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Le storie bislacche di Bertille Bak

Hanno la forma delle favole e il tramite dell’ironia, quale miglior modo per denunciare le assurdità del mondo. ‘Voci dalla terra’, da domenica a Ligornetto

Di Beppe Donadio

Le signore non più giovanissime con giganteschi retini acchiappafarfalle in mano e lo sguardo rivolto verso il cielo hanno così tanto di teatrale che quello di ‘Bertille Bak. Voci dalla terra’ potrebbe essere il flyer promozionale di una commedia francese di successo. Una commedia degli equivoci, dove l’equivoco è che c’è davvero poco da ridere. Semmai il contrario, visto quanto l’aver curato questa mostra (che si apre domenica ma che avrà il suo vernissage domani alle 17) ha toccato la sua curatrice, Antonia Nessi. “Quelle di Bertille Bak sono state definite ‘favole bislacche’”, spiega la direttrice del Museo Vincenzo Vela di Ligornetto, che ospita l’esposizione, citando i film di Jacques Tati, essi stessi “favole nelle quali però si denunciano realtà terribili”. Non è un caso che le opere dell’artista francese – video, disegni, installazioni – siano in dialogo con la collezione del museo e in particolare con Le vittime del lavoro di Vincenzo Vela.

Nord-Pas-de-Calais

Le comunità dimenticate, marginalizzate o silenziate sono la materia di Bertille Bak. Per capire il suo lavoro bisogna immaginarsela nipote di minatori polacchi emigrati a Barlin, nel Nord-Pas-de-Calais, regione francese con un piede nella Manica e un altro nel Belgio. Lì, visitando i nonni, la piccola Bertille è entrata in contatto con una comunità mineraria di polacchi, belgi, algerini, marocchini e italiani, punto d’inizio – una volta diventata adulta – di un lavoro che riguarda anche altre comunità, anch’esse nelle sale del museo. Restando a quei minatori. Nella sezione Corons, sopra rotoli di carta è disegnato un censimento delle case dei lavoratori del Nord-Pas-deCalais, abitazioni più tardi ristrutturate o addirittura demolite, qui ricostruite con i ricordi dei lavoratori ancora in vita o dei relativi discendenti. Questo monumento alla memoria diventa ancor più vivo nella stanza successiva: per il video Tu redeviendras poussière (Tornerai polvere) Bak ha scritturato gli anziani minatori di Barlin o le vedove di chi non c’è più e girato con essi un film sulla silicosi, la malattia del minatore, causata dall’inalazione delle polveri di silicio. Lo ha fatto, è vero, à la Tati, enfatizzando l’ambiguità di un sistema che minimizza i danni della silicosi per far la cresta sugli indennizzi.

Facciamo un gioco?

Infanzia sono i gessi di due bimbi ‘prestati’ da Vela per essere “simbolo dell’innocenza inghiottita dal sistema” (Bak). Nella sala successiva, in Mineur Mineur, senza il minimo pietismo Bak ‘traveste’ da gioco la sotterranea quotidianità dei minatori minorenni indiani, indonesiani, tailandesi, boliviani e malgasci. La storia si dipana dentro cinque schermi per altrettanti video sincronizzati: se trasportiamo i nostri giocosi ricordi di labirinti e cunicoli a quelli percorsi dai piccoli schiavi in cerca di materiali preziosi, ecco l’effetto-denuncia, complice un movimento da ruota del criceto che porta i bimbi dal buio sottostante alla luce soprastante e ritorno. Vicino agli schermi, il percorso dei cunicoli è visualizzabile nell’installazione This mine is mine, grazie a neon colorati.

