Un ‘balletto a schidionata’
Applausi e chiamate in proscenio per il Don Chisciotte di Nureev, balletto che val sempre la pena rivedere (al Teatro alla Scala sino al 16 luglio)
Di Gabriella Gori
È un tripudio di musiche, danze, nacchere e ventagli quello che esplode nel Don Chisciotte di Rudol’f Nureev al Teatro alla Scala di Milano con il Corpo di Ballo in grande spolvero, un allestimento grandioso e una direzione d’Orchestra in sintonia con le atmosfere spagnole di un balletto capolavoro. Tratto dall’omonima opera di Cervantes e creato da Nureev nel 1966, che si ispirò all’originale di Petipa del 1869, il balletto approdò alla Scala nel 1980 con Rudolf e Carla Fracci e da allora non si contano le riprese che rinnovano la storia d’amore tra la deliziosa Kitri e il barbiere Basilio, ostacolata dai propositi matrimoniali del padre della ragazza. Il rozzo oste Lorenzo che vuole darla in sposa al ricco e goffo Gamache, ma grazie a Don Chisciotte e al fido Sancho Panza, con tanto di Ronzinante al seguito, il lieto fine trionferà.
Episodio marginale del secondo libro del Don Chisciotte, la trasposizione coreografica, fin dalla versione di Petipa, diventa il pretesto per un’opera in cui la caratterizzazione psicologica dei personaggi è in secondo piano rispetto al rutilante succedersi dei “numeri” à grand spectacle tra scene realistiche, comiche, oniriche e all’incalzare dei virtuosismi mozzafiato della danse d’école.
Il Don Chisciotte “in ballo” esige dei veri e propri fuori classe nei ruoli dei due giovani innamorati, necessita di caratteristi per le parti pantomimiche e richiede comprimari all’altezza e un corpo di ballo di levatura sopraffina. Tutti ‘ingredienti’ che non mancano in questa produzione che ha il corrispettivo spettacolare nelle ariose e imponenti scene di Raffaele Del Savio, nei costumi spagnoleggianti di Anna Anni, nelle sfavillanti luci di Andrea Giretti e nella musica di Ludwig Minkus. Una partitura riorchestrata da John Lanchbery ed eseguita con maestria dal direttore Gavriel Heine e dall’Orchestra della Scala. E se il Don Chisciotte di Cervantes, per l’intreccio tipico dei poemi cavallereschi e la serialità delle vicende dei romanzi picareschi, è definito «un romanzo a schidionata» dal formalista Viktor Sklovsij, che paragona le avventure ai differenti pezzi di carne infilzati in uno schidione o spiedo, la stessa espressione torna utile per definire il Don Chisciotte in danza un “balletto a schidionata”. Nel balletto infatti si mantiene vivo lo spirito rutilante delle peripezie dell’hidalgo nell’incalzare dei divertissements, nelle variazioni, nei pas de deux, nelle danze di carattere, nei pas d’action e nel ballet blanc, inseriti in un racconto leggero e divertente, sullo sfondo di una Spagna scintillante e folkloristica. L’espediente narrativo che consente a Don Chisciotte di trasformarsi in paladino di Kitri, e avere parte attiva nel plot, è la rassomiglianza immaginaria con la sua Dulcinea ma Nureev sceglie di ispirarsi anche alle maschere della Commedia dell’Arte per tratteggiare i personaggi principali. Don Chisciotte ricorda Pantalone, Kitri riecheggia Colombina e Basilio richiama Pedrolino, conosciuto poi come Pierrot.
La trama
Tutto funziona in questa messinscena a cominciare dal Prologo in cui Don Chisciotte, nella sua casa, sogna Dulcinea e nomina Sancho Panza suo scudiero. Il primo atto si apre sull’animata piazza di un villaggio iberico che ospita le entrées del Corpo di Ballo e fa da sfondo al duetto d’amore tra Kitri e Basilio e all’incontro tra il cavaliere e la giovane che, scambiata per Dulcinea, è invitata a ballare un minuetto.
Nel secondo atto il quadro del gigantesco mulino a vento accoglie i due innamorati in fuga ma gli zingari li assaltano per derubarli. Rimasti delusi pensano di far bottino aggredendo Lorenzo e Gamache, sopraggiunti nel frattempo inseguiti da Don Chisciotte e Sancho. Gli zingari, d’accordo con Kitri e Basilio, allestiscono un teatrino per marionette e mettono in scena la triste storia di due amanti, che risveglia il furor giustizialista di Don Chisciotte. Il cavaliere si trasforma in un novello Orlando, distrugge tutto e in stato di incoscienza sogna un giardino incantato dove la Regina delle Driadi e Amore gli riconsegnano Dulcinea.
Nel terzo atto è ancora lui a salvare la situazione quando nella taverna, di fronte al finto suicidio di Basilio, che con un escamotage da opera buffa spera di ingannare padre e pretendente, obbliga Lorenzo ad acconsentire alle nozze, dà una sonora lezione a Gamache e riparte con Sancho per nuove imprese mentre si svolgono i festeggiamenti per Basilio e Kitri.
Gli interpreti
L’étoile Nicoletta Manni, nei panni di Kitri, è meravigliosa fin dal pas de deux del primo atto ed è lei a trascinare Basilio, il formidabile Primo ballerino Timofej Andrijashenko. Chiamato a tenerle testa in un agone esecutivo e interpretativo non è da meno e la loro tenzone tocca l’acme nel grand pas de deux dell’atto terzo in cui lui schizza come una scheggia negli strabilianti manèges e tours e lei lascia senza fiato nella variazione del ventaglio, negli equilibri e nei fouettés conditi con pirouette à l’italienne.
Ma altrettanto all’altezza sono le due amiche di Kitri, le Soliste Alessandra Vassallo e Caterina Bianchi, la coppia di Primi ballerini Martina Arduino e Marco Agostino nella danza spagnola e nel fandango, le Soliste Maria Celeste Losa, una stupenda Regina delle Driadi, e Agnese di Clemente, un evanescente Amore. Impeccabili sono gli zingari e il corteggio delle Driadi, e non sfugge il piglio mimico di Edoardo Caporaletti, un trasognato Don Chisciotte, l’imbranataggine di Sancho Panza, un convincente Matteo Gavazzi, la goffaggine di Gamache, un credibile Massimo Garron, e la grettezza di Lorenzo, un verosimile Daniele Lucchetti.
Alla fine scrosciati sono gli applausi e numerose le chiamate in proscenio per i protagonisti di un balletto che vale sempre la pena di rivedere. Repliche fino al 16 luglio.
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