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Furia e speranza di questo folle mondo

‘Hope and Fury’, il ritorno di Joe Jackson nel 40esimo di ‘Big World’, due documenti di un (fortunatamente) non etichettabile grande della musica

di Beppe Donadio

Sono trascorsi quarant’anni dall’uscita di ‘Big World’, registrato in una notte di New York da uno che nel 1986, pur non rinnegando la tecnologia, credeva nelle esecuzioni dal vivo anche quando si trattava di registrare dei dischi. Un approccio trasparente, jazzistico, classico, anche se oggi pure le orchestre sinfoniche, in studio di registrazione, fanno taglia e incolla. Rinunciando alla registrazione multitraccia, quella uno strumento per volta (come si fa da quando il chitarrista Les Paul, grazie ai soldi di Bing Crosby, modificò un registratore della ditta Ampex), il 23, 24 e 25 gennaio del 1986 Joe Jackson riunì il suo pubblico al Roundabout Theatre di New York, Midtown Manhattan: la leggenda dice che agli spettatori fu imposto di non applaudire mai (Joe a volte non è proprio un simpaticone e viene da crederci), l’artista dice invece che gli applausi furono consentiti, ma molto dopo la fine dell’esecuzione, così che il disco non sembrasse dal vivo. E per quanto sia dal vivo, ‘Big World’ è un disco di soli inediti, senza sovraincisioni (strumenti o voci aggiunti a posteriori) e senza post-produzione (nessun magheggio di studio): solo un microfono per ogni strumento e ogni voce, convogliati in due tracce stereo finite dentro un registratore digitale.

Un vinile e mezzo

‘Big World’ apparve nei negozi in marzo in forma di doppio vinile con tre lati incisi e il quarto vuoto. Non fu la stramberia dell’autore, capace di passare dal punk al jazz nel giro di un paio di album (da ‘Look Sharp!’, 1979, fulgido esempio di new wave inglese, a ‘Jumpin’ Jive’, 1981, tributo allo swing degli anni Trenta), ma la conseguenza della tecnologia: ‘Big World’ era pensato per uscire su cd, supporto più capiente di un vinile, e per uscire su vinile si sarebbe dovuto sottoporre a dolorosissimi tagli. ‘Big World’ di vinili ne occupava uno e mezzo, così la A&M lo mise su due vinili (uno e mezzo) acquistabili al prezzo di uno. E tutti vissero felici e contenti, l’artista, i discografici e gli ascoltatori, o almeno quella parte di pubblico mainstream che in piena era di synth-pop non aveva ancora abbandonato la profondità di Joe Jackson, sempre più mosca bianca negli anni Ottanta fatti di “girls who just want to have fun” (da Cindy Lauper) e “tizi hair metal con il pene” (dalla pagina Facebook dell’artista).

La notte di New York, si diceva, una di quelle cantate quattro anni prima in ‘Steppin’ Out’, dal disco ‘Night and Day’, un tributo a Cole Porter e alla città che non dorme mai. ‘Night and Day’ è il capolavoro di Joe Jackson, ignorato dai Grammy se non per la nomination alla registrazione dell’anno (‘Steppin’ Out’) e non una al disco intero, che contiene almeno un altro capolavoro: ‘Real Men’, un testo che s’interroga sulla mascolinità, su chi siano i ‘veri uomini’. Nel disinteresse per il Joe Jackson letterario, meno simpatico dei frequentatori dei salotti bene della musica, l’Academy gli conferì il Grammy per il miglior disco strumentale del 2001, ‘Symphony No. 1’, che sul proprio sito Joe ha messo nella sezione ‘Ambiziosi – Strumentali o non classificabili’.

Gli americani

Tornando a ‘Big World’, e senza scomodare la parola world music, che ormai abbiamo scritto: dentro vi stanno tutti o molti degli ascolti di David Ian Jackson, più tardi Joe, che durante la gavetta nei peggiori pub della Londra multietnica aveva suonato tutto il suonabile, e ascoltato tutto l’ascoltabile da bambino in una casa della periferia di Portsmouth, alla radio e nei dischi. Musica che avrebbe poi studiato al conservatorio, da teenager bullizzato e cagionevole di salute, che però un giorno avrebbe sconfitto i bulli e le malattie a colpi di canzoni, e un altro giorno ancora avrebbe scritto un libro intitolato ‘Una cura per la gravità’, un memoir che vale più di un anno di analista.

