La danza resiliente di Mamela Nyamza
S’intitola ‘The Herd/Less’ la creazione dell’artista sudafricana, Leone d’Argento della Biennale Danza 2026 per la forza e il coraggio del suo messaggio
Di Gabriella Gori
È la resilienza femminile quella che s’incarna nei corpi danzanti di The Herd/Less dell’artista sudafricana Mamela Nyamza, premiata con il Leone d’Argento della Biennale Danza di Venezia 2026. Il Festival Internazionale di Danza Contemporanea diretto da Wayne McGregor che quest’anno si intitola Time Does Not Exist e si ispira alla fisica quantistica di Carlo Rovelli e a una concezione del tempo data dalla relazione e dalla interazione degli eventi. Una visione che permea le opere del ventesimo Festival, in scena dal 17 luglio al 1° agosto, e propone creazioni in cui il corpo è in connessione con tutto e si sostanzia della sua presenza scenica. Quella presenza dirompente e performante che riempie di sostanza, di memoria, di identità, di resistenza, lo spettacolo di Mamela Nyamza che è stata premiata per la forza e il coraggio del suo messaggio di denuncia sociale e culturale in cui la danza è “una forma di cambiamento” e di speranza.
Nata a Gugulethu, vicino a Città del Capo, Mamela è una danzatrice, una coreografa e un’attivista sudafricana che fonde le radici coreutiche del suo Paese come il gumboot dance, con lo studio delle discipline occidentali della danza classica, moderna e del jazz e di quelle orientali del Butō giapponese per costruire narrazioni coreografiche personali e politiche con lo strumento che le è più congeniale: la danza. Una danza che diventa una forma di lotta coraggiosa e rappresenta una delle poche possibilità che le donne di colore hanno di affermarsi nel mondo dell’arte. Un obiettivo che lei si è posta, ha raggiunto e vuole che sia di esempio per le giovani ragazze del suo Paese.
Randagi
In prima europea al Teatro Piccolo Arsenale, The Herd/Less è una co-commissione della Biennale Danza e si basa sul duplice significato della parola herd (gregge) per riferirsi a un gruppo di persone che vive in armonia e, di contro, a un insieme di individui visti come masse acefale, controllate dai poteri forti, anche con mezzi coercitivi, e considerate gli herd/less. Ovvero i “randagi” da tenere a bada e a cui negare il rispetto e il riconoscimento della dignità umana che invece Mamela vuole recuperare denunciando la violenza insita in quei sistemi di potere che esigono conformità e obbedienza. Una sudditanza fisica e psicologica che, specie nei confronti delle donne e del loro corpo, si fa più rabbiosa in Sudafrica ma, a guardar bene, anche da altre parti stando alle cronache.
La creazione nasce dall’interconnessione temporale tra autobiografismo, analisi sociologica e coreografia teatrale e prende spunto dalla morte della madre di Nyamza uccisa nelle shacks, le baracche di Città del Capo, costruite in lamiera di zinco. Un metallo richiamato nello spettacolo dai barattoli di latta su cui camminano i danzatori e che produce, nella percussione, suoni dissonanti che diventano il simbolo di quei luoghi in cui omicidi, aggressioni e lacrime sono all’ordine del giorno. Un inferno a cui la dolcezza e la melodia dei canti popolari africani, ispirati all’apartheid, restituiscono un po’ di umanità mettendo in luce la resiliente dignità femminile che coinvolge ed emoziona gli spettatori con la sua danza.
Undici interpreti, tra uomini e donne, vestiti con variopinta e muliebre foggia africana da Mamela, Xolani Mawande e Sheba Sopotela, sono inondati dalle luci cangianti di Thabo Pule e si muovono nella scenografia minimale di Nyamza tra bussolotti, frecce, mazze di legno, fruste. Oggetti di scena che per analogia richiamano la realtà disumana e prevaricante in cui vivono le donne e a cui reagiscono con la forza d’animo e la consapevolezza di essere unite e solidali.
Gumboot dance
Il gruppo si muove fin dall’inizio compatto per rappresentare metaforicamente in senso positivo il gregge e in senso negativo “i randagi” e la coreografa, che cura anche la regia, si serve del gumboot dance. Una forma di danza tradizionale che ha radici nel duro lavoro delle miniere d’oro e di diamanti del Sudafrica ed è caratterizzata da ritmi complessi, creati battendo gli stivali di gomma a terra, e da canti, grida e movimenti sincronizzati. In pratica un atto di resistenza e un segno di lotta contro l’oppressione e le inaccettabili condizioni lavorative, che Mamela fa suo facendo nascere il ritmo dal rumore prodotto dai barattoli di latta su cui procedono e ritmano i danzatori.
Su questi trampoli metallici l’ensemble disegna il perimetro del palcoscenico tra voci, urla, vocalizzi e gesti strani, a cui rispondono i movimenti scomposti delle teste. Una sorta di trance a cui fa da contraltare una elegante interprete vestita di bianco che, a piedi nudi, si sforza di mantenere in equilibrio una lancia. Quasi un memento per riaffermare la necessità di resistere sempre e comunque nonostante la precarietà e la brutalità. All’improvviso la compagnia si scioglie e cade a terra mimando soprusi e maltrattamenti accompagnati da urla strazianti e da pianti disperati. Un grido di dolore a cui risponde, in un deciso cambio di atmosfera, un bellissimo quadro in movimento nel quale i protagonisti inanellano una serie di port de bras respirati e di pose plastiche, dove la danza riemerge in tutta la sua ancestrale purezza. Ma è un incanto che dura il tempo di una canzone eseguita da una splendida voce femminile. Forse quella di Miriam Makeba? Non è dato sapere, ma quel momento di estrema bellezza musicale e coreografica suggella uno spettacolo non convenzionale che è valso la pena di vedere e di applaudire per il messaggio che sottende. Un messaggio che scuote le coscienze di noi occidentali con la resilienza di corpi che danzano nel ritmo e comunicano nel canto.
CULTURE E SOCIETÀ
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2026-07-22T07:00:00.0000000Z
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