Versi poetici che cercano luce
Alla sua ultima raccolta Andrea Moser dà il compito di attribuire forma all’inaccettabile, come un appiglio, perché diventare grandi costa fatica
Di Piergiorgio Morgantini
È stata pubblicata da poco l’ultima raccolta poetica di Andrea Moser (Manni editore, 2025) che si intitola ‘Luce muta’. Sarà forse una questione di anni vissuti, il poeta e insegnante alla Commercio di Bellinzona ha da qualche tempo passato l’età di mezzo, sarà anche il periodo buio a spiegare il fatto che recenti pubblicazioni di altri due scrittori ticinesi, pure non giovanissimi, si intitolino ‘Tremalume’, poesie di Fabio Pusterla, e ‘In cerca della luce; storie di artisti venuti in Ticino’ di Alberto Nessi. ‘Luce muta’ di Andrea Moser mi sembra sostanzialmente la continuazione del precedente libro di poesie ‘Morte del drago. Una storia’, pubblicato nel 2022. Se il drago simbolico di quel libro era il confronto con la propria ombra, con il negativo di sé e del mondo che ci circonda, nella nuova raccolta il tema viene approfondito, cercando di dare alla parola poetica il compito di attribuire forma all’inaccettabile, come un appiglio, perché diventare grandi costa fatica. Se nel primo libro il lutto più grande raccontato era quello della morte del padre nel 2011, nel secondo è soprattutto quello della malattia della mamma, malata di Alzheimer. Tema di fondo a partire dal quale il poeta ripercorre le tappe della sua vita, come ricerca interiore e di senso, anche quando trovarlo è difficile. Basti pensare ad alcuni versi di ‘Cortocircuito consonantico’: “Stamattina mia mamma/mi chiede Ma tu come ti chiami? /Andrea, rispondo / (con A iniziale e finale, penso). /Ah..., solo Andrea?”
Un libro diviso in sette sezioni
Se dovessi scegliere due poesie, che mi sembrano molto belle e potrebbero fare da titolo alla raccolta poetica, sceglierei queste: la prima è brevissima e la riporto per intero; fa parte della seconda delle sette sezioni in cui è diviso il libro: “Il caffè è nerissimo. /Mettiamo un cucchiaio/di marmellata di albicocche. /Un raggio di sole”. La seconda si intitola ‘Bianca ortensia’ e apre il volume. Il poeta pensa che, nei momenti di scoramento e di confusione interiori, la via da seguire possa arrivare dal basso, dal cuore della terra. Così decide di trapiantare in giardino un’ortensia bianca di sua mamma che stava in un vaso di terracotta: “portaci di notte i tuoi sogni, / dacci un sentiero all’ombra, /dacci le ali per l’infinito, / esplodi di luce bianca ortensia”. E mi viene da pensare all’altrettanto bella poesia di Fabio Pusterla in cui si rivolge a una libellula: “Giù nelle vite perse/nei solchi profondissimi di nero/tessi la tua conocchia luminosa/deponi lo smeraldo di un’ipotesi/ di un’ala”. Andrea Moser è stato suo allievo, e così non sorprende di trovare anche la citazione di un suo verso: splendido questo incontrarsi di sensibilità poetiche.
Percorso di ricerca di sé, dalla Preistoria
Altra citazione è quella che precede le poesie: mi sembra la chiave di lettura del notevole lavoro di Andrea Moser in cui si sente il peso che assume ogni parola. Fino a formare un libro strutturato di cui la trama è progettata con grande attenzione, la forma in perfetto equilibrio con il contenuto. Si tratta di una riflessione di Carl Gustav Jung: “La vita è – o ha – significato, e assenza di significato. Io nutro l’ardente speranza che il significato possa prevalere e vincere la battaglia”. Su queste parole dello psicanalista svizzero è costruito il percorso di ricerca di sé, partendo da molto lontano: nella prima sezione Andrea Moser dà voce a un uomo preistorico vissuto in Etiopia circa 200’000 anni fa. Brevi testi che raccontano le cose della vita, non molto diverse da quelle che possiamo vivere oggi per quello che è l’essenziale: nascita, amore, amicizia, guerre; amore e miseria: come cantava Georges Brassens. Gli ultimi versi di questa prima parte, come in altre sezioni, cercano un varco per un raggio di luce, seppur precaria: “In lontananza vediamo la neve, /luccica sulla piccola montagna splendente. /Il destino mi appare meno incerto”. Nelle sezioni successive prevale la ricerca di una forma di spiritualità scavando nel proprio vissuto, con i suoi momenti belli, ma soprattutto con la dose di sofferenza che la vita obbliga ad affrontare, a cominciare da quella del ricordo della morte del padre: “In lontananza ti vedo aspettarmi/all’uscita di scuola, /un po’ bambino e un po’ adulto”; “Ma tu non ci sei, / scomparso nella tua timidezza, /o nel buio buffo/di un sogno. / La morte non lascia alcun indizio”. E poi il dolore per la malattia della madre, spiazzante come possono essere le malattie della mente, perché è proprio nel pensiero che ci riconosciamo e riconosciamo gli altri. La perdita dei genitori ci fa diventare grandi e più soli, quasi ricevessimo il testimone per andare avanti, verso la vecchiaia su cui diverse poesie riflettono: “solo l’ultimo rivo, /dove aspetta un traghetto/ che conduce nella terra dei draghi, /o in una pazza utopia”.
Fino allo spazio siderale
Il percorso poetico porta anche nello spazio siderale della quinta sezione, dove tutte le cose della vita sulla Terra sono guardate da molto lontano: “siamo un azzurro granello, /una goccia di luce che promette,/il nostro riflesso/proiettato nel cosmo.” Il libro si conclude con la poesia ‘La torre’ che ricorda una struttura itinerante creata a Friburgo 25 anni fa e arrivata anche a Lugano nel 2022, dove è rimasta per quattro mesi. Ha ospitato forme di cultura alternativa: uno svincolo, un ponte, una via d’ingresso diversa per una luce che non sia silenzio: “Precaria la torre resiste/è solo una fragile idea, /una bandiera lacerata/musica che perdura, tuttavia”.
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