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Quando le parole diventano confini

‘Che cos’è casa per te?’, la domanda più scomoda per chi scrive da una frontiera (riflessioni conclusive dall’ultimo Festivaletteratura di Mantova)

Di Virginia Antoniucci

Mantova – All’uscita degli incontri di Passports, il ciclo del Festivaletteratura di Mantova dedicato ai temi delle migrazioni, dei confini e delle identità plurali, c’è una barchetta di cartoline da riempire. La domanda è “che cos’è casa per te”. Sembra roba da laboratorio per ragazzi, e invece è la più scomoda che si possa fare a chi scrive da una frontiera. Per Jana Karšaiová, come per la protagonista del suo ‘Io non parlo russo’, casa non è mai stata del tutto da una parte né dall’altra. Yaryna Grusha una risposta l’ha trovata con l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina nel 2022: casa sono le persone. Da lì in poi la parola scivola, perché casa è anche la stanza in cui la politica entra di soppiatto.

La lingua asimmetrica

Entra, per esempio, dalla libreria. Karšaiová e Grusha, che hanno scelto la lingua italiana anche per dare voce ai loro Paesi, si confrontano durante l’incontro ‘Colonizzare la lingua’, e nel romanzo ‘L’album blu’ di Grusha gli scaffali di famiglia sono pieni di libri russi, più facili da procurarsi; quelli ucraini mancano, perché proibiti o non stampati; i loro autori uccisi in passato per il reato di essere ucraini. Quali libri ci sono e quali mancano in una libreria è una decisione presa altrove, e per quanto possa sembrare leggera pesa su quali culture riescono a valicare i propri confini. Nessuno le ha vietato l’ucraino: le hanno fatto capire che era «una lingua di campagna, una lingua delle persone non istruite, una lingua non della grande letteratura, perché la grande letteratura è solo quella russa». E per questo, dice, «le persone in Ucraina sono cresciute tutte con un senso di inferiorità enorme», una condizione che con la guerra in corso si sta ancora smontando e che emerge anche nella toponomastica. Trovarsi di fronte, nei vari bollettini di guerra, a Kiev invece di Kyiv, una traslitterazione fatta «da una lingua che ha sempre cercato di sterminarti», diventa così, per gli ucraini, «una questione abbastanza dolorosa e privata».

La grammatica della colonizzazione

Una lingua non si colonizza soltanto proibendola: basta renderla scomoda e inaccessibile. Meno voci, meno dizionari, meno editori, meno pubblico, finché la strada più corta per dire una cosa nella tua lingua passa da quella di chi ti domina. Karšaiová aggiunge la variante di chi non ha subito la russificazione ma quarant’anni di propaganda.

Anche quando il potere non controlla la lingua, può lasciare una struttura mentale: «siamo diventati quello che Svetlana Aleksievič chiama homo sovieticus, è una forma mentis, è un modo di pensare, di avere una postura verso il mondo». La repressione, insomma, nelle loro storie non agisce soltanto in forma esplicita. Passa dagli scaffali, dai dizionari, produce gerarchie e idee di appartenenza, allargando il discorso sulla natura profonda di un razzismo inteso non come comportamento individuale ma come dinamica strutturale.

Razzismo politico

Houria Bouteldja, attivista e saggista franco-algerina, all’incontro I barbari delle periferie, rifiuta l’antirazzismo morale ridotto alla dimensione individuale. Contro l’idea che riconduce il razzismo ai comportamenti individuali, Bouteldja oppone un antirazzismo politico: «il razzismo è il prodotto dello Stato capitalista e imperialista», che lo produce «in maniera sistematica e strutturale»; e l’estrema destra, «se è razzista, è l’espressione radicale del razzismo dello Stato». Il concetto di Stato razziale lo prende dal filosofo sudafricano David Theo Goldberg: le democrazie liberali occidentali «sono nate dal saccheggio delle colonie, dai genocidi», dalla schiavitù, dall’esproprio delle Americhe, e «si sono sviluppate fino ai livelli avanzatissimi dell’oggi grazie al saccheggio». La lotta di classe esiste, dice, ma è circoscritta da un patto razziale: le classi subalterne bianche possono migliorare la propria condizione, però «lo fanno soltanto a spese, sulla pelle, dei popoli del Sud». La scrittrice va oltre il colore della pelle per parlare di una struttura di potere ben più profonda: «La bianchitudine non è una questione di colore», dice, «è una questione di rapporto politico e di rapporto di potere». È il legame con chi difende a spada tratta gli interessi dei proletari bianchi «contro il proletariato non bianco, contro gli ultimi della Terra». In Francia, lei stessa è un soggetto razzializzato; ma davanti agli algerini e alle algerine, invece, «io non sono bianca ma sono sbiancata», perché vive nel cuore del centro imperiale e di quella posizione beneficia.

Parole come armi politiche

Con l’Europa che blinda i propri confini, le parole smettono di essere semplici etichette per trasformarsi in strumenti di esclusione. Lo dimostra la traiettoria del termine “straniero” che, come osserva Jana Karšaiová, è stato arruolato dalla retorica populista come sinonimo di minaccia. Uno slittamento politico che emerge fin dalle scelte editoriali, dove l’originale saggio francese ‘Beaufs et barbares’ di Bouteldja viene tradotto in italiano con una provocazione radicale, ‘Maranza di tutto il mondo, unitevi!’, trasformando una parola con cui la destra criminalizza i figli e le figlie della diaspora in un appello al riscatto di stampo marxista. Perché è proprio attraverso le parole che si costruisce la figura dello straniero come minaccia, fino a farne il capro espiatorio di ogni disfunzione. La polarizzazione smette così di essere una faccenda da talk show ed entra direttamente nelle case, muovendosi dalle frontiere fino a un tavolo da cucina dove risuona l’interrogativo di Karšaiová: «la domanda vera, la domanda di come salvare la democrazia, come andare avanti nei tempi così duri in cui viviamo, per me, è appunto come fare a non spezzare quei rapporti, come fare a non smettere di vedere nell’altro una persona umana».

CULTURE E SOCIETÀ

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2026-09-15T07:00:00.0000000Z

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