Corpi umani e glaciali in sincrono movimento
Arriva al Foce ‘Rimaye’, che accosta il linguaggio performativo-coreografico a una ricerca scientifica e storica sui paesaggi montani in mutamento
Di Cristina Pinho
Una presa di coscienza precisa, quasi brutale, che agisce come un innesco per un’indagine poetica: «Ci siamo resi conto che ci troviamo in un momento della storia in cui la nostra aspettativa di vita in quanto esseri umani coincide con quella dei ghiacciai dell’arco alpino che, più o meno nel lasso di tempo di un’ottantina d’anni, saranno estinti». Illustra con queste parole Silvia Dezulian la riflessione all’origine di ‘Rimaye - Un disvelamento materico’, spettacolo di danza della compagnia trentina AZIONIfuoriPOSTO che ha contribuito a creare insieme a Filippo Porro, in scena mercoledì 22 aprile al Teatro Foce di Lugano (ore 20.00). Tappa ticinese di un tour che ha celebrato nel 2025 l’Anno internazionale per la conservazione dei ghiacciai proclamato dall’Onu.
Entrare in empatia
«Questa consapevolezza ha iniziato a farci ragionare su quali punti in comune può avere il corpo umano con i corpi glaciali, partendo dai movimenti, dalle spinte, dai suoni», articola Dezulian. Così il ghiacciaio diventa una presenza con cui entrare in relazione. «All’inizio è stata una fascinazione – specifica Porro –. Dopo un’escursione siamo rimasti colpiti dal ghiacciaio, e da lì abbiamo iniziato ad approfondire il tema, lavorando con glaciologi, geologi, istituzioni». Il progetto si è costruito attraverso un intreccio di pratiche: uscite sul campo, raccolta di materiali, confronti con enti di ricerca. «L’idea era conoscere il più possibile la materia per restituire in scena questo parallelismo basato su un tempo reso ora comparabile. Abbiamo allora cercato di entrare in empatia col ghiacciaio sia dal punto di vista del movimento, in quanto compagnia di danza legata all’espressione del corpo, sia dal punto di vista più filosofico ragionando sulla forza e la fragilità dell’umano e dell’ambiente».
Si apre poi un altro livello di ricerca: quello della memoria. Il ghiacciaio, in questo senso, appare come un archivio: conserva tracce, le trattiene per decenni o secoli, e nel momento in cui si fonde le restituisce. Allo stesso modo, il corpo umano è attraversato da memorie stratificate, che emergono, si trasformano, si trasmettono. «Abbiamo lavorato tanto sulla nostra memoria personale, familiare e anche genetica – spiega Dezulian – così come sulla memoria che rimane intrappolata nei ghiacciai e che sta sempre più venendo fuori in questo periodo di fusione». Il punto di incontro è nella loro esposizione al tempo: entrambe sono destinate a modificarsi, a disperdersi, a lasciare tracce parziali. Concretamente, i danzatori, tutti trentini cresciuti in montagna, hanno portato in scena ognuno il proprio vissuto: «L’infanzia tra la neve, il gioco, esperienze a cui probabilmente un bambino o una bambina del futuro non potrà accedere con la memoria diretta».
Un legame intergenerazionale
In scena c’è anche Dorotea, figlia di nove anni dei due autori, che quando lo spettacolo ha debuttato ne aveva sette. «L’idea era creare un legame intergenerazionale – racconta Porro –, provare a trasmettere qualcosa. Dare un lascito di che cos’è il paesaggio montano, di cosa è stato nella nostra infanzia, per cercare di portarlo avanti anche quando non ci sarà più». Insomma, un passaggio di esperienza. «Per simbolizzarlo c’è anche la voce della bisnonna di Dorotea di novantaquattro anni – evidenzia Dezulian – da cui nostra figlia impara alcune cose. Si crea così un collegamento che mette in evidenza come un gesto appreso oggi possa essere portato avanti, attraversando le generazioni». Il tempo, a questo punto, non è più soltanto una misura biologica o geologica, ma una rete di trasmissioni. «Quello che facciamo ha una ricaduta che va oltre noi – osserva Porro –. C’è l’idea di proiettarsi oltre la singola esistenza: ciò che riceviamo da chi abbiamo conosciuto può continuare a vivere attraverso di noi e attraverso chi verrà dopo». È una sorta di messaggio ecologico, ma non dichiarato, precisa Dezulian: «Le nostre azioni continuano ad agire. Sta a noi decidere come». Il titolo dello spettacolo raccoglie e rilancia tutte queste tensioni. “Rimaye” è un termine alpinistico, oggi poco usato, che deriva dal latino rima, “crepa”. Indica il crepaccio terminale del ghiacciaio, lo spazio che separa il ghiaccio in movimento dalla roccia. «Ci interessava proprio quel vuoto – rileva Porro –. È una zona intermedia, tra qualcosa che cambia e qualcosa che sembra ferma». Ma è anche ciò che resta quando il ghiacciaio si ritira: una traccia negativa, un segno della sua assenza. «Le valli in cui viviamo sono state formate anche dai ghiacciai, il paesaggio attuale porta ancora l’impronta di questi colossi e continuerà a farlo anche quando saranno scomparsi». “Disvelamento materico” indica invece il processo di rendere percepibile una materia. «È il tentativo di disvelare una parte di questa creatura enorme di ghiaccio, del suo significato e della sua funzione, di ciò che è e di ciò che continuerà a lasciare anche una volta scomparso».
In relazione diretta con il territorio
La compagnia AZIONIfuoriPOSTO nasce a Trento nel 2019, con una pratica inizialmente legata allo spazio aperto. «Le prime creazioni erano pensate per il paesaggio – ripercorre Dezulian –. Abbiamo dato vita a performance e spettacoli all’esterno, un po’ per necessità e un po’ anche in questo caso per fascinazione, entrando subito in una dinamica di scambio con i luoghi e con le persone che li abitano, e spesso includendo anche spettatori casuali». ‘Rimaye’ segue un percorso inverso: prima un periodo di esplorazione sui ghiacciai alpini – «un’estate con sei uscite fra Trentino, Veneto, Lombardia e Valle d’Aosta» – poi la trasposizione in teatro. «È uno dei primi lavori pensati per uno spazio chiuso, ma mantiene una forte connessione con l’esterno. In relazione a esso abbiamo sviluppato anche laboratori e piccole performance in quota», spiega Dezulian. C’è dunque un continuo andirivieni dai luoghi d’origine, tenendo attivo il rapporto con il paesaggio. A tal proposito per i due autori portare lo spettacolo in Ticino significa inserirlo in un contesto particolarmente ricettivo alla materia trattata. «Quello svizzero è un ambiente sensibile alla questione dei ghiacciai – osserva Porro –. Mentre ci siamo accorti che altrove è percepito quasi come un tema esotico. Ma non dovrebbe essere così, perché ci riguarda tutti».
CULTURE E SOCIETÀ
it-ch
2026-04-20T07:00:00.0000000Z
2026-04-20T07:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281925959596586
Regiopress SA