Le poesie di tutta una vita
Stavano dentro una scatola, su foglietti, cartoncini, tovaglioli e carta igienica, ora sono in ‘Scrivere il cielo’, l’ultimo libro di Roberto Vecchioni, per Einaudi
Di Piergiorgio Morgantini
Per presentare la recente pubblicazione ‘Scrivere il cielo’ (Einaudi 2026) inizio con le parole con cui il celebre cantautore e insegnante apre questo libro di poesie che ha la caratteristica di vederle proposte al contrario nel tempo, a partire dalle recentissime fino a quelle scritte da adolescente, perfino qualcuna da bambino: “Perché mai uno, che poi sarei io, dopo sessant’anni di onorata carriera come spregiudicato e appagato cantautore e sopportabile narratore, dovrebbe a ottantadue anni mettersi in testa di pubblicare le poesie scritte nell’arco di un’intera vita?”. Vecchioni racconta che il punto di partenza è il ritrovamento di una scatola caduta per terra per caso spostando alcune enciclopedie: si sono sparpagliate una quantità di poesie scritte negli anni, su foglietti, cartoncini, tovaglioli, perfino su pezzetti di carta igienica. Questo ritrovarsi nelle parole gli ha fatto venire voglia di rileggerle e scoprirsi, uguale e diverso, come in mille differenti specchi. Da lì l’idea di ridare loro luce pubblicandole a ritroso, dalle più recenti conservate altrove, fino alle prime degli anni Cinquanta messe da parte dalla mamma: un modo di ritrovare un io straripante che però si specchia nella vita di tutti gli altri, quando è amore, dolore, speranza.
Il rapporto tra poesia e cantautorato non è mai stato facile: De André sosteneva che se fosse stato poeta le parole avrebbero finito per soverchiare la musica e che, se fosse stato musicista, sarebbe capitato il contrario. Affermazione un po’ perentoria, del resto egli in fondo ci teneva a essere considerato poeta, anche se è indiscutibile che una poesia non è una canzone perché le parole da sole devono creare ritmo, suono, e soprattutto emozione. Allora posso dire che le poesie di Vecchioni sono quasi sempre molto diverse dai testi delle sue canzoni, anche se i temi, il modo di sentire e raccontare il mondo sono gli stessi, anche la voce di fondo. L’impressione, leggendo il libro, è che il professore nasca come poeta, e su questo tipo di sensibilità sviluppi poi i testi e la melodia delle canzoni. Ricordo anche che aveva già pubblicato un libro di poesie giovanili (1960-1964) dal titolo “Di sogni e d’amore” (Frassinelli 2007), composizioni che in parte troviamo in questa antologia di una vita, e soprattutto un piccolo libretto in tiratura limitata di 300 esemplari a fini benefici dal titolo molto bello: “Volevo. Ed erano voli”. Non è semplice pubblicare poesia perché rende poco o niente, in questo caso la notorietà aiuta.
Arrigo
Il volume è strutturato in periodi: 2025-2020, 2020-2010 e così ogni dieci anni, fino ad arrivare a quelli più distanti 1960-1950 (Vecchioni è nato nel 1943). Ogni parte è introdotta da alcune considerazioni generali su quel periodo e dalla spiegazione sommaria di alcune poesie. Ciò rende la lettura piacevole, anche per chi di solito ritiene la poesia troppo criptica o incomprensibile.
Le poesie degli ultimi anni sono certamente le più mature a livello di forma, il contenuto più filtrato; un esempio possono essere alcuni versi in cui il professore ricorda il figlio Arrigo, morto suicida dopo una malattia psichica il 17 di aprile del 2023. Ci sono date che sono come un nuovo inizio, ben sapendo che niente sarà più come prima: “Ora sì, non ha più paura, / si volta, sorride, scolora, / svanito il rumore, / c’è solo nell’aria /profumo di sandalo, / ora.” Le poesie dei decenni precedenti riflettono i vari momenti della vita di Vecchioni, la forma poetica sempre più esplicitamente legata alle esperienze esistenziali e artistiche: dai recenti successi e riconoscimenti fino a periodi vissuti con grande sofferenza: “Finché mi ha retto la maschera / di buffone ho incantato platee, / ho imitato i sogni, ho simulato idee”. Anche anni di ricerca del proprio ruolo di cantautore rispetto al mondo della poesia: “Chi vuoi mai ascolti / lontano? / Perché? / Perché la vita è un vino / nel bicchiere del silenzio”. Procedendo a ritroso si arriva all’incontro con la nuova moglie che pone fine a periodi sofferti e decisamente alcolici; interessanti le riflessioni su Dio, argomento costantemente presente nel percorso creativo del professore: “Sospetto che il postino / nasconda le lettere di Dio / per costringerci continuamente / ad amare.”
Perché il pensiero non scappi
Arriviamo progressivamente agli anni 1970-1960: sono quelli di poesie che imitano i poeti di fine Ottocento, buttate giù in grande quantità perché il pensiero non scappi. Eppure anche di composizioni notevoli come la splendida “Di te”: “Il falso / e l’incerto sorriso / nelle mattine / fredde / alluvionali, / quando t’alzavi / e bevevi caffè bollente / prima della nebbia, / dove c’incontravamo / nei pressi di un miraggio; / un palazzo alto, / come il risveglio chiaro, / immenso risveglio / a sfilare sottile / fra i tuoi denti di bimba / e la fronte pallida, / l’ingenua, semplice frangia / dei tuoi capelli a tratti, / nella gente d’ufficio, / tremanti / per un breve ritardo / e la paura di un’insegnante torva, / bieca, svegliatasi male / per un reumatismo alla spalla : / questo / vorrei portarmi dietro / di te / ora che si fa buio, / ora che non ti posso vedere. / Di tutto il resto / ho sognato, / hai sognato, / non sono stato, / non sei stata”.
Le poesie 1960-1950 sono quelle di un ragazzino, un po’ Leopardi e un po’ Pascoli, con tanto di “Deh, morte!”, “odo fischiare augelli”, “avvolgea il cielo”, e di amore per la mamma: “Mia mamma è come un fiore di giugno, un giglio, che è anche del suo figlio”. Così diverso a settant’anni di distanza quel figlio, eppure già con lo stesso bisogno di cercare, di capire, di dare un senso, come cantava, a ogni albero nel bosco. In fondo il tutto si può riassumere nelle parole che scriverà, un po’ di anni dopo, in una canzone per la prima figlia Francesca: “… e invece tu grida forte, la vita contro la morte”.
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2026-06-09T07:00:00.0000000Z
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