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Fanciulla e due cavalieri nella foresta simbolista

‘Pelléas et Mélisande’ di Claude Debussy segna la prima regia di Romeo Castellucci al Teatro alla Scala, in scena sino al 9 maggio

di Sabrina Faller

Doveva essere lo spettacolo di punta della primavera scaligera, e lo è, almeno in parte. Nel progetto iniziale l’opera di Maeterlinck-Debussy ‘Pelléas et Mélisande’, in cinque atti, da ventuno anni assente dal Teatro alla Scala, era stata affidata a Daniele Gatti, che ne fece un’interpretazione memorabile dieci anni fa a Firenze. Ma per i noti dissapori con il teatro milanese, Gatti si è ritirato a suo tempo, e sul podio è salito il quarantenne direttore francese Maxime Pascal, esperto di musica del Novecento, qui con esito non del tutto convincente. L’altro elemento di punta è la regia di Romeo Castellucci, tra le figure più interessanti e innovative del panorama teatrale degli ultimi decenni, anche nell’ambito della regia lirica, Leone d’Oro alla carriera, di casa a Salisburgo e ad Avignone, nonché nei teatri del nord Europa, ma solo oggi chiamato alla Scala per allestire il dramma in prosa di Maurice Maeterlinck (premio Nobel per la letteratura nel 1911) rivestito di musica dal compositore francese.

Già, perché elemento non trascurabile di questo lavoro è il fatto che il compositore ha preso il dramma in prosa tale e quale (a parte qualche necessario taglio) senza sentire la necessità di trasformarlo in libretto in versi, e lo ha ammantato di una musica che esalta la parola della conversazione, relegando il canto vero e proprio a momenti di intensa effusione emotiva. Nell’opera si canta troppo, sosteneva Debussy. E così ha voluto far ‘parlare’ di più i suoi protagonisti, creando qualcosa di diverso da quanto udito fino a quel momento, forse affine a quel ‘recitar cantando’ che i membri della Camerata de’ Bardi fiorentina erano andati cercando alla fine del Cinquecento.

Una prima volta per Castellucci alla Scala, dunque, e per buona parte del pubblico. Non tutti infatti ne hanno seguito gli allestimenti all’estero, dal ‘Parsifal’ di Bruxelles (2011) al recente abbandono in corso d’opera – dopo il ‘Rheingold’ e ‘Die Walküre’ – di un ‘Ring’ wagneriano poco entusiasmante nello stesso Théâtre La Monnaie, passando attraverso una memorabile ‘Salome’ a Salisburgo, un molto dibattuto ‘Flauto Magico’, un’emozionante ‘Orphée et Eurydice’ di Gluck, vista in video al Lac di Lugano, senza dimenticare la messinscena della ‘Matthäus-Passion’ di Bach o dei lieder dello ‘Schwanengesang’ di Schubert. Tanto per citarne alcuni.

