Il Grütli? Ameno praticello vista lago
Da applausi Emanuele Santoro che rilegge Max Frisch
Di Giovanni Medolago
Seppur ricco d’ironia, quando fu pubblicato il ‘Guglielmo Tell per la scuola’ molti svizzeri non la presero bene. Max Frisch osava mettere in dubbio la leggenda del contadino urano “balestrato” (copyright al Cabaret della Svizzera italiana) e molto di quanto successe nell’estate del 1291. “Sarebbe fraintendere radicalmente il Patto del Grütli – si legge a pag. 60 nell’edizione Skira, 2013 – volergli attribuire un significato diverso dalla semplice volontà degli abitanti dei Paesi forestali di stare spalla a spalla nella generale rovina”. Definito Amsteg “un vero buco”, tra le righe Frisch ci passa l’idea che Uri, Svitto
e Unterwaldo respingessero tutte le idee che gli Asburgo volevano semplicemente suggerire ai cantoni ancor oggi definiti “primitivi” se queste idee non erano in linea con le loro tradizioni, soprattutto riguardo coltivazioni e pastorizia (“Emm sempru fai inscì!”). Nel testo del Patto si rivendica pure il diritto all’arengo, quello che oggi chiamiamo Landsgemeinde. “Ciò che non era sempre stato – scrive ancora Frisch – appariva loro sospetto” ed erano addirittura in grado di identificare uno straniero dalla sua barba, quando esibita in modo scorretto rispetto a quelle degli indigeni. Ancora oggi, del resto, c’è ad Andermatt l’annuale concorso “la barba del Gottardo”!
Made in Switzerland
Nella sua versione teatrale (curata con l’assistente Antonella Barrera), Emanuele Santoro si presenta bardato con semplici vesti di lana grezza e su un carretto – unico elemento scenico accanto a una sedia – che si guida con una balestra e pure i remi che gli serviranno poi per raggiungere la Tellsplatte hanno la forma iconica che un tempo era sinonimo del Made in Switzerland. Si appresta a calarsi nei panni di molti personaggi, da Stauffacher a Mechtal e a Fürst, man mano proposti con tocchi d’ironia che sarebbero piaciuti all’architetto/scrittore cui fu colpevolmente negato il Nobel per la letteratura e che scelse poi il paesino onsernonese di Berzona quale buen retiro. Per esempio descrivendo il Grütli “un praticello vista lago”. Santoro fa ampio uso anche della distopia: nei panni del Cavaliere (personaggio principale del racconto, Konrad o Corrado, oppure Grisler? È l’interrogativo/tormentone rimasto infine senza risposta), questi si compiace del fatto che “ghè chì la Migros e ghè mia in gir gnanca un taglian”. Parla in romanesco ricordando come Giulio Cesare pose fine alle mire espansionistiche degli Elvezi, costretti a tornarsene nelle loro vallate piuttosto inospitali (“Ma come si fa a vivere in un posto così?!?”). Si compiace pensando a Heidi e le sue caprette, al Toblerone e al trenino rosso del Bernina. Ma inserisce pure qualche accenno alla Svizzera contemporanea, denunciando le nefandezze dello statuto dello stagionale oppure le discussioni circa il concetto di neutralità, su cui voteremo il 27 prossimo.
Altarini
Anche la musicista Claudia Klinzing, la quale si esibisce con flauto e violino, fa buon uso di un’ironia distopica, sostituendo il primo verso del nostro inno nazionale con quelle di ‘Grüezi wohl, Frau Stirnimaa’ (provate a canticchiarlo: funziona!), ballata popolarissima negli Anni 70, quasi 2 milioni di dischi in ben 27 Paesi. Oppure intonando in dialetto quel canone che, su note che ricordano molto da vicino uno jodel, recita “Ul mè nonu l’ha mazzà ul purcell, ma prima da cupall a ga na dai ’na pell… e nümm a mangium i murtadell!”.
Si ride e ci diverte, si scoprono altarini finiti nell’armadio o sotto un tappeto: lo spettacolo della coppia Santoro-Barrera è raccomandato e si replicherà al locarnese Teatro Paravento nel weekend del prossimo 26 settembre.
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