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Quando l’occhio esplode

In ‘Eveningside’, l’America perturbante di Gregory Crewdson è in mostra ai Chiostri di San Pietro, Reggio Emilia, fino al 17 gennaio 2027

Di Martina Parenti

La copertina di Abbey Road è una delle immagini più iconiche della storia della musica: i Beatles attraversano le strisce pedonali di un viale alberato, le auto parcheggiate ai lati della strada, il cielo azzurro a fare da sfondo a quella che sembra una tranquilla giornata d’estate. Eppure, basta un dettaglio per incrinare la normalità della scena. Paul McCartney è l’unico a camminare scalzo. Perché? È da questa apparente incongruenza che prende forma una delle teorie del complotto più celebri della cultura pop. I fan cominciano a setacciare la fotografia alla ricerca di indizi, a decifrare ogni particolare come se nascondesse un messaggio segreto. Nasce così la leggenda: Paul sarebbe morto in un incidente e sarebbe stato sostituito da un sosia, identico in tutto e per tutto all’originale. La prova? Il fatto che i morti, si dice, non abbiano più bisogno di scarpe.

Senza addentrarsi nel fascino del complottismo più fantasioso, questa storia è interessante soprattutto perché dimostra quanto un singolo dettaglio visivo possa aprire scenari, scatenare storie, inventare mondi paralleli. Quella scelta casuale, dettata probabilmente da sandali scomodi, riuscì a generare una realtà alternativa e distopica dominata dal simbolo che giustifica se stesso. Gregory Crewdson, diciamolo subito, con i Beatles non ha niente a che fare, ma con il dettaglio sì. Il celebre fotografo statunitense crea veri e propri set cinematografici per costruire le sue immagini, dove ogni particolare è studiato con attenzione in una composizione precisa, chirurgica, spietata, tanto che l’occhio dello spettatore viene travolto da una nitidezza spiazzante dove tutto è violentemente a fuoco, illuminato da una luce che crea un’atmosfera sospesa, perturbante, a tratti sinistra. Le figure umane sembrano imbalsamate nella loro immobilità, calate in paesaggi spesso desolati, decadenti, come se si trovassero in mezzo a qualcosa che è appena successo, di cui non sappiamo niente. Spetta a chi osserva il compito di decifrare i simboli, dare forma alla storia e ricostruire l’universo visivo di un fotografo che dissemina le proprie opere di indizi e omaggi al cinema, alla pittura e alla letteratura.

Trilogia

Eveningside, l’imponente personale curata da Jean-Charles Vergne e realizzata da Palazzo Magnani nella splendida cornice dei Chiostri di San Pietro in collaborazione con Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, si compone di una trilogia fatta di ambientazioni totalmente diverse, eppure legate insieme da potenti connessioni. “Nel lavoro di Gregory Crewdson mi ha sempre colpito la capacità di creare un mondo che è insieme reale e completamente costruito – afferma il curatore –. Le sue fotografie non si limitano a registrare la realtà: la plasmano attraverso la luce, i luoghi, gli oggetti e le figure, restituendola come qualcosa di sospeso, come fotogrammi di film inesistenti”. L’umano sembra comparire sempre nell’abbandono, nella solitudine di baracche crollanti, nella fatiscenza di materassi buttati in mezzo a foreste remote e inquietanti, come nella serie Cathedral of the pines, che apre l’esposizione. I corpi nudi, sdraiati su divani o dietro il cassone di un furgone in mezzo ad alti abeti, sembrano rievocare l’immaginario noir di David Lynch mentre le strade deserte di Pittsfield in An eclipse of Moths, trasudano un’America in declino, il frammentarsi di un mondo, il suo dissolversi nei riflessi di pozzanghere stagnanti e strade fradicie di pioggia incorniciate da moltitudini di cavi elettrici, dove il disastro sembra essere già avvenuto. Pittsfield, sede originaria della General Electric, diventa così metafora della crisi economica dopo la chiusura dello stabilimento e simbolo del genocidio delle falene (moths, in inglese), uccise proprio da quella luce artificiale che confonde l’istinto, facendole vorticare in collisioni e spirali senza più direzione. Emblematica è l’opera dal titolo Alone Street: sulla destra un uomo, immobile, osserva la strada dalla veranda di casa. Poggiato sul davanzale c’è un biberon pieno di latte. Ai piedi delle scale una vecchia carrozzina vintage. Accanto al marciapiede un semaforo è crollato sull’asfalto bagnato. (Che ne è stato del bambino? c’è stato un incidente? Chi è quella figura che osserva dalla sua auto ferma in attesa del verde?).

Generatori di domande

Arriviamo infine a Eveningside, città immaginaria dove le figure umane compaiono in vetrina, domina il bianco e nero e si respira l’atmosfera dei quadri di Hopper, cristallizzata in uomini e donne incorniciati in porte, finestre, portici, specchi, lo sguardo fisso su qualcuno o qualcosa, il volto marmoreo, privo di qualsiasi espressione. Ma torniamo all’inizio. Tutte e tre le serie sono attraversate da persone a piedi nudi, spesso sporchi di terra: nel bosco, per strada, sui muretti. Ed ecco allora che è impossibile non pensare al simbolico, tornare sulle orme (scalze) di Paul McCartney e lasciarsi avvolgere dal sospetto della morte. Sono fantasmi quelli che attraversano le fotografie di Crewdson? Sono spettri che tornano nei luoghi che hanno abitato? O siamo noi che, improvvisamente, ci siamo intromessi in un mondo che non è più il nostro? Le opere di Crewdson sono veri e propri generatori di domande. Ma non c’è una risposta univoca. Sono tutte corrette. E Paul McCartney è contemporaneamente vivo e morto. Come il gatto di Schrödinger.

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2026-10-30T07:00:00.0000000Z

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