Bleus de travail (il blu delle tute da lavoro degli operai) è idea nata dai pulcini colorati artificialmente scoperti dall’artista in un mercato marocchino, da cui l’omonimo video, spietatamente chapliniano. Boussa from the Netherlands (Baci dai Paesi Bassi, ‘boussa’ è ‘bacio’ in arabo) è la colta presa per i fondelli del circuito dei gamberetti pescati in acque olandesi, spediti in Marocco per essere sgusciati a basso costo e poi rispediti al mittente per essere cucinati. In un primo video, vere sgusciatrici marocchine dipendenti di una ditta olandese fanno una gara di velocità di sgusciamento. E siccome del gamberetto, come del maiale, non si butta via niente se non (nel gamberetto) gli occhi, questi vengono essicati, verniciati e messi dentro assurde bottiglie-souvenir, oggetto di installazione a sé. Assurdo è pure, nel secondo video, ascoltare L’Internazionale cantata in una strana lingua da lavoratrici vestite da sirene.

Il nostro percorso insieme alla curatrice e all’artista si conclude nell’ultima sala, Nature morte. Il video ci mostra all’opera le signore del flyer, quelle coi retini e il naso all’insù. Attendono, come una manna che dovesse cadere dal cielo, i fiori che arrivano in Francia dalla Colombia per “colmare il nostro quotidiano bisogno di romanticismo ormai sbiadito” (Nessi). Tra tulipani decapitati e altro surrealismo, va in scena la denuncia di una logica estrattivistica che dai minerali si estende al mondo vegetale. In questa sala d’altri tempi tappezzata da carta da parati d’altri tempi, alle pareti sono appese 127 cornici con vetro bombato sotto il quale – alla maniera delle corone funerarie ottocentesche – stanno specie vegetali risalenti all’epoca di Vela, ormai estinte. Arrivano da una stampante 3D e sono bianche come i gessi di Vela.

L’Acchiappabambini

La grazia di Bertille Bak si discosta dal graffio della sua denuncia. Dev’essere quella timidezza di fondo che accompagna le persone geniali. Non vi è cinismo in lei, «semmai l’ironia, le incongruenze volute e un po’ di follia». Così ci spiega, dopo l’incontro, il suo approccio a temi pesanti come macigni. Lavora a «una narrativa che si distacchi dal militantismo e dalla politica strumentalizzata», crede in «una sorta di resistenza». La sua arte ha tempi lunghi: «Vivere sul posto con i protagonisti dei miei lavori è la modalità più bella». Con le donne marocchine che sgusciano gamberetti ha vissuto due anni, per Mineur Mineur, realizzato a distanza durante la pandemia, sono stati due anni di WhatsApp. Difficoltà? «Sì, nel Nord-Pas-deCalais ad alcuni non è piaciuto che parlassi di silicosi, ma è stato importante raccogliere quelle storie finché erano a disposizione». Per raccontarle a modo suo, una favola per volta, che a volte le istituzioni – le favole – nemmeno le capiscono. Parallelamente alla mostra viaggia l’approfondimento intitolato come l’altorilievo veliano, una raccolta di testimonianze e materiali legati al traforo del San Gottardo. Parallelamente viaggiano anche gli eventi collaterali, tutti su www.museo-vela.ch.

C’è un’ultima sala di cui dire, il coup de théâtre che noi abbiamo vissuto alla fine ma che il visitatore vive all’inizio. È giusto di fronte alle Vittime del lavoro di Vela, s’intitola Le berceau du chaos (La culla del caos) ma Bertille Bak preferisce ‘L’Acchiappabambini’. È il mostro camuffato da giostra che cattura l’infanzia e la consegna allo sfruttamento. È accompagnato dai suoni di luna park di periferia, noi li abbiamo sentiti così, e da una melodia che a un certo punto diventa dissonanza pura e la favola finisce.

Nella miriade di messe in dialogo tra opere che non sempre hanno molto di cui dirsi, qui la giostra e le Vittime si parlano eccome. Quella di Bertille Bak è “una riflessione sull’utilità morale dell’arte, è qualcosa in cui l’artista crede, e in cui credo anche io”, dice Nessi. E in cui crediamo anche noi.

CULTURE E SOCIETÀ

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2026-04-24T07:00:00.0000000Z

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https://epaper.laregione.ch/article/281925959605295

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