Anche il Giappone pensa all’Impero romano
Una mostra al Museo romano di Losanna esplora la fascinazione nipponica per l’Antichità occidentale: da Mazinga a Sailor Moon, un dialogo inatteso
Di Ivo Silvestro
Anche in Giappone pensano spesso all’Impero romano. E forse proprio la cultura giapponese, e la sua rivisitazione pop dell’Antichità occidentale, ha contribuito a creare le basi del trend nato un paio d’anni fa sui social media (e ancora oggi discretamente popolare). A un certo punto ci si era messi a chiedere agli uomini quanto spesso pensassero all’Impero romano, condividendo online le risposte con frequenze sorprendentemente alte – in alcuni casi diverse volte al giorno – che lasciavano stupite amiche e compagne degli interpellati (oltre a diverse altre persone). Come molti fenomeni simili, la consacrazione è poi arrivata quando dagli hashtag si è passati a giornali e trasmissioni tv (che a loro volta sono stati ripresi dai social media) con chiacchiericci e ipotesi più o meno verosimili, dall’obiettiva influenza del periodo romano sulla cultura occidentale a una sorta di “nostalgia” per una società percepita come marziale e virile. Semplificazioni che ignorano la ricchezza e la complessità del mondo romano e che si basano su un immaginario collettivo molto selettivo. Immaginario che però non è solo occidentale e anzi, nella sua versione più popolare arriva da Oriente.
Possiamo considerarla una sorta di riedizione pop di quel “salvataggio” che, alla caduta dell‘Impero romano d‘Occidente, il mondo islamico fece con i testi greci, tornati in Europa durante il tardo Medioevo grazie a traduzioni e commenti di pensatori in lingua araba. Con la fine del periodo isolazionista Edo, imposto dai cannoni della marina americana nel 1853, il Giappone ha acquisito, elaborato e infine riesportato l’immaginario greco-romano. Lo si ritrova ovunque: nei mostri meccanici di ‘Mazinga Z’, la cui origine risale a un’antica civiltà micenea, nella piccola ’Pollon’ che combina guai tra gli dèi dell’Olimpo, nei ‘Cavalieri dello Zodiaco’ con le loro armature ispirate alle costellazioni e alla mitologia ellenica, fino alla scolaraguerriera di ‘Sailor Moon’ o all’Ulisse spaziale di ‘Ulysse 31’. Un patrimonio antico filtrato, “giapponesizzato” e rispedito in Occidente, dove – da ‘Goldorak’ in poi – diverse generazioni l’hanno fatto proprio davanti alla tv.
Il Museo romano di Losanna-Vidy ci invita così a esplorare l’Antichità su questo doppio livello. Al primo piano del museo costruito sui resti di una antica domus romana, l’esposizione permanente permette di conoscere, in maniera “filologicamente corretta”, l’antica Lousonna e di capire, grazie a un allestimento ben curato, cosa abbia significato per la regione diventare “gallo-romana” tra colonne, lucerne, statuette di divinità e oggetti di vita quotidiana. Al piano terra possiamo invece attraversare il Mon (porta, in giapponese) ed entrare nel mondo di ‘Kodai’ (Antichità), la mostra temporanea aperta fino al 27 gennaio. La firmano la direttrice Karine Meylan e Matthieu Pellet, dottore in storia delle religioni e specialista del Mediterraneo antico all’Università di Losanna ma anche, da bambino degli anni Ottanta, grande appassionato di manga e videogiochi. Passione condivisa con Meylan che, da bambina degli anni Ottanta diventata direttrice di un museo romano, si è chiesta perché tanti eroi giapponesi della sua infanzia fossero legati all’Antichità grecoromana.
Quando l’antico diventa pop
L’immagine della porta non è casuale. Da un lato richiama l’apertura imposta dai cannoni del commodoro Matthew Perry che, concludendo con la forza l’isolazionismo giapponese, costrinse le élite a ripensare l’identità culturale, religiosa e politica del Paese e a interrogarsi sulle radici della potenza europea – di lì l’interesse, quasi inatteso, per Atene e per Roma. Dall’altro, la porta marca la separazione in uno “spazio altro”, grazie a una scenografia studiata per coinvolgere il pubblico di ogni età, esponendo oltre 200 oggetti della cultura pop giapponese in dialogo con reperti archeologici. Le quattro sezioni seguono altrettante immagini della città giapponese. Oltre il Mon, il primo spazio racconta la prima fascinazione legata alle élite: c’è chi adatta le tragedie greche al teatro tradizionale, chi teorizza una improbabile origine mediterranea del popolo giapponese, chi, come l’architetto Itō Chūta, vede un’ispirazione ellenica nei templi nipponici. La seconda sezione, lo Shōtengai (la via commerciale), mostra il salto verso il grande pubblico: dagli anni Cinquanta dèi greci, eroi omerici e gladiatori romani entrano nelle pagine dei manga e sugli schermi, complice il “media mix”, la strategia nata in Giappone che fa dialogare televisione, editoria e industria del giocattolo. È così che, dal Sol Levante, l’Antichità raggiunge anche i salotti di casa nostra, dove serie come ‘Sailor Moon’ o ‘Goldorak’ hanno segnato un’intera generazione. Il terzo spazio è la libreria, l’Honya: qui l’Antichità si fa manga vero e proprio, dalle guerre puniche di ‘Ad Astra’ al pugile-schiavo costretto a battersi negli anfiteatri di ‘Cestus’, passando dai miti degli esordi a storie più quotidiane, fatte di amore, guerra e sport. La quarta e ultima sezione, il crocevia (Tsujikado), porta fino a oggi: autori e disegnatori francofoni – Jérôme Alquié su tutti – tornano sulle fiction della loro infanzia per scriverne nuovi capitoli: Alquié, fan della prima ora, dal 2022 pubblica ‘Saint Seiya: Time Odyssey’, mentre l’eredità di quell’immaginario affiora perfino nel rap francofono.
Roma vista da Mari Yamazaki
Lungo questo percorso incontriamo Mari Yamazaki, autrice preziosa per capire questo gioco di sguardi tra epoche e culture. La sua opera più celebre, ‘Thermae Romae’, parte dal classico tema del viaggio nel tempo, declinandolo subito su percorsi curiosi: Lucio Modesto, architetto romano di terme ai tempi dell’imperatore Adriano, si ritrova all’improvviso catapultato nei bagni pubblici del Giappone contemporaneo. Da lì rimbalza avanti e indietro tra i due mondi, ogni volta più sbalordito. Stordito da vasche, saune e trovate ingegnose di un popolo che ribattezza “facce piatte”, torna a Roma e ne fa tesoro, riproponendo quelle invenzioni nelle proprie terme e diventando un progettista tanto richiesto da finire al servizio dell’imperatore. Il manga premiato e tradotto in mezzo mondo è anche diventato serie animata e film in live action e accanto a ‘Thermae Romae’, Yamazaki ha firmato altre incursioni nell’antico, dalla biografia di Plinio il Vecchio ai Giochi olimpici di ’Olympia Kyklos’, sempre su una documentazione storica solida e una cura maniacale del dettaglio. Ma non è (solo) l’attenzione a rendere rappresentativo il lavoro di Yamazaki: è il modo in cui l’incontro tra Antichità romana e contemporaneità giapponese riesce a valorizzare entrambi i mondi. Non è l’Occidente che si specchia con nostalgia in Roma, ma un Paese lontano che, attraverso l’incontro con Roma, trova modi nuovi per raccontare se stesso.
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