Prospettive dinamiche di Simona Bertozzi
La danza al museo tra arte, musica e performance. Incontriamo la coreografa italiana, atto conclusivo della Festa danzante ticinese che si apre domani
di Gabriella Gori
Al Museo d’Arte di Mendrisio la danza di Simona Bertozzi e la musica di Luca Perciballi dialogano con le opere di Felice Varini in Moving Perspectives. Una performance site specific creata ad hoc per l’importante retrospettiva dedicata all’artista ticinese e inserita negli appuntamenti di chiusura del 10 maggio della 21esima edizione di Festa danzante Ticino, sotto l’egida di Reso - Rete Danza Svizzera. Danzatrice e fondatrice della Compagnia Simona Bertozzi/Nexus, la coreografa è presente con i suoi lavori in accreditati circuiti italiani ed europei e vanta prestigiose collaborazioni e significativi riconoscimenti per la sua ricerca sulle potenzialità espressive della danza contemporanea a contatto con le arti performative.
Simona, non è la prima volta che Lei è ospite di Festa danzante. Nel 2016 si è esibita in Animali senza favola al Teatro Foce di Lugano e ora partecipa di nuovo a questa kermesse ‘ballerina’.
Ricordo con piacere la passata esperienza e questa di adesso è un felice ritorno. Ringrazio Tiziana Conte, coordinatrice di Festa danzante, che mi ha invitata a tornare per accompagnare con Moving Perspectives la mostra su Varini curata da Barbara Paltenghi Malacrida, Paolo Bolpagni e Gianni Biondillo, cui vanno i miei sentiti ringraziamenti per la disponibilità dimostrata nell’accogliere un evento site specific.
Come è nato Moving Perspectives?
L’idea è stata di Tiziana e di Festa danzante che mi hanno chiesto di pensare a una performance che dialogasse con le opere del pittore e artista svizzero. Conte ha immaginato che potesse essere interessante far interagire dal vivo, nelle sale del museo, la mia ricerca coreografica e quella musicale di Perciballi con l’arte geometrica e prospettica di Varini. Luca è un musicista straordinario, con cui collaboro più che volentieri anche in questa occasione, e nello specifico abbiamo progettato un percorso itinerante in cui il pubblico segue la mostra, osserva gli interventi performativi e diventa protagonista, insieme a noi performer e alle opere di Varini, di un dialogo organico e indotto dalla partecipazione reale e non virtuale.
Quanto è importante la musica in Moving Perspectives e in generale nel suo modo di fare coreografia?
Per me la musica ha un ruolo sostanziale e la immagino come un corpo presente. Tutta quella serie di sfumature, di volumi, di vettori che il suono e la musica originano e proiettano nello spazio consentono di vivere un’esperienza percettiva unica e di entrare fisicamente in relazione. Quando poi sono prodotti in presenza dall’azione e dal gesto del musicista lo scambio con questo corpo musicale diventa ancora più potente e generativo.
E le suggestioni visive di Varini che peso hanno avuto nell’allestimento coreico-musicale?
Sono nate dall’osservazione dei materiali che ci hanno mandato i curatori della mostra. Abbiamo così potuto osservare alcune delle opere storiche e installazioni scelte per la mostra. All’inizio è stata un’osservazione a distanza tramite un passaggio video, ma questa modalità ha stimolato l’immaginario di Luca e mio grazie alle suggestive geometrie di Varini. La loro natura esperienziale e fisica viene percepita da chi le visita nel museo e le osserva da prospettive diverse attraverso anche la frammentazione e la ricomposizione del loro disegno. Ed è un po’ quello che ho cercato di restituire con il movimento nel suo strutturarsi e destrutturarsi nelle sale museali. Anche il suono produrrà delle tessiture geometriche, estese, sgretolate, ricomposte e in questo modo con la partitura coreografica e musicale traduciamo quello che le opere ci trasmettono e con cui siamo in contatto.
Cosa pensa del format ‘site specific’?
Questo formato è presente da tempo in quelli che sono gli appuntamenti in cui il linguaggio del corpo e della danza contemporanea sono dominanti ed è rappresentativo anche di passaggi centrali nella storia della post modern dance. Credo che il site specific sia interessante perché rende lo spazio come un corpo abitato e genera una sorta di coesistenza, di coabitazione con elementi che lo rendono vitale e creativo. A mio avviso è un concept assai stimolante e inerente a quello che può essere adesso un riposizionamento della danza e della scrittura coreografica.
Attualmente quali sono gli impegni di Nexus?
Stiamo circuitando con l’ultima produzione che ha debuttato lo scorso anno e che si intitola Le Palestriti. Fa parte del progetto ATHLETES, basato sull’intersezione tra danza, sport e vocalità, che è sfociato in questa creazione in cui le quattro danzatrici, partendo dal mosaico delle Palestriti di Villa del Casale, a Piazza Armerina in Sicilia, raffigurano l’agonismo femminile nell’antichità. Per il 2027, e lo dico in anteprima, sto pensando di mettere a punto un progetto dedicato ai cento anni dalla morte di Isadora Duncan, avvenuta il 14 settembre del 1927. Spero che si realizzi perché mi piacerebbe molto rendere omaggio a Isadora, la madre spirituale della danza moderna.
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