Poesia e macchine a confronto
Incontriamo Roberto Gorini e Fosco Valentini per ‘IA - Quando l’intelligenza artificiale avanza’, domani a Lugano per l’evento conclusivo di Poestate
di Virginia Antoniucci
Sull’intelligenza artificiale e la poesia, o la letteratura, girano due pensieri. Il primo è “è solo statistica”: la macchina come un pappagallo con l’hard disk, che mette parole in fila senza sapere cosa dice. Il secondo, all’opposto, annuncia la fine dell’autore, l’umano spazzato via. L’incontro ‘IA - Quando l’intelligenza artificiale avanza’, che domani alle 22 chiuderà Poestate (in corso a Lugano), rifiuta tutte e due le scorciatoie. Lo conducono Roberto Gorini (RG), fondatore di Original, e l’artista e poeta Fosco Valentini (FV), con Gionata Zanetta e Mauro Valsangiacomo, e prevede un dettaglio che pare uscito da Tempi moderni: un sistema di intelligenza artificiale, un “poeta a braccio” tecnologico, che improvviserà versi in tempo reale davanti al pubblico.
Il vostro incontro mette sullo stesso palco due esperienze che sembrano viaggiare su binari opposti: l’intuizione dell’artista e il rigore delle strutture digitali. Che cosa porta la visione dell’uno nel campo dell’altro?
RG – La storia dei “binari opposti” è una bugia che ci raccontiamo per stare comodi. L’arte è sempre stata matematica che non sapeva di esserlo: un poeta che sceglie una parola al posto di un’altra calcola, a orecchio, distanze tra significati, esattamente come fa una rete neurale con i numeri. Oggi è come se stessimo dando una geografia al senso, e lo facciamo in un modo che continua a stupire anche chi l’ha creato. FV – Oggi le distanze tra il biologo, il fisico, l’ingegnere, il programmatore, l’artista e il poeta si accorciano sempre di più. Il linguaggio poetico può essere paragonato a un “orizzonte degli eventi” così come lo intende l’astrofisica: un luogo di confronto con un buco nero in cui tutto viene rimesso in discussione, aprendo nuovi dibattiti.
Avete detto che la poesia riesce a bypassare il codice linguistico della IA. In che modo l’anarchia della parola poetica la rende immune al calcolo statistico?
RG – Il verso è sempre stato anche un nascondiglio: durante la guerra si mandavano messaggi dentro le poesie. In questo senso può essere un sistema di sicurezza. Ma la speranza non sta nella poesia in generale: sta in quella poesia che, pur potendo essere potenziata, grazie all’uomo sfugge alla media. Finché esisterà anche una sola persona capace di un concetto così alto e nuovo che alla macchina non resta che imparare e mettersi al suo servizio, saremo ancora qualcosa.
FV – I principi poetici sovvertono gli algoritmi. La mia generazione si confrontava con una domanda: è più bella la natura come creazione o la creazione dell’uomo? Il riferimento era alla “Critica del giudizio” di Kant, che dava il primato alla natura, contro le “Lezioni di estetica” di Hegel, fondate sul primato dell’opera umana. L’immunità del linguaggio artistico sta in un fatto solo: la nave spaziale, il vascello con gli Argonauti, siamo noi, in viaggio nello spazio sul pianeta Terra.
L’ingresso della IA nell’universo artistico è solo l’ultimo strumento in mano all’uomo o una frattura in cui la macchina smette di essere un mezzo e diventa l’autore?
RG – “Strumento o autore” andava bene per il martello o il pennello: oggetti obbedienti, che facevano quello che volevamo. Ma questa roba non obbedisce, predice. E predicendo decide cose che non le abbiamo chiesto. Non parlerei più di strumenti, ma di potenziamenti. Il timore che molti ne vengano sopraffatti esiste. I pochi sapranno dominare l’algoritmo e farsi potenziare; gli altri verranno inghiottiti nella media standardizzata.
