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Il nazionalismo bianco in bianco e nero

Il fotografo Mark Peterson racconta ‘White Noise’, il suo progetto sulla normalizzazione del razzismo negli Usa. A Bellinzona per Babel fino al 31 ottobre

Di Ivo Silvestro

Simboli nazisti, cappucci bianchi, braccia tese, raduni anti-musulmani: mettono a disagio alcune delle immagini del progetto ‘White Noise’ del fotografo americano Mark Peterson. Altre immagini, tuttavia, appaiono più quotidiane, quasi banali: ed è questo a colpire ancora di più. Peterson ha dedicato questo progetto proprio alla normalizzazione del suprematismo bianco, delle voci che invocano la creazione di uno Stato etnico in America. Una selezione di fotografie è esposta, fino al 31 ottobre, allo Spazio 5b di Bellinzona in occasione di Babel che ha ospitato anche Claudia Rankine, che ha scritto la prefazione al libro ‘White Noise’.

Mark Peterson, ‘White Noise’ è nato subito dopo le elezioni del 2016 e la prima vittoria elettorale di Trump. Dieci anni dopo, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, come guarda a quelle fotografie?

“What is Past is Prologue” è inciso alla base della statua “Future” fuori dai National Archives, a Washington. Guardo queste foto in questo modo. Molto di quello che la gente in queste immagini diceva nel 2017 e nel 2018 è oggi diventato la politica del governo Trump.

Un adolescente, Dylann Roof, andò su Internet, digitò “black on white crime” e finì su un sito razzista pieno di disinformazione, dove si radicalizzò. Nel giro di un anno circa Roof andò a un gruppo di studio biblico in una chiesa nera a Charleston – una chiesa dove non era mai stato prima – e pregò con il gruppo per un’ora prima di tirare fuori una pistola e uccidere nove persone. Questo progetto include le foto degli uomini che radicalizzarono Roof, e che ancora oggi restano in contatto con lui per lettera.

Ha fotografato leader del Ku Klux Klan nelle loro case. Come si entra in una stanza così? Cosa dice a chi le apre la porta, e cosa promette, se promette qualcosa?

Come con qualsiasi politico o persona che fotografo, li contatto per telefono o su Internet. Quasi tutte le organizzazioni o i singoli hanno account sui social che, con un po’ di ricerca, si riescono a trovare. Molti dei membri del Klan e dei neonazisti che ho fotografato vivevano nelle città del nord degli Stati Uniti, e volevo fotografarli nelle loro case per mostrare che erano americani della classe medio-alta – per far vedere che il Klan o i neonazisti sono ovunque in America, non solo nei trailer park, i parchi di case mobili del Sud povero americano.

Queste persone si mettono in posa: vogliono che si vedano la svastica, il cappuccio, il braccio teso. Quando pubblica quella foto, non gli sta dando esattamente quello che cercavano?

Non sono sicuro di cosa cercassero... dovrebbe chiederlo a loro. Questi gruppi sono attivi e fanno quello che fanno, fotografati o no. L’idea che esistano solo perché i media li fotografano non è vera. Ci sono stati periodi, in passato, in cui i leader dei diritti civili chiesero al ‘New York Times’ e ad altre testate di non scrivere sul Klan. I giornali lo fecero, e in quel periodo i gruppi riuscirono a crescere ancora di più, nell’oscurità della mancata copertura mediatica. Oggi hanno Internet, i podcast e X, e ignorare il loro peso nel mercato delle idee sarebbe come pensare che il cancro sparisca se lo ignori.

Nel libro del progetto, Claudia Rankine scrive di un razzismo che si nasconde dentro il linguaggio. Lei fotografa l’opposto: un razzismo visibile, che vuole essere visto, che indossa il cappuccio e sfila per strada. Quale pensa che faccia più danno, oggi, in America?

Non possono essere entrambe le cose, quello che scrive Claudia e quello che ho fotografato io? Claudia è una scrittrice brillante. Lei ha menzionato solo le immagini più esplicite di razzismo nella mostra. Spero che abbia guardato anche le foto dei politici e dei miliardari che fanno parte del progetto. Fanno eco a questi stessi punti di vista. Ed è importante che quelle foto siano nella mostra. Negli Stati Uniti il 10-15% della popolazione non crede che l’Olocausto sia avvenuto. E tra i giovani la percentuale è ancora più alta. Succede perché questi gruppi, insieme a certe voci politiche, diffondono disinformazione in tv e nel buio del web.

Per chi sono queste fotografie?

Per chi vede già il nazionalismo bianco come una minaccia? O per chi pensa che il pericolo sia esagerato?

Spero siano per entrambi. Vorrei che le vedesse il maggior numero possibile di persone, di ogni orientamento politico.

Le fotografie sono in bianco e nero duro, ad alto contrasto, scattate da vicino e spesso con il flash. È il linguaggio visivo classico della fotografia documentaria americana. Perché dare al razzismo proprio quell’aspetto, invece di qualcosa di più freddo e distante?

Non vorrei contraddirla, ma la fotografia documentaria americana classica non usa il flash – nella maggior parte delle scuole di fotogiornalismo insegnano a essere oggettivi, un osservatore invisibile, come una mosca sul muro. Io invece voglio lavorare da vicino, così lo spettatore, il pubblico, viene portato dentro la situazione. Non sono oggettivo, ho un punto di vista. Lo faccio con tutto il mio lavoro, che siano ritratti ravvicinati di politici o foto nel mezzo di una convention o di un comizio.

Porta questo lavoro in Svizzera, a un festival dedicato alla letteratura e al linguaggio. Cosa si aspetta che un pubblico europeo veda in queste immagini?

Penso che l’Europa stia vivendo molto di quello che sta attraversando l’America. La crescita di partiti di destra come l’AfD in Germania, Le Pen in Francia e in altri Paesi. Sono tutti guidati da un razzismo anti-immigrazione, lo stesso che diceva Trump quando annunciò per la prima volta la sua candidatura alla presidenza.

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