Luoghi e note di Éther, terra di convivenza sonora
Dentro e fuori Arcegno, da oggi il festival di Sheldon Suter
Di Beppe Donadio
Quella che prende il via oggi è la quinta edizione, anche se Sheldon Suter, batterista compositore e fotografo ticinese con ampi sprazzi di vita svizzera ed europea, la prima volta la chiama ancora “edizione zero”. Tale poteva definirsi, d’altra parte, una serie di quattro concerti in solo distribuiti su tre giorni e con offerta libera (o “colletta”), divenuta col tempo una rassegna con tutti i sacri crismi. L’Éther Festival è evento non solo musicale nato in uno dei posti del cuore di Suter, che così nell’ottobre del 2021 parlava a Ticino7 del Mulino di Brumo, ad Arcegno: “È il luogo ideale per potersi ritirare nella propria solitudine e nella natura (...). Apparteneva a una signora inglese, che mi diede il permesso di abitarlo. È il mulino in mezzo al bosco in cui nel 1919 visse anche Friedrich Glauser, ci sono bozze di suoi polizieschi che ne parlano. Un posto un po’ magico che alla fine sono riuscito a comperarmi”.
«Tornando in Ticino, cinque anni fa – ci dice oggi –, mi sembrava ci fosse bisogno di un’iniziativa, anche sociale, perché musicalmente la scena piangeva. Ho pensato a questa proposta, in luoghi in cui non c’erano mai stati concerti e portando generi musicali anche del tutto diversi tra loro, un modo per attirare gente disposta a fare scoperte, che non ama i festival jazz, le settimane di Classica e tutti quegli eventi che col tempo si sono un po’ ‘arrugginiti’». Nuovi generi musicali per un nuovo genere di ascoltatore: «La nostra generazione imponeva specifiche appartenenze, o eri metallaro o eri punk e così via, oggi invece si ascolta un po’ di tutto ed è bello così». Bello è anche «l’incontro tra più musiche che, se affiancate in modo intelligente, si rafforzano», che poi è il ruolo del buon direttore artistico. Suter parla di intuito, ma potrebbe pure trattarsi di gusto, o esperienza.
Si può fare
Di questo ‘osare’, Suter porta come esempio l’evento di chiusura del suo Éther, che vedrà nella stessa giornata (sabato) il connubio musica e poesia di Fabio Pusterla & Terry Blue, il pop di Julie Meletta con Aris Bassetti e l’improvvisazione al vibrafono di Ruud Wiener. In realtà tutti e quattro i giorni di proposta trasudano libertà: nel vernissage odierno convivono l’installazione sonora e visiva di Giuseppe De Giacomi con il pop sperimentale ed elettronico di Junee; domani si segnalano, in coabitazione, la musica popolare ticinese e siciliana di Mattia Mirenda, quella ispirata alle tradizioni tuareg di Anouck Genthon e il freakpop di Tim & Puma Mimi; di venerdì, l’improvvisazione percussiva di Christian Wolfarth, il jazz contemporaneo dei District Five e lo Space cello di Zeno Gabaglio. Di sabato abbiamo detto. Cinque anni fa le location erano solo due, il Mulino del Brumo e la Cappella Gruppaldo, a 5 minuti l’uno dall’altra. Nella prima c’è spazio per 14 persone, «si toccano le ginocchia dei musicisti», dentro c’è qualità acustica da impianti fedelissimi, fuori lo spazio per un’altra decina di spettatori. Col tempo si sono aggiunti la Chiesa di Sant’Antonio Abate (sempre ad Arcegno), il Monte Verità e la Casa Ciseri di Ronco sopra Ascona. Su www.ethermusic.ch c’è il programma completo, evento per evento, luogo per luogo.
A ognuno il suo
Nemmeno quest’anno Sheldon Suter suonerà. «L’ho fatto nelle prime edizioni, più per necessità di cartellone, ora mi sembrerebbe un conflitto d’interessi». È concentrato sul senso di Éther, aperto a musicisti ticinesi, a quelli svizzeri che hanno deciso di vivere in Ticino, ai ticinesi espatriati e «all’esotico», un nome da oltreconfine che quest’anno non c’è. Il senso di Éther è anche coltivare la filiera: «Nel post pandemia, in rete, ci eravamo accorti di essere dipendenti da una filiera di musicisti che veniva da molto lontano, ma ne esiste una più vicina: la Svizzera è zeppa di gruppi interessanti». Al senso di questo festival contribuisce anche il luogo: «È anche il contesto ad attirare pubblico, è la gente del posto, è la natura circostante. I grandi nomi non servono, o meglio, servono solo se non hai la capacità di creare il contesto. Non credo si possa pretendere che il pubblico lo porti l’artista, semmai il contrario. Quando vado a suonare nel club di un posto sperduto della Germania non vengo scelto in base al pubblico che porto. Non sono io il promotore, io sono il musicista».
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