laRegione

Gianfranco Feliciani, la parabola del fare

‘Pastore di frontiera’, di Paolo Vandoni, è l’intenso ritratto dell’Arciprete di Chiasso: una spiritualità ‘politica’, spesso controcorrente, vicina agli ultimi

Di Davide Martinoni

Per chi non crede nella sincronicità c’è un fatto curioso da considerare: il regista Paolo Vandoni decide un giorno di incontrare don Gianfranco Feliciani per proporgli un documentario sulla sua vita. Feliciani, che conosceva Paolo già da bambino, ma che non lo ha più incontrato per una quarantina d’anni, lo guarda, sorride e gli dice «ma guarda! Proprio stasera annuncerò al Consiglio parrocchiale che per me è giunto il momento di fare un passo indietro...». È il giro di boa verso la pensione, dopo 25 anni vissuti come Arciprete di Chiasso.

Per Vandoni è un segnale e probabilmente lo è anche per don Gianfranco. Che prontamente accetta la sfida, lui che già ne ha affrontate tante. Succede così che due vecchi amici si incamminano nel passato e anche nel presente, confezionando insieme un film – “Pastore di frontiera”, in prima visione domenica 5 aprile alle 20.40 a “Storie” (Rsi) – che andrà ai posteri come un ritratto vivido, oltre che doveroso, di un pastore unico, per la nostra piccola realtà; coraggioso, sempre vicino agli ultimi e capace di toccare il cuore, e curarlo, soltanto con uno sguardo, ma soprattutto prodigo di azioni, che hanno tracciato la storia stessa del Cantone Ticino – e quella a cavallo del confine – degli ultimi decenni.

«Papa Francesco ha inventato un modo di dire bellissimo: il pastore deve avere addosso l’odore delle pecore. Ecco: a Chiasso sono state le pecore a dire al pastore dove andare». Ricordandolo, don Gianfranco torna alle origini di quella che dev’essere stata una predestinazione: quei pascoli di frontiera dove accoglienza, generosità e impegno, ma anche timore e diffidenza, sono l’essenza stessa del vivere comunitario. Camminando ai margini, ma guadagnando all’occorrenza anche il centro della piazza, Feliciani ha proposto una fede delle piccole cose: il Tavolino magico e la mensa dei poveri, al fianco degli ultimi; gli incontri con gli anziani, testimoni e guide; i pellegrinaggi a Lourdes (34 quelli inanellati dal nostro, ma sempre alla ricerca dell’essenza, rifuggendo quella che nel film appare come una Disneyland votata a un altro dio). E poi il rapporto con don Giusto Della Valle, che a Como lotta e sgomita, ogni giorno, per la dignità dei migranti; ricordando don Renzo Beretta, che a Ponte Chiasso accoglieva tutti più uno: quello che lo ha ucciso.

È stata sempre la politica del fare, quella di don Feliciani. Quella stessa politica «di cui un prete, e la Chiesa, non dovrebbero occuparsi: o almeno questa era la critica che mi è spesso stata mossa. Io penso che la Chiesa non debba fare partitica, che è tutta un’altra cosa; è invece chiamata a difendere i valori che devono ispirare l’attività politica». Da qui il monito contro l’abbaglio dei canapai (a Chiasso ce n’erano 20), le fiaccolate per la pace, le reazioni severe, su atroci proclami, emendate dalla rabbia e sempre così piene di serenità.

Il merito per la buona riuscita del documentario va condiviso con Natalia Fiorini, ottima al montaggio. E con Philippe Blanc, alla produzione.

CULTURE E SOCIETÀ

it-ch

2026-04-01T07:00:00.0000000Z

2026-04-01T07:00:00.0000000Z

https://epaper.laregione.ch/article/281908779690346

Regiopress SA