I dialoghi della vagina, ridere e rompere i tabù
In scena sabato al Teatro Sociale di Bellinzona una commedia-talk tra ironia e riflessione su scoperta del corpo, mestruazioni, masturbazione e orgasmo
Di Cristina Pinho
Si ride. E già questo, quando si parla di vagina, mestruazioni, masturbazione e orgasmo femminili, è una piccola rivoluzione. Non una risata imbarazzata o nervosa, ma una risata piena, condivisa, che alleggerisce e apre. È quanto promette, sulla base di un’esperienza di quattro anni di rappresentazioni, ‘I dialoghi della vagina’, lavoro scritto e diretto da Risso, in scena sabato 28 marzo al Teatro Sociale di Bellinzona (alle 17 e alle 20.45). Lo spettacolo si presenta come una “commedia-talk” tra ironia e riflessione, definizione che Risso considera calzante: «Il titolo gioca solo nominalmente con un riferimento noto, ‘Monologhi della vagina’ di Eve Ensler del 1996, e prende un’altra strada. Lei aveva intervistato 200 donne e si era soffermata principalmente su tematiche di violenza, invece ‘I dialoghi’ – che sono tra me e Gaia Contrafatto, ma anche tra noi due e il pubblico – parlano di scoperta del corpo, mestruazioni, masturbazione, orgasmo». La quarta parete non viene abbattuta con gesti plateali: semplicemente, a un certo punto, smette di esistere. «Il pubblico diventa parte integrante dello spettacolo: si lascia coinvolgere e vuole essere coinvolto – dice l’autrice e attrice –. Questo avviene perché affrontiamo tematiche che sono umane, prima di essere femminili. Sono formative, informative, e in quanto tali chiamano tutti in causa».
Senza mai scadere nel volgare Virginia
Eppure restano, ancora oggi, circondate da tabù. Per questo la scelta dell’ironia non è casuale, ma necessaria. I quattro nuclei dello spettacolo vengono affrontati con leggerezza, senza mai scivolare nel grossolano. «C’è questa idea diffusa che parlare di certi argomenti significhi scadere nel volgare – osserva Risso –. Non è così. Informare è fondamentale, anche per imparare il rispetto, verso gli altri e verso se stessi». Il tono brillante diventa allora uno strumento di precisione. «La chiave dell’ironia è una peculiarità nei miei testi: sono convinta che il messaggio arrivi in modo più efficace». E infatti il pubblico ride molto, ma non si ferma lì. «Con l’ironia si riesce a mettere una pulce nell’orecchio di chi ascolta: si ride, ma intanto si semina una riflessione più profonda». È un meccanismo quasi invisibile, ma forte, che abbassa le difese e lascia spazio a qualcosa che resta.
Nominare l’innominabile
All’origine dello spettacolo non c’è un’esperienza autobiografica di Risso, ma una presa di coscienza. «Sono cresciuta in una famiglia dove il dialogo c’è sempre stato e quindi per me quella era la normalità, come credo che debba essere per tutti. Però mi sono resa conto presto che in realtà era una rarità». Parlando con coetanei e altre persone di età diverse, emergeva sempre lo stesso vuoto: «Nella stragrande maggioranza dei casi certi temi non vengono mai nominati, né in famiglia né altrove». Da qui nasce il desiderio di Risso di condividere quella normalità, di renderla accessibile. «Ho voluto portare in scena la fortuna che ho avuto, con la speranza di riuscire a esorcizzare temi che non ha senso restino innominabili». Lo sguardo si allarga anche alla scuola: «L’educazione sessuale almeno in Italia è ancora vista come qualcosa di pericoloso, quando invece aiuterebbe a prevenire forme di violenza che troppo spesso sfociano in casi di cronaca che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni». Il teatro diventa così uno spazio in cui iniziare a colmare questo vuoto.
Le reazioni del pubblico confermano che la strada è quella giusta. «Una delle cose che mi gratifica di più è quando, alla fine, le persone ci aspettano: certo, per i complimenti, siamo attrici, quindi un po’ egocentriche – dice l’autrice col sorriso – ma soprattutto per ringraziarci. Molti parlano apertamente di un’esperienza catartica. Imparare a ridere di noi stessi, degli altri, ci fa ridimensionare paure enormi che non hanno senso di esistere». Nel tempo è cambiato anche chi siede in platea. «Spesso abbiamo teatri con il tutto esaurito», racconta Risso. Ma il dato più interessante è un altro: «All’inizio il 98% del pubblico era femminile, oggi abbiamo raggiunto una parità». Un segnale importante, perché «sono questioni di interesse generale – ribadisce –: devono riguardare tutte e tutti, in quanto esseri umani, parte di una comunità. Se vogliamo andare avanti e non restare fermi o peggio tornare indietro, queste tematiche devono interessare ogni persona». Vedere uomini e donne partecipare in egual misura «è una soddisfazione non da poco».
A rendere ancora più ricco il progetto è il dialogo con le arti visive. Le scenografie nascono dalle opere della pittrice russa Elena Romanovskaya, scoperte quasi per caso da Risso su Instagram. «Mi sono imbattuta nella sua collezione ‘Viva la vulva’: tele meravigliose, coloratissime, piene di vita, di gioia, di entusiasmo, e me ne sono follemente innamorata». Da lì il contatto: «Le ho scritto per chiederle se potevo usare alcuni quadri come scenografia, ed è stata felicissima». Una collaborazione basata su una comunicazione un po’ sui generis: «Fa ridere perché quando ci sentiamo lo facciamo solo per iscritto tramite Google Traduttore. Ci sono conversazioni che a volte sono al limite del comprensibile, ma nonostante questo riusciamo sempre a lavorare insieme in modo eccezionale». Un’intesa che supera le barriere linguistiche e si traduce in immagini sceniche d’impatto, tanto più significative se si considera che quella stessa collezione, in Russia, non può essere esposta perché ritenuta oscena.
Promuovere una cultura più equa
A produrre ‘I dialoghi della vagina’ è Teatro al Femminile, realtà nata a Torino nel 2017 con l’obiettivo di promuovere una cultura più equa. «Non siamo un’élite di sole donne, non si combatte una discriminazione facendone un’altra – precisa Risso – ma una squadra eterogenea». Tra gli obiettivi principali c’è quello di dare spazio alle artiste che oggi non hanno le stesse opportunità dei colleghi uomini: «In Italia drammaturghi e registi sono per l’80% uomini, e nei ruoli apicali di direzione artistica ci sono quasi solo uomini. Non perché manchino professioniste meritevoli, ma perché esistono ancora dinamiche patriarcali e maschiliste». Per questo il lavoro della compagnia si muove in una direzione chiara: «Promuovere spettacoli e iniziative che portino avanti un messaggio per il bene collettivo, quello di una società in cui tutti abbiano pari diritti e pari opportunità». Un messaggio veicolato dai ‘I dialoghi della vagina’ a partire da battute intelligenti che generano risate corali. Poi le parole trovano spazio, si fanno strada. E in quel momento – quando l’indicibile diventa dicibile – succede qualcosa di semplice e potentissimo: cambia lo sguardo. Perché nominare è già trasformare. E ridere, insieme, può essere il primo passo.
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2026-03-24T07:00:00.0000000Z
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