Stavolta sfila il giornalismo in crisi
Il sequel di ‘Il diavolo veste Prada’ arriva in sala con un cast superlativo, ma tradisce le sue stesse ambizioni con una morale da seminario aziendale
Di Stefano Piri
Come molti brillanti testi di propaganda, l’originale ‘Il diavolo veste Prada’ (2006) era un film astutamente ambivalente. Era un gigantesco spot promozionale – non soltanto dei brand di alta moda che lo sponsorizzavano, ma di tutto un certo stile di vita metropolitano, corporate, ultraconsumista che a metà degli anni zero era al suo zenit – ma allo stesso tempo anche un garbato exposé delle storture di quel mondo.
La sceneggiatura lavorava in modo a dir poco ingegnoso sulla struttura della fiaba, o del viaggio dell’eroe: l’ingenua ma brillante protagonista Andy Sachs (Anne Hathaway), aspirante giornalista di inchiesta (ecco una prima eloquente ambivalenza: il personaggio più colto, impegnato e intellettuale era anche di gran lunga il più sprovveduto rispetto al mondo reale) finiva a lavorare per l’influente rivista di moda ‘Runway’ (doppio finzionale di ‘Vogue’), al servizio della temutissima direttrice Miranda Priestley, alter ego di Anna Wintour. Uno dei pochi personaggi cinematografici che, anche grazie all’oggi leggendaria interpretazione di Meryl Streep, avrebbero davvero definito l’immaginario di questo primo quarto di secolo. Nel mondo magico di ‘Runway’, che già allora aveva a che fare con una vera redazione di giornale quanto il Millenium Falcon di Star Wars con un volo Ryanair Bergamo-Trapani (a ‘Runway’ erano tutti incredibilmente stressati, sebbene le loro giornate lavorative sembrassero consistere nello scambiarsi battute caustiche, indossare abiti da sogno e infatuarsi di affascinanti sconosciuti durante favolosi cocktail party), Miranda era allo stesso tempo Willy Wonka e Gandalf, Gordon Gekko e Keyser Söze: era cioè sia la villain del film che la mentore della protagonista.
Su questa ambiguità si reggevano la riuscita del film e il suo chirurgico happy ending: il fatto che Andy, finalmente entrata nelle grazie della temibile Miranda, decidesse di abbandonare quel mondo scintillante per tornare a scrivere articoli noiosi per gente vestita male, ne faceva paradossalmente una testimonial impareggiabile, più efficace di qualunque supermodella. Come ogni Eroe che si rispetti Andy doveva fare ritorno, cresciuta, al mondo ordinario, ma non c’era dubbio che quello che sceglieva di abbandonare fosse il Regno Incantato. E ovviamente non c’è nulla di più efficace di un film sull’integrità per vendere qualcosa di superfluo e fatuo come l’alta moda, per lo stesso motivo per cui le pubblicità dei SUV ultra-inquinanti vengono girate nella natura incontaminata, o per cui gli spot di profumi progettati per nascondere qualsiasi vero odore umano sono spesso torbidi e vagamente orgiastici: le idee, come le cose, si vendono meglio incartandole nel loro contrario, lo spettatore/consumatore non vuole solo sapere che sta acquistando qualcosa di eccitante, ma anche essere rassicurato sul fatto che in cambio non dovrà rinunciare a niente.
Vent’anni dopo
Se dunque il primo ‘Il diavolo veste Prada’, favorito dallo spirito dei tempi, era un saggio ardito, immorale ma a suo modo spettacolare delle capacità di appropriazione simbolica del consumismo, il sequel arrivato nelle sale in questi giorni, vent’anni dopo, nasce con uno spazio di manovra assai più ridotto.
Andy è naturalmente diventata una reporter seria e di successo, ma viene licenziata via sms insieme a tutti i suoi colleghi dal bieco editore corporate per cui lavora, e dunque riassunta a ‘Runway’ per restituire credibilità giornalistica alla rivista, che intanto ha appena preso una brutta cantonata con conseguente shitstorm. Ci riesce quasi subito, ma in seguito dovrà proteggere Miranda, e si direbbe tutta una certa idea novecentesca di magazine, da ulteriori losche manovre del capitale.
La prima sorpresa dunque è che ‘Il diavolo veste Prada 2’ è un film ambientato nel mondo della moda, traboccante di product placement, cammei e comparsate di stilisti, designer, modelle, star, ma non è un film sulla moda, di cui non parla affatto: è un film sulla crisi del giornalismo e delle redazioni, vessate da tagli e ristrutturazioni, dall’avvento dei social e da una shareholder economy che ne ignora il valore sociale. Tutta roba interessante e a suo modo lodevole, ma intuitivamente complicata da conciliare con quello che è e deve restare un travolgente giro di giostra cinematografico nel lusso più sfrenato. Il grande merito di questo sequel è il coraggio di affrontare contraddizioni ancor più radicali di quelle del primo capitolo, anche nel rapporto tra l’industria culturale, di cui Hollywood resta bene o male un baluardo progressista, e il sistema economico. Il suo limite è che non si avvicina nemmeno a sciogliere queste contraddizioni con la destrezza di allora, facendone invece una sorta di controcanto nevrotico, a tratti perfino angoscioso, alle vicende di per sé relativamente spensierate del plot.
Contraddizioni senza soluzione
Il film insomma è garbato, qua e là arguto, recitato in maniera superba non solo dall’infallibile Streep ma anche da Hathaway, Stanley Tucci ed Emily Blunt, ma è in preda a una confusione ideologica frastornante: affida un tema di conflitto di classe a personaggi dai connotati di classe inesistenti, sfotte blandamente i miliardari e poi li presenta come angeli salvatori, ha momenti di un’amarezza coraggiosa che nel finale abbandona per adagiarsi su una morale dolciastra da seminario corporate: tutti possiamo sbagliare, l’importante è rimediare.
È dunque un film a suo modo imperdibile, anzitutto come spaccato della crisi ideologica del capitalismo occidentale, e delle aporie che la nostra cultura di massa non riesce più a eludere.
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