Una vita dentro e fuori di sé
Fa molto parlare il nuovo libro di David Szalay, ‘Nella carne’, pubblicato in italiano da Adelphi e vincitore del prestigioso Booker Prize
Di Enrico Lombardi
“È un libro cupo, a volte, ma è una gioia leggerlo”. Sono le parole lapidarie del noto scrittore irlandese Roddy Doyle, presidente del prestigioso premio inglese Booker Prize assegnato al romanzo ‘Flesh’ di David Szalay, diventato subito oggetto di culto e tradotto in italiano con il titolo ‘Nella carne’ da Anna Rusconi per le edizioni Adelphi. È il sesto libro pubblicato dal cinquantunenne autore anglo-ungherese, che scrive in inglese e che è fra l’altro già stato anche ospite di richiamo nel 2021 della rassegna Chiassoletteraria. Aveva allora al suo attivo una precedente candidatura al Booker Prize per la raccolta di racconti ‘Tutto quello che è un uomo’ (Adelphi, 2017) in cui già emergeva la sua spiccata attenzione per l’universo della ‘mascolinità’ e, come ebbe a dire a Chiasso, la propensione per una scrittura “influenzata in modi diversi dai film e dalla televisione, sia nel modo di concepire che di, in un certo senso, “vedere” delle storie […], entrare in contatto con le esperienze soggettive, con la vita delle persone”.
‘Okay’, ‘non lo so’
In effetti, ‘Nella carne’ è un romanzo fatto sostanzialmente di dialoghi, stringati, asciutti, fino all’estremo di singole parole, sillabe, semplici suoni. Per 184 volte ricorre, ad esempio la parola “okay”, per decine e decine di volte i vari personaggi dicono, parlandosi “non lo so”. Il protagonista del libro, Istvàn, cresce in Ungheria con la madre; poi si trasferirà a Londra, dopo aver fatto da militare volontario la guerra del Golfo e averne subito tutti i traumi. Ma i traumi cominciano ben prima: con un’adolescenza fatta di dolorosa solitudine anche e soprattutto nello scoprire il proprio corpo, le forme e le modalità in cui cresce e si sviluppa, specie dal punto di vista della sessualità, cui lo introduce una donna matura altrettanto sola (nonostante il marito). Dopo il primo bacio con lei, Istvàn, quindicenne, si rende conto che “non ha nessuno a cui raccontarlo. E anche se l’avesse, cosa potrebbe raccontare? Che ha baciato una vecchia e brutta come lei?”.
Così, fra silenzi e assensi, la vita di Istvàn procede già da subito come segnata da un vuoto sentimentale colmato da un’irrefrenabile fisicità, a volte vissuta passivamente a volte inflitta in momenti d’ira e di rabbia capaci di scatenarsi in vera e propria violenza. Ecco dunque che in pace o in guerra, in Ungheria come a Londra, pur crescendo e acquisendo esperienze apparentemente formative, specie sul versante erotico, Istvàn pare continuare a subire la vita, o esserne un interprete totalmente irrisolto, quasi inconsapevole. Come trascinato dagli eventi e dalle fortuite circostanze, maturerà fino a trovare un buon lavoro di autista privato che lo condurrà a una relazione decisiva (forse) con una donna sposata con un anziano milionario. Istvàn ne diventa prima l’amante, poi, alla morte del ricco imprenditore, addirittura il marito a pieno titolo, introdotto a poco a poco nella jet society londinese, fra cene con ministri e vernissage con il gran mondo artistico. Istvàn è amato dalle donne (e a volte ricambia), guardato con sospetto dagli uomini; lui, di sé, non sa cosa dire, né spiegare alcunché delle scelte di vita che fa, quasi da spettatore, a volte, della propria esistenza.
Maestro della sottrazione
‘Nella carne’ racconta un itinerario biografico lungo una quarantina d’anni (dagli ’80 ai nostri giorni) attraverso le azioni, le scarne e scarse parole che muovono il protagonista a fare o non fare, a godere o a soffrire. Nel libro, la definizione della complessità psicologica del protagonista è lasciata alla sensibilità del lettore, cui è dato di interpretare parole e comportamenti còlti dentro i dialoghi, o recuperare i salti temporali lasciati in sospeso in un capitolo per ritrovarli, a frammenti, nei capitoli successivi. Ma niente paura, non è esercizio difficile e complicato, o almeno non lo è più di quanto non lo sia definire le ragioni profonde della vita di ciascuno di noi. David Szalay è un maestro della sottrazione, dell’ellissi, dell’essenziale che sta dentro una parola o un silenzio. Si potrebbe dire che racconta senza farlo esplicitamente, lasciando all’incontro fra i personaggi il ruolo di specchio della complessità psicologica in cui consiste ogni rapporto, con sé e con gli altri. Istvàn è un uomo che non sa fare i conti con la propria natura maschile, non la capisce e ne viene soverchiato; a volte ne trae beneficio, anche piacere, altre volte la subisce fino a reprimerla e a deprimersi. Sì, ‘Nella carne’ è un libro cupo, per dirla ancora con Doyle, ma ‘cattura’, non senza qualche strizzatina d’occhi verso il lettore/spettatore, come fosse un film, di quelli da consigliare agli amici.
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2026-01-15T08:00:00.0000000Z
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