Il pensiero non è solo calcolo
Intervista al sociologo della tecnica e del capitalismo Lelio Demichelis che giovedì a Bellinzona aprirà il Festival dell’economia della Commercio
di Ivo Silvestro
«L’intelligenza artificiale non ha un’etica: si basa sull’efficienza, sulla razionalizzazione, sul calcolo». E in questo, non c’è nulla di radicalmente nuovo in questa tecnologia che, a ben guardare, prosegue un processo iniziato ormai secoli fa. È questa la lettura che propone Lelio Demichelis, sociologo della tecnica e del capitalismo, nel libro ‘Tecno-archía, o la Nave dei folli’ (DeriveApprodi 2025). Giovedì 12 marzo alle 18.30 Demichelis, in dialogo con Fabio Merlini, aprirà alla Biblioteca cantonale di Bellinzona il Festival dell’economia della Scuola cantonale di commercio. Il programma, disponibile su festival-scc.ch, prevede anche la proiezione del film ‘I’m Your Man’ di Maria Schrader, prevista il 21 marzo al Forum di Bellinzona, e ad aprile un incontro con Edoardo Beretta e Sergio Rossi su intelligenza artificiale e politica economica (il 17 alla Filanda di Mendrisio) e uno su IA e mondo del lavoro con Barbara Antonioli Mantegazzini e Bruno Giussani (il 23 a Faido).
Lelio Demichelis, nel suo libro ricorre l’immagine della ‘Nave dei folli’ di Hieronymus Bosch. Può spiegarci questa metafora visiva?
‘La nave dei folli’ di Bosch è una nave senza vela e senza timone, carica di un’umanità impazzita e insaziabile che somiglia molto alla società di oggi. È un’immagine che avevo recuperato per il 7 ottobre 2023 e tutto quello che è successo dopo in Israele, ma è anche una metafora dell’intelligenza artificiale che secondo me ci sta rendendo tutti alienati dalla conoscenza e dal sapere: l’intelligenza artificiale è una forma di taylorismo: Taylor espropriava i lavoratori di conoscenze e di esperienza e traduceva tutto in schemi e tabelle; l’intelligenza artificiale procede più o meno allo stesso modo. La ‘Nave dei folli’ mi è sembrata calzante perché, tra crisi climatica, guerre ormai mondiali e crisi sociali che si ripropongono periodicamente, dubito che qualcuno oggi dica ancora che questo è il mondo migliore possibile. Il mio libro è un tentativo di fare una critica della realtà complessiva e di provare a immaginare qualcosa di diverso — non per buttare via il progresso, ma per costruirne uno diverso e possibilmente migliore. Per questo bisogna fare pensiero critico: come diceva uno dei miei maestri, Luciano Gallino, se la sociologia non è critica non è sociologia.
Chi sono i folli su questa nave senza timone?
In realtà un timone ben fermo e una vela ben spiegata ci sono e si chiamano profitto, sfruttamento di uomini e terra, sistema tecnico. Poi folli sono molti, da Trump in giù, ma folli siamo anche noi che non facciamo niente per opporci a questa follia.
Ha parlato di taylorismo: nonostante la retorica e il marketing ci presentino le IA come una rivoluzione che cambia tutto, i meccanismi alla base di questa ‘rivoluzione’ sono tutt’altro che nuovi.
Il nostro fascino per il nuovo si riproduce oggi con l’intelligenza artificiale. Se torno agli anni Novanta del secolo scorso, le retoriche di allora dicevano che grazie alle nuove tecnologie lavoreremo meno, faremo meno fatica, avremo più tempo libero. Oggi ci ritroviamo a lavorare ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Questa è l’altra follia: la follia di una razionalità che io chiamo strumentale, calcolante, industriale, che governa il mondo da tre secoli e da cui non si riesce a uscire. La chiamo “tecno-archía”, riprendendo il concetto di “archía”, che di solito associamo a monarchia o a oligarchia, per riferirmi a questo sistema di pensiero dentro il quale siamo come in una gigantesca bolla. Tutto deve essere calcolo e nient’altro che calcolo. Ma il pensiero non è solo calcolo. Anche l’economia, che era una scienza sociale, è diventata una scienza matematica.
So che l’argomento ‘ha fatto anche cose buone’ è fallace, ma il sistema che ha descritto ha anche migliorato la qualità di vita, almeno nei Paesi industrializzati.
Certo. Come dicevo, non si tratta di buttare via il progresso, si tratta di rimodularlo. Un tempo la tecnica e l’economia erano strumenti nelle mani degli uomini, che decidevano cosa farne. Oggi sembra che si sia rovesciato tutto: non siamo più noi a decidere dove va la tecnica, ma la tecnica va avanti da sola, indipendentemente da noi. Il problema è duplice: primo, non lasciare tutto lo sviluppo tecnologico nelle mani delle sole industrie private, che hanno un obiettivo di profitto legittimo ma che non è l’obiettivo della società; secondo, riprendere il controllo – io dico soprattutto democratico – dei processi di innovazione tecnologica. Noi possiamo decidere su quasi tutto attraverso il processo democratico, ma non riusciamo mai a decidere sui fini, sugli obiettivi che vogliamo dare al progresso. È un paradosso, un deficit di democrazia che va urgentemente colmato, ripristinando una democrazia sostanziale anche nei confronti della tecnica. Il digitale e l’intelligenza artificiale possono avere funzioni utilissime per la scienza, la ricerca, la medicina, come citava lei prima. Il problema è che se diventano anche strumenti commerciali, seguono obiettivi diversi. Dobbiamo tornare a essere noi i soggetti che producono la storia utilizzando la tecnologia, non essere mezzi che servono alla tecnologia – penso ai nostri dati – per automatizzare i nostri comportamenti.
Ha già accennato all’importanza del pensiero critico. Posso chiederle cosa intende di preciso e, in generale, cosa possiamo fare per affrontare tutto questo?
Se nelle scuole – lo dico pensando all’Italia, dove vivo, ma credo valga anche per la Svizzera – invece di insegnare competenze operative come richiesto dal sistema, si insegnasse a valutare il mondo in cui siamo, sarebbe già un primo passo. Insegnare ai giovani a non dare mai nulla per scontato, soprattutto quando sembra facile e semplice come l’intelligenza artificiale che basta premere un tasto e ha le risposte. L’IA è peggio del vecchio copia e incolla, perché prima di copiare dovevo almeno leggere quello che volevo incollare; qui invece delego tutto il mio pensiero alla macchina. Guardare la complessità del reale, non limitarsi alle semplificazioni che promette il sistema tecnico. Quando oggi apriamo un documento sul computer, l’assistente di intelligenza artificiale ci chiede: «Questo documento è molto lungo, lo vuoi semplificare?». Io dico no: basta semplificazioni, guardiamo invece le cose nella loro complessità e nelle loro connessioni: non quelle dettate dall’algoritmo, ma quelle dettate dal ragionamento. La scienza economica smetta di essere scienza matematica e torni a essere scienza sociale, a valutare come modificare una società che produce grandi disuguaglianze. E anche leggere un libro: può sembrare paradossale suggerirlo oggi, ma quando vedo studenti che mi dicono “non riesco più a leggere libri, preferisco le slide”, beh, quella è una rinuncia a pensare. In fondo sono un illuminista, un vecchio illuminista, e come Kant dico “sapere aude”, abbi il coraggio di conoscere. E il sapere è quello che costruisco leggendo, confrontando, commentando, criticando — cose che l’intelligenza artificiale non fa.
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