Marcinelle, 8 agosto 1956: ‘Non obliamo la memoria’
Di Giovanni Medolago
È il grande schermo che sovrasta il palcoscenico del Lac ad annunciare il titolo dello spettacolo visto martedì sera: “La catastròfa, Oratorio per Marcinelle”, tratto dall’omonimo pamphlet che nel 2011 valse a Paolo Di Stefano il Premio Paolo Volponi. Il giornalista/scrittore, siciliano d’origine e luganese d’adozione, ha curato la messinscena dell’Oratorio col regista Riccardo Frati, il quale ha parlato di “Testimonianza scenica che abbiamo cercato di sottrarre al ricatto della retorica”. L’omaggio alla tragedia di Marcinelle – che a settant’anni di distanza resta la più grave sciagura mineraria europea – è la prima proposta del ciclo ‘Indagini sulla realtà’, fortemente voluto da Carmelo Rifici.
Vedove, orfani e superstiti
La mattina dell’8 agosto 1956 un incendio provocò la morte di 262 minatori, 136 dei quali di nazionalità italiana. Nel suo racconto, Di Stefano ha raccolto tutta una serie di testimonianze, riportate testualmente sì da formare un pastiche di lingue (Catastròfa, appunto) e dialetti: marchigiano abruzzese veneto friulano siculo. Altrettanto fedelmente, Etta Scollo ha sistemato le parole di vedove, orfani e superstiti nei testi delle sue canzoni, che propone con la chitarra e con note che riecheggiano tradizioni folkloristiche e caratteristiche della cultura contadina. “Uomini e carbone”, ripete più volte prolungando qualche vocale, denunciando l’accordo firmato dall’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi che prevedeva l’invio nel Belgio di 50mila (!) minatori in cambio di carbone: “Duemila lavoratori alla settimana”, sottolinea Etta Scollo con toni stavolta strazianti. Ai lavoratori erano promesse buone condizioni di vita e salari adeguati. In realtà, gli operai venivano sistemati in veri e propri lager: quelli dove erano stati reclusi i soldati tedeschi finiti prigionieri al termine della guerra. Da molte regioni d’Italia gli aspiranti minatori venivano convogliati alla stazione di Milano, dove un responsabile urlava “Belgica, Belgica!” vicino al treno in partenza per Charleroi. Ecco allora sullo schermo le foto, in primo piano e dal bianco&nero che sarebbe piaciuto sia agli Espressionisti del cinema tedesco, sia al sovietico Eisenstein. Ragazzini (la vittima più giovane aveva 16 anni), giovani e anziani che sorridono, pregustando una vita migliore che però non conosceranno. Lo conferma la voce narrante di Leonardo De Colle, riportando le parole e i ricordi di Assunta, dieci anni al momento della sciagura: “Abitavamo nelle baracche, legno fuori e mattoni rossi bucati all’interno. L’acqua corrente non c’era: per bere e per lavarsi si andava a prendere l’acqua alla fontana, estate e inverno”.
‘I macaronì che ci rubano il pane e le donne’
L’Oratorio ci fa quindi scendere in miniera. Sullo schermo un’interminabile piano-sequenza – una carrellata in avanti alla Kubrick – trasmette al pubblico un vero senso di claustrofobia. Non va meglio quando si risale in superficie: ad attendere i “macaronì che ci rubano il pane e le donne” c’è un razzismo non troppo latente e molti bar e ristoranti avvertono: “Vietata l’entrata ai cani e agli italiani”. E dopo il dramma? Bisognava andare avanti. “Stavo nascendo – ricorda Camilla – mentre portavano mio padre al cimitero. Mia madre non ha assistito alla cerimonia perché stava partorendo. Mia nonna ha lasciato le bare dei suoi figli (bruciati in miniera) e ha voluto assistere al parto. Tra la morte e la vita, ha deciso per la vita”. Ha scelto la vita, ripete Etta Scollo, mentre il pubblico si abbandona a un lungo applauso, e mentre sullo schermo appare la foto – quasi insostenibile – delle 262 bare allineate davanti alla cattedrale di Bruxelles. “Non obliamo la memoria” è il monito finale.
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