Medioevo fiabesco

Non ci sono mezze misure per ‘Pelléas e Mélisande’: o la si ama o la si detesta. Debussy ci porta in un mondo artefatto, inventato, misterioso, dove nulla è vero ma tutto ha una sua verità nascosta e insondabile. Siamo in un medioevo fiabesco, in un regno immaginario tra foreste e castelli, e la fuggitiva e tormentata Mélisande, di cui nulla sappiamo e nulla sapremo, incontra nella selva oscura il non più giovane principe Golaud, vedovo con un figlio, il piccolo Yniold. I due si sposano, ma quando raggiungono il castello dove vive il ben più giovane fratellastro di Golaud, Pelléas, con la madre Geneviève, il padre malato che non si vede mai, e il nonno Arkel, scoppia la passione – mai consumata – tra i due giovani, che porta all’uccisione di Pelléas da parte di Golaud e alla morte di Mélisande, poco dopo aver partorito una bambina, erede delle inquietudini dei suoi predecessori. Ebbene qui i personaggi sono tutti inquieti, tutti spinti da ragioni occulte di cui non sapremo né l’origine né il perché. Bisogna rassegnarsi: è inutile tentare di razionalizzare, è questo il mondo del dramma simbolista, prendere o lasciare. Castellucci, che firma anche scene, costumi e luci, ha abbracciato il dramma di Maeterlinck, autore che non aveva mai osato mettere in scena prima perché definito “troppo vicino al mio sentire, troppo fratello”. E lo ha tradotto in un allestimento elegante e cupo, denso di simboli più o meno chiari, fuori dal tempo. Una nebbia persistente grava sulla scena, la natura vive e oscilla con lo stormire delle foglie, il cinguettio degli uccelli, e la fanciulla nuda vicino all’acqua – elemento onnipresente nell’opera – è Mélisande, il cavaliere con l’armatura è Golaud. Nella scena successiva l’ambiente del castello è ottenuto attraverso alti pannelli scolpiti, dai rilievi che mostrano fossili o che richiamano momenti della vicenda. Sono di color grigio scuro ed è questo il colore predominante negli interni. Ogni tanto scendono dall’alto oggetti di scena di varia natura, sempre astratti, e si aprono immensi drappi setosi, argentei o bianchi, fluttuanti, gonfi di vento, stendardi che abitano la scena con movimenti sinuosi. Agli abitanti del castello sono attribuiti colori scuri, anche nei costumi, che evocano le tenebre e la notte, mentre i due giovani amanti sono in bianco, a loro è associata la luce, il giorno, l’acqua, il mare, il tenue azzurro sullo sfondo del loro abbraccio finale, in costumi da Pierrot. C’è qualcosa di infantile nel loro amore, e Golaud, finché riesce a tenere a bada la gelosia, li paragona spesso a due bambini.

La scena più celebre, quella in cui Mélisande dalla finestra lascia cadere i suoi lunghissimi capelli perché Pelléas se ne avvolga, trasforma la chioma della fanciulla in un gettito bianco e vischioso, vagamente spermatico, che travolge il ragazzo. Ma il momento più riuscito dello spettacolo è quello in cui Golaud, pazzo di gelosia, interroga e incalza il piccolo Yniold sulla condotta di sua moglie e suo fratello e infine lo mette di vedetta per farsi raccontare che cosa stanno facendo i due. Qui la scena è inondata di rosso e un’enorme lapide che si solleva verso il pubblico sostituisce la finestra da cui il bambino osserva gli amanti, con un effetto potentissimo. Gli interpreti non si risparmiano e contribuiscono a rendere più umana e meno algida la scivolosa materia teatrale. Su tutti svetta il Golaud di Simon Keenlyside, concreto e ardente nelle sue comprensibili passioni. Il giovanile tenore Bernard Richter, svizzero di Neuchâtel, è un Pelléas pieno di luce e passione, come l’eterea Sara Blanch nei panni di Mélisande. Allegra Maifredi è il piccolo Yniold, un concentrato di delicata tenerezza, a tratti però sovrastata dall’orchestra.

Sopore

Per rendere convincente questo mondo assai speciale è necessaria una direzione musicale intensa e raffinata, ricca di sapienza e di slancio, che riesca a mettere in luce e a far vibrare le sottigliezze, i colori, le sfumature, la tela sottile dei declamati lirici, degli interludi sinfonici, i leitmotive all’interno della partitura (che denunciano la lezione wagneriana, sebbene Debussy si dichiarasse deciso a discostarsene). Nonostante il grande impegno dell’Orchestra e del Coro del Teatro alla Scala, questo è in gran parte mancato alla bacchetta di Maxime Pascal, che ci ha restituito un’opera corretta ma piatta, uniforme, tendenzialmente fredda, un po’ soporifera. E il sopore è uno dei grandi pericoli che minacciano quest’opera. Tuttavia alla prima replica la sala era piena, plaudente e sveglia. ‘Pelléas et Mélisande’ è in scena alla Scala fino al 9 maggio.

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2026-04-28T07:00:00.0000000Z

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