FV – Macchina e algoritmi dell’IA restano strumenti nelle mani dell’autore. L’originalità nasce da quelle variazioni evolutive che in biologia vengono impropriamente chiamate “errori”. Nel confronto con le tecnologie emerge la nostra somiglianza con le reti neuronali artificiali, e i loro bias di incontrollabilità.
Durante l’evento ci sarà un “poeta a braccio” creato con l’IA. Dove sta il confine tra la pura simulazione statistica del linguaggio e l’autentico “atto poetico”?
RG – Anthropic, che produce Claude, ha osservato la macchina mentre scriveva versi: prima di buttare giù la rima, la sceglie in anticipo. E allora in cosa è diversa da un poeta? Un uomo scrive perché qualcosa preme. La macchina scrive perché gliel’abbiamo chiesto, e se non glielo chiedi non le manca niente. L’atto poetico è la necessità che lo spinge fuori. La macchina ha la mano perfetta ma ha il vuoto al posto della fame.
FV – Con i “poeti a braccio”, del passato o del futuro, si tratta soprattutto di scoprire le tecniche di addestramento delle IA e divertirsi, inventando i prompt di una nuova psicologia digitale. In fondo siamo anche noi macchine desideranti e tendiamo ad attribuire qualità mentali alle macchine algoritmiche partecipando consapevolmente al gioco dell’universo “un bambino che gioca ai dadi”.
Le grandi infrastrutture di calcolo sono in mano a pochi colossi globali. C’è il rischio che l’IA diventi un recinto invisibile capace di standardizzare il pensiero, la lingua e l’arte?
RG – È un rischio culturale enorme. Quattro aziende decidono quali parole la macchina preferisce e quali idee considera “appropriate”, e mezzo pianeta chiede consiglio a strumenti che hanno tutti la stessa testa, gli stessi pregiudizi. In biologia, quando una specie perde la diversità, si chiama anticamera dell’estinzione. La potenza di calcolo è il nuovo petrolio: da lì deriva la sovranità digitale, che oggi significa sovranità culturale.»
FV – La concentrazione del potere delle IA dovrebbe ricordarci che ogni supremazia dell’uomo sulla terra è storica e contingente, ma non può essere considerata teorizzabile, etica e assoluta. La visione immaginativa, quell’immaginario che noi chiamiamo amore, non appartiene agli algoritmi. Oggi il nostro compito è armonizzare il rapporto tra corpo e macchina, sapendo che dietro le tecnologie emergenti possono nascondersi interessi di mercato, ma anche una sostanziale difficoltà di rapporto con l’Arte e la Poesia.
Oggi e domani
Poestate prosegue alle 18 con ‘Ognuno incatenato alla sua ora’, incontro curato da Stefano Vassere con Anna Ruchat e Mariella Mehr, in collaborazione con la Biblioteca Cantonale di Lugano. Alle 19, ‘50 anni di… Il disperso (1976-2026)’, con Marco Pelliccioli e Maurizio Cucchi, in collaborazione con la Casa della Poesia di Milano. Alle 20, ‘A volte ritornano’, evento curato da Lia Galli, con Margherita Coldesina, Mercure Martini, Andrea Bianchetti, Marko Miladinovic in dialogo con Stella N’Djoku. Alle 20.30, con N’Djoku dialogherà Rodolfo Ceré. Si segnalano, alle 21.30 in video collegamento, Roberta Bisogno, Carmelo Vasta, Ennio Cavalli e Filippo D’Andrea da Lamezia Terme nell’omaggio a Raffaele Talarico. Domani, dalle 18, ‘Immortale Parola. Antologia della poesia italiana dalle origini ai giorni nostri’, con Milo De Angelis, Viviana Nicodemo, e Nicola Crocetti. Alle 19, Davide Brullo in dialogo con Emanuela Vezzoli, alle 20 Elena Basile in dialogo con Emanuela Vezzoli. Alle 21, prima di Gorini e Valentini, ‘Il poeta Piromalli’, evento a cura di Alessandro Manca, con Bruno Corà, Ugo Fracassa, e Mia Lecomte.
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