Nadeesha Uyangoda dal saggio al romanzo
‘Acqua sporca’, uscito nel 2025 per Einaudi, è il suo esordio nella narrativa. Sabato alle 16.30 a Villa Saroli sarà ospite della Casa della Letteratura
Di Virginia Antoniucci
Tutto comincia con una donna che decide di tornare a casa, nello Sri Lanka, dopo trent’anni. Dopo due saggi – ‘L’unica persona nera nella stanza’ e ‘Corpi che contano’ – che l’hanno resa uno dei riferimenti più lucidi del dibattito italiano su razza e identità, Nadeesha Uyangoda è approdata alla narrativa e sabato sarà a Casa della Letteratura per presentare ‘Acqua sporca’, il suo primo romanzo. Quando è uscito, molti lettori si sono chiesti cosa potesse darle la narrativa che il saggio non le aveva già dato. È una domanda che funziona come controllo di frontiera del genere letterario: la trama come passaporto, l’azione come visto d’ingresso. «Quello che per me rende la narrativa non sono tanto gli elementi classici che definiscono la fiction – i personaggi, la trama, l’azione, l’arco narrativo – quanto la scrittura, l’essenza della scrittura». ‘Le perfezioni’ di Vincenzo Latronico ha pochissima trama e nessuno sembra averne sofferto particolarmente, il che suggerisce che il problema fosse piuttosto la nostra abitudine a portare criteri ottocenteschi nei romanzi del ventunesimo secolo. «La narrativa mi ha dato la libertà dell’immaginazione – la libertà di non dover aderire a fonti e dati, a cui pure ho attinto, però che poi ho cambiato, ho rivoluzionato, ho detto il contrario di quello che magari veniva detto nei dati». ‘Acqua sporca’ racconta quattro donne legate da uno Sri Lanka che metà di loro ha lasciato e l’altra metà non ha mai potuto davvero abbandonare. Neela decide di tornare sull’isola dopo trent’anni in Italia. Sua figlia Ayesha rimane a Milano con una vita artistica inceppata e un senso di colpa sempre d’intralcio. Sull’isola ci sono Himali, ex militante politica arresasi al capitalismo, e Pavitra, così radicata nella propria casa da non riuscire a concepire un orizzonte più ampio della soglia di casa. Quattro donne. Gli uomini, quasi tutti, sono spariti. «Mi è capitato di intervistare molte donne migranti che facevano lavori di cura in Italia, e una buona percentuale aveva perso il compagno: divorziato, separato, o semplicemente sparito dai radar». Delle quattro, solo Ayesha parla in prima persona. «È il punto di vista più vicino a un lettore occidentale. Ha uno sguardo forse più cinico ed è anche il personaggio che è in grado di spiegare certe cose, di farle comprendere a un lettore che non è avvezzo a certi modi di fare o a una certa cultura».
Le parole che non si traducono
Ayesha avvicina il lettore occidentale, vero – e subito dopo, il romanzo gli sfila il tappeto da sotto i piedi. Alcune parole in ‘Acqua sporca’ rimangono in singalese, senza la condiscendenza della traduzione. Viene da una riflessione di Rushdie e Arundhati Roy: quando si scrivono parole in lingue orientali, vanno tradotte perché il lettore standard – sempre occidentale, per convenzione universalmente accettata – non può capire. Nei romanzi americani o britannici, naturalmente, si dà per scontato che il lettore non occidentale abbia già fatto i compiti. «Nei romanzi americani o britannici, alcune parole non vengono tradotte perché si ritiene che il lettore orientale o non occidentale debba conoscere quella cultura necessariamente. E immagino che anche il lettore e la lettrice leggendo certe parole in singalese non tradotte possano percepire quel senso di solitudine, di smarrimento davanti all’impossibilità di essere compresi». Come quello di Neela, che arriva in Italia senza parlare italiano. «Volevo cercare di appunto far emergere questa pluralità linguistica e allo stesso tempo mostrare la solitudine linguistica di qualcuno che non riesce a parlare perché non conosce la lingua di destinazione. Neela non riesce a parlare con nessuno e quella solitudine è una solitudine assoluta». Poi arriva la figlia, che impara l’italiano in pochi mesi, come fanno i bambini quando non hanno ancora deciso che le lingue sono difficili. «Le due hanno due livelli di italiano diversi che le rendono incomprensibili l’una all’altra». Una storia che Uyangoda conosce dall’interno, anche se la sua frammentazione ha una forma diversa. «Sono arrivata in Italia a otto anni e ho dismesso le altre lingue, che non ho parlato per tantissimi anni e ho recuperato solo quando ero più grande. È come se fossero rimaste relegate a un certo periodo della mia vita – in un contenitore più piccolo, legato davvero a un momento preciso».
Spettri fuori dal tempo
«Chi migra esiste due volte», dice. «In corpo nel luogo di arrivo, come braccia, come gambe per il lavoro, e in spirito nei luoghi da cui parte, dove sopravvive come figura fantasmatica – perché là la gente del posto crede ancora nello spirito». Il luogo da cui Neela è partita, nel frattempo, ha avuto la maleducazione di continuare a esistere e trasformarsi senza di lei. Uyangoda ricorda Rushdie in Patrie immaginarie che torna a Bombay e scopre che la casa dell’infanzia non esiste. «Neela pensa di tornare a un luogo degli affetti, a una famiglia rimasta identica a se stessa. Senza rendersi conto che quelle sono nel frattempo diventate patrie diverse». Lo Sri Lanka di ‘Acqua sporca’ è inventato – trascinato su carta dagli occhi di una bambina. «Su un’immagine congelata fiorisce la fantasia, che finisce per trasformarsi in un luogo che non esiste». In quello Sri Lanka, la magia non è mai sparita. Non come folklore da esportazione – come sistema di senso che il capitalismo ha trovato incompatibile con la disciplina del lavoro e ha smantellato di conseguenza, con la stessa efficienza con cui smantella tutto ciò che non si converte in produttività. È anche per questo che ‘Acqua sporca’ non racconta tanto un ritorno quanto lo spazio che si apre tra due versioni della stessa realtà. È uno spazio scomodo, sospeso tra due realtà che non coincidono più – il tipo di posto in cui, storicamente, sopravvivono solo i fantasmi.
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