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Lo scrittore e la farfalla

Ricordi di autori incontrati di sfuggita e rimasti

Di Alberto Nessi

Stamattina ho pensato a Peter Bichsel. Ci sono scrittori ai quali si pensa, altri che si vorrebbero rimuovere dalla mente, ma non si può, e forse non si deve. Fra i primi metto due scrittori svizzeri, Markus Werner e Peter Bichsel. Il primo conosciuto a Parigi, il secondo a Tremona, in casa di amici. E poi ce n’è un terzo, sempre svizzero ma di lingua francese. Nicolas Bouvier, visto di sfuggita una volta per le strade di Soletta, dove ci siamo dati un’occhiata. Ma è bastata quell’occhiata per capire tutto, come capita a chi s’innamora.

Markus è diventato amico, anche se viveva lontano da me. Conservo qualche sua riga autografa, scritta da lui con la grafia di uno di quegli insetti dalle zampe esili che passeggiano sugli stagni. Su di lui ho anche scritto un articolo per un settimanale ticinese. Quando lo vidi, al Kurhaus di Cademario, mi disse che il testo gli era piaciuto, ma non il ritratto fotografico che la redazione aveva voluto pubblicare. Gli dava fastidio la sua immagine, non voleva fraternizzare con lei.

Peter non era mio amico, ma è come se lo fosse diventato, perché mi piacevano le sue storie. Quelle del ‘Lattaio’, per esempio, comprate per poche lire in una libreria Remainders in Galleria a Milano. Mi piacevano perché non raccontavano niente. Il contrario di quelle che puntano tutto sulla trama, sul plot, sul come va a finire. La cosa bella di Bichsel è che racconta e basta, senza tirarsela. Un po’ come fa Robert Walser. Stamattina ho pensato a lui, alla sua voce lamentosa, non la voce di uno scrittore virile che ha vissuto molte avventure e ne riempie le pagine. Peter. Lo chiamo semplicemente così, perché la sera che siamo stati insieme mi pareva un bambino: ripuliva il piatto degli spaghetti al pomodoro con il dito, come fanno i bambini, e ho pensato alle sue ‘Kindergeschichten’. Non ricordo cosa diceva con quella sua vocetta, un po’ perché il tedesco lo so poco, un po’ perché non è importante; importante è la musica di quella serata.

Invece ricordo ciò che ci siamo detti, Markus ed io, in quel bar parigino davanti a un mezzo di rosso. Ci siamo detti che, se si vuol scrivere, è meglio stare lontani dagli scrittori vivi quando si trovano tutti insieme nei convegni letterari, e vicini alle loro pagine quando siamo soli. La stessa cosa mi viene in mente, stamattina, se penso a Jürg Federspiel, incontrato un secolo fa a Soletta. È stato lui a dirmi di smettere di scrivere versi e di darmi alla prosa. Io un po’ gli ho dato retta, un po’ no; e quando abbiamo finito la bottiglia mi sono ritirato nella mia camera e ho scritto una poesia.

Ma voglio tornare un momento a Peter Bichsel, il primo scrittore a farmi visita stamattina. Lo ritrovo nelle pagine di piccolo formato del libricino ‘Il lettore, il narrare’ tradotto nel 1982 per Aelia Laelia da Giorgio Messori (ecco un altro scrittore che vi segnalo). A pagina 71, si parla di “quello stato d’animo da cui nascono le storie: la tristezza di fronte alla caducità delle cose e della vita”. Qualcosa di simile dice Freud, a proposito della bellezza destinata a perire, in un famoso scritto del 1916. E a pagina 82 dello stesso piccolo libro pubblicato da una piccola casa editrice, si legge: “la caratteristica principale di una storia è il narrare (Bichsel, che confessa di conoscere pochissimo la lingua italiana, diceva che gli piaceva la parola “narrare”, tutte quelle “r” gli davano l’impressione di tante bocche che si aprono per parlare, per raccontare qualcosa). Facendo un passo indietro – il bello dei libri è che si può andare avanti e indietro come si vuole –, a pagina 40 si dice: “È incontestabile che la lettura cambi il rapporto con la realtà. Ma è anche risaputo che la nostra epoca considera ogni mutamento con la realtà pericoloso per l’ordine costituito”. Da parecchio tempo non leggevo più parole così esplicite.

Scrivo queste cose adesso, pensando a scrittori conosciuti appena, mentre una farfalla bianca vola come ebbra dal filadelfo all’edera, dall’aquilegia sfiorita al ciliegio che nasconde poche ciliegie rosse tra le fronde. Una farfalla che s’inebria di bellezza e perde l’equilibrio come gli ubriachi, fa grandi sterzate improvvise. Anche lei racconta una storia. La guardo, ammirato, dalla mia postazione. E anche un po’ disincantato: non sarò mai capace di raccontare come lei.

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