In ‘Big World’ l’infanzia torna in ‘Home Town’, tra la fame di calore umano in un mondo in cui l’immagine era già tutto (‘Soul Kiss’) e storie di amore contrattato (‘Fifty Dollar Love Affair’, che pare Parigi per via della fisarmonica anche se è delle città col porto che si canta, e Parigi non ha il mare). E poi i cieli della Cina (‘Shanghai Sky’), l’Oriente nella title track e alcuni momenti di americanità spinta, come i milionari che per l’anniversario di matrimonio vorrebbero noleggiarsi il Big Ben (‘The Jet Set’), quelli di ‘Right and Wrong’, nata da un discorso di Ronald Reagan che difendeva il coinvolgimento degli Stati Uniti nella rivoluzione in Nicaragua, e quelli di ‘Forty Years’, gli americani visti dagli europei: “Non li amano tanto / Pensano che siano rumorosi, insipidi e fuori dal mondo / Le labbra rigide s’incurvano in smorfie perenni / Un tempo gli alleati piangevano e applaudivano / Ma era quarant’anni fa”.

‘Non chiedo scusa’

Già, era quarant’anni fa e anche quello di ‘Big World’ era “latin jazz funk rock bicostale”, come oggi Joe Jackson etichetta il nuovo disco ‘Hope and Fury’. Perché tutti cercano ancora un’etichetta da dare alla sua musica, che non esiste, così l’etichetta Joe Jackson se l’è scelta da sé. ‘Hope and Fury’, speranza e furia, arriva tre anni dopo l’incursione nel music hall britannico intitolata ‘What a racket!’, condotta nei panni di tale Max Champion, suo immaginario antenato le cui musiche erano improvvisamente riemerse dall’oblio. ‘Hope and Fury’ come ‘Night and Day’, ‘Body and Soul’, ‘Laughter & Lust’, ‘Heaven & Hell’, opposti a confronto in altri titoli della sua discografia. ‘Hope and Fury’ fa il verso alla patriottica ‘Land of Hope and Glory’ di Edward Elgar qui adattata al Regno Unito post-Brexit, “un posto nel quale c’è poco da essere contenti, non ci resta che sperare”, dice Joe alla stampa.

La furia è chiara in copertina, il molo del porto di Portsmouth che va a fuoco mentre l’artista beve il tè. La grafica è un ricordo d’infanzia, di quando durante le riprese di ‘Tommy’, il film di Ken Russell tratto dall’opera rock degli Who, un incendio distrusse la dance hall cittadina. Era il 1974 e il 20enne Joe, da casa, vide il fumo salire. Nell’alternanza tra tensione e rilascio che è propria dei grandi, c’è tensione nella tribale ‘Welcome to Burning-by-Sea’ e rilascio nella prima ballad, ‘Made God Laugh’. ‘I’m Not Sorry’ è lo sberleffo del fu angry young man: “Per tutte le maledizioni che non ho mai dato / E per ogni dannata balena che non sono riuscito a salvare / Per ogni piccola moda che non ho inseguito / E per ogni piccolo sciocco a cui non piaceva la mia faccia / Non mi pento di nulla”. Il mezzo twist ‘Do Do Do’ pare dire la stessa cosa.

Se mai venisse voglia di chiedere all’IA “fammi una musica in stile Joe Jackson”, la prima cosa della quale si preoccuperebbe sarebbe mettere insieme un pianoforte, un piano elettrico e un glockenspiel, che sono il suono di Joe Jackson, quello di ‘Steppin’ Out’. In ‘Hope and Fury’ è dentro ‘Fabulous People’: “L’ho fatto altre volte”, dice l’autore, “i riferimenti non fanno male”. Il Rolling Stone scrive “il miglior album da tanto tempo”, Classic Rock “vicino alla perfezione”, e il nostro timore di giudicare guidati da troppo amore si ricompone: ‘Hope and Fury’ è il miglior album da ‘Laughter & Lust’, un pozzo di singoli che di anni ne compie trentacinque e che va sempre sotto la categoria latin jazz funk rock bicostale. Su ‘Hope and Fury’, ‘See You in September’ è la ballad di fine album, il lento che in ‘Night and Day’ si chiamava ‘A Slow Song’, un invito ad abbassare i toni: in mezzo alla furia di questo grande e pazzo mondo, la sola speranza possibile.

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2026-04-15T07:00:00.0000000Z

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