proprio la mancanza di umiltà, oltre al pregiudizio e alla frigidità intellettuale. Il non-lettore deve vincere il ghiaccio che è in lui, la diffidenza che gli ha anestetizzato l’anima.
Émile Faguet, in un noto libro del 1912 che ho scovato da un rigattiere, anni fa, sepolto sotto un cumulo di carta stampata, ci dice quali sono i principali nemici della lettura, almeno quelli che stanno dentro di noi: l’amor proprio, le passioni, la vita stessa, che non è contemplativa, ma agitata da ambizioni, avarizia, odio, gelosie, rivalità. Anche uno spirito critico malinteso può essere nemico della lettura; perché il lettore dev’essere armato, sì, di spirito critico, ma deve anche sapersi disarmare e lasciarsi prendere dal testo che sta leggendo – naturalmente se ne vale la pena, cioè se l’autore è di qualità. Penso a una mia cara amica di adolescenza che, da tanti anni affetta da un male inguaribile, trova la forza, aiutata dal marito, di tenere accesa la scintilla della vita con determinazione, coraggio e tante letture. In questo caso, il libro è fondamentale per alimentare il desiderio di vivere.
Il viaggio
Leggere è un’arte che dà piacere. Se non proviamo piacere, lasciamo perdere. Nessuno ci chiederà, alla fine della nostra vita, quanti libri abbiamo letto. Se leggiamo un romanzo o un racconto, prima di giudicare e discutere dobbiamo poterci abbandonare, lasciarci incantare dalla musica dello stile, dall’immaginazione dell’autore. Saper ascoltare una voce, autorevole e insieme piacevole, che ci racconti una storia con il sapore del vero, che ci trasmetta una verità che noi avevamo solo intravisto, che ci presenti dei personaggi nei quali sia possibile proiettare i propri sentimenti, le proprie idee, i propri ricordi. E che, nella finzione letteraria, ci permetta di vivere più intensamente che nella vita ordinaria.
Una cosa curiosa della lettura è che fa viaggiare la mente in modo imprevedibile. Tu stai leggendo una poesia e ti viene in mente qualcosa che riguarda la tua vita, qualcosa di dormiente nel tuo cuore. Stai leggendo, per esempio, un racconto di Gianni Celati, metti quello bellissimo intitolato ‘La notte’, di Selve d’amore, alzi un momento la testa e la pagina letta ti fa venire in mente una persona che hai conosciuto, o un episodio della tua vita. Per dire che tutto ciò che leggiamo ci riguarda personalmente. Quando si legge un libro, si legge un po’ anche se stessi. Lo dice, autorevolmente, Marcel Proust ne Il tempo ritrovato: “Ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso”.
Semplicità
Talvolta, più che leggere, mi piace rileggere. Stamattina prendo in mano Casa d’altri, di Silvio d’Arzo, nell’edizione Einaudi del 1980, che ho letto la prima volta anni fa, e annotato a matita. Ecco l’incipit: “All’improvviso dal sentiero dei pascoli, ma ancora molto lontano, arrivò l’abbaiare di un cane”. Una proposizione semplice. Ma è proprio questa “semplicità” che mi dà piacere, come me l’ha dato la prima volta che l’ho incontrata. Una proposizione che fa entrare il lettore in un mondo di solitudine, dove vivono una vecchia capraia stufa di vivere, un vecchio prete che non riesce a parlare con lei e il microcosmo di un paese dell’Appennino emiliano dove “non succede niente di niente”. Tutto qui. Ma in questa prosa, che sa coniugare sobrietà e lirismo, concretezza e scavo interiore, descrizione del paesaggio e linguaggio parlato, sta tutto quello che io cerco nella letteratura: una voce unica che si rivolga a me e m’interroghi nel profondo (la domanda segreta della capraia riguarda la vita e la morte). Mi piace, in questo racconto di neanche cento pagine, la prosa discretamente intessuta di settenari, novenari, endecasillabi, prosa nella quale i colori del paesaggio e le parole dei personaggi mi vengono incontro con naturalezza, anche se la poetica dello scrittore non è il naturalismo tradizionale.Tutto questo mi si presenta davanti agli occhi, e allo spirito, in mondo nuovo.
Il consiglio
Leggere è un’arte. Ma è difficile dire in che cosa consiste, quest’arte. Dobbiamo prima chiederci perché leggiamo. Per istruirci o per provar piacere? Ognuno può leggere come vuole, naturalmente. Ma leggere per istruirsi è un conto, leggere per il proprio piacere, un altro. Però, una regola vale nei due casi: bisogna leggere lentamente e domandarsi se si è capito bene ciò che dice l’autore.
Il consiglio più interessante ce lo dà Federigo Tozzi all’inizio del secolo, nello scritto ‘Come leggo io’. Lo scrittore di Siena ignora le trame di qualsiasi romanzo, e trova soddisfazione solo quando trova qualche pezzo dove l’autore riesce a indicare “una qualunque parvenza della nostra realtà”. A Tozzi piacciono i libri scritti bene: gli uomini (e le donne, aggiungo io) che hanno avuto qualche cosa da dire, hanno scritto bene, perché “scrivere bene significa essere padrone della propria intelligenza e della propria sensibilità”. E si può distinguere lo scrittore buono dal cattivo, secondo Tozzi, come fa il cassiere di banca che “sente subitamente se un biglietto è falso o è buono”.
Dunque: lettore, non farti imbrogliare dalle banconote false!
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