Cabaret Voltaire, ovvero le regole del dadaismo
Di Giovanni Medolago
Appuntamento all’insegna del Dadaismo, oggi alle 18 al Lac nell’ambito della “Vetrina Prismi”, rassegna dedicata alla nuova drammaturgia contemporanea svizzera che presenta testi teatrali inediti e in forma di lettura scenica. L’intento di questa importante iniziativa è quello di far conoscere al pubblico ticinese giovani nuovi autori svizzeri (ma anche drammaturghi e attori) che scrivono per il teatro e i temi sui quali lavorano.
Stasera si potrà così scoprire ‘Cabaret Voltaire, ovvero la Contraddizione’ di Romeo Gasparini, a entrata gratuita (prenotazione caldamente consigliata). Il Dadaismo nasce al Cabaret Voltaire di Zurigo il 5 febbraio 1916, in quella Svizzera oasi di pace nel bel mezzo dell’inutile strage, come Papa Benedetto XV definì la Prima Guerra mondiale. Dada è energia, ferma opposizione, rifiuto e negazione, ma anche poesia, che passa attraverso il gesto incongruo, la paternità collettiva del testo simultaneamente declamato, l’acrobazia linguistica, la glossolalia, l’interferenza dei ritmi e delle sonorità, la commistione di grafica e acustica. Tutti elementi che finiscono in gioiosi calderoni! Nato come detto nel clima di brutalità della Grande Guerra, il rivoluzionario movimento dadaista prese forma a partire da un forte senso di disgusto nei confronti dell’establishment. Dal 1916 alla metà degli anni Venti, da Zurigo il Dada raggiunge Colonia, Hannover, Parigi e passa l’Atlantico giungendo sino a New York. Un nutrito gruppo di artisti che dichiarò guerra alla politica, ai valori sociali e al conformismo culturale, ritenuti complici del terribile conflitto in corso.
Gli artisti dada non erano accomunati da uno stile ben definito, quanto piuttosto dal desiderio condiviso di sconvolgere le strutture della società e i modelli artistici, sostituendo alla logica e alla ragione il caos, l’assurdo e l’imprevedibile. La loro pratica abbracciava teatro sperimentale, collages, fotomontaggi. Del resto, i dadaisti consideravano l’aspetto delle loro opere un elemento secondario rispetto alle idee e alle critiche di cui si facevano portavoci. In questo senso, il Dadaismo – dopo aver tracciato la via del successivo Surrealismo – può essere considerato un precursore dell’arte concettuale. Nascono un po’ dappertutto opere create da alcuni dei più illustri esponenti del Dadaismo, come lo stesso Tristan e Marcel Duchamp (con il vespasiano che già nel 1917 diventa ‘Fontana’), Francis Picabia e Man Ray.
Dada nasce dalle idee di due artisti tedeschi, Hugo Ball e la sua compagna Emmy Hennings. Affittano a Zurigo un locale che sarà poi teatro di performance memorabili. Una di queste potete gustarla in rete cercando “Hugo Ball”. Una curiosità: entrambi moriranno in Ticino: lui a Sant’Abbondio nel 1927, lei a Sorengo nel 1948.
Un confronto tra Tzara e Lenin
A poche ore dalla première abbiamo rivolto alcune domande sia a Gasparini, sia a Massimiliano Zampetti, il quale – dopo alcune co/regie – stavolta sarà da solo a dirigere le operazioni, e in particolare i due protagonisti Igor Horvat (Lenin) e Giovanni Palazzo (Tzara).
Lo spettacolo immagina un confronto tra Tristan Tzara, futuro autore del Manifesto dadaista, e Lenin, futuro artefice della Rivoluzione russa. «Sì, ma nel 1916 sono solo due carneadi che non possono immaginare cosa riservi loro il futuro e passano parecchi momenti a sfidarsi agli scacchi» ha spiegato Gasparini. «Tzara è un avventore abituale, mentre Lenin abita in una viuzza, la Spiegelgasse, a poche decine di metri dal Cabaret. Poi Emmy e Ball lasciano il Cabaret. Lo stesso giorno, il 9 aprile 1916, il 21enne Tzara rileva il locale, mentre Lenin sale sul convoglio che lo porterà verso la gloria: una coincidenza molto Dada! Ho scritto il copione cercando di rispettare le severe regole del Movimento».
Dada è quasi diventato sinonimo di follia, però in realtà c’era una forte critica verso chi – capitalisti e imperialisti – ha portato i popoli a scannarsi tra di loro (vedi Verdun). I venti di guerra impetuosi e sempre più minacciosi che spirano oggi vi hanno spinto a proporre lo spettacolo? «Certo, proprio all’inizio c’è un accenno a quanto abbiamo sotto gli occhi, purtroppo da anni» ha risposto Zampetti. «A me l’input l’ha dato ‘Carte d’artisti: le Avanguardie’, libro del critico d’arte e saggista Mario de Micheli, una lettura che mi ha davvero appassionato» ha aggiunto Gasparini.
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