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Un ‘Becaària’ che parla a tutti

Il regista Erik Bernasconi racconta come ha portato sullo schermo il romanzo di Giorgio Genetelli, tra scelte drammaturgiche e ricordi personali

Di Ivo Silvestro

‘Becaària’ di Erik Bernasconi arriva nelle sale ticinesi accompagnato dal Premio del pubblico vinto a Soletta e da una (più che meritata) buona accoglienza nel resto della Svizzera. Tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Genetelli – che, ha raccontato il regista, gli ha lasciato carta bianca per fare il suo ‘Becaària’, senza tradirne lo spirito –, il film ci porta negli anni Settanta e al giovane Mario (interpretato dal bravo Francesco Tozzi, al suo debutto) che, vista l’incostanza, viene spedito dal padre a lavorare in un alpeggio. Bernasconi dialogherà, proprio con Genetelli, oggi alle 18 alla Biblioteca cantonale di Locarno e poi presenterà il film alle 20 al Lux di Massagno e domani alle 17 al Forum di Bellinzona.

Cosa, leggendo il romanzo di Genetelli, ti ha fatto dire: ok, voglio farci un film?

Il tono, per prima cosa: a parte che il romanzo è secondo me molto ben scritto, il tono mi appartiene molto. È il classico romanzo che ti fa dire “avrei potuto scriverlo io, se fossi in grado”. L’ho riconosciuto come tono. È un tono che si basa molto sul flusso di coscienza, sul fatto che il narratore è il personaggio, anche se non si capisce bene in che tempo sia il narratore rispetto alla storia, ma vede tutto con ironia e rispetto per quello che capita al se stesso di un altro tempo. Quindi da un lato la volontà di appropriarmi di quel tono che era molto mio, e dall’altro la volontà di raccogliere la sfida di spostarlo su un altro medium: perché a meno di usare una voce off – che devo ammettere ho anche provato a usare, ma ho poi trovato molto fastidiosa e poco cinematografica – i pensieri del personaggio, quell’ironia, vanno portati sui volti dei personaggi e un po’ sulle loro azioni.

E la storia? Apparentemente siamo di fronte al classico racconto di formazione.

Sì, è una storia piuttosto classica, una storia di formazione: ne abbiamo già incontrate di simili, ma a me piacciono sempre, quindi mi sono detto che avevo voglia di raccontarne una anch’io. Una cosa divertente è che quando porto ‘Becaària’ in posti dove non mi conoscono mi chiedono se è un primo film, perché i cosiddetti ‘coming of age’ sono spesso primi film di registe o registi… e invece è il mio quarto film per il cinema, terzo di finzione.

Ultima cosa che mi ha convinto, la possibilità di fare il film nel mio territorio, perché questo ‘coming of age’ si svolge in un Ticino simile a quello che ho vissuto io nell’adolescenza, anche se è di tredici anni prima. Non raccontare il territorio per raccontare il territorio, ma per dire che quello che succede qua succede probabilmente dappertutto, o può succedere dappertutto.

È certamente un tema universale, la contrapposizione tra la città e un ambiente rurale.

Certo, però un aspetto già presente nel romanzo e che io ho cercato di tenere, è che il protagonista apre la sua mente non andando da un paesino a New York, ma andando da un paesino a un paesino ancora più piccolo, dove si immagina di trovare solo gente chiusa e di soffrire. Oltretutto nel romanzo lui sceglie di andare in montagna, mentre io nel film lo mando per punizione, così da accentuare questa sua aspettativa negativa.

Cos’altro è cambiato? Passando da un romanzo a un film di solito bisogna condensare la trama.

Sì. Io ho fatto parecchie scelte in questo senso. Per esempio il conflitto col padre è stato molto compattato nel film, abbiamo anche eliminato delle scene. Nel romanzo ci sono ad esempio più figure paterne con cui lui entra in conflitto. Compattare la drammaturgia, come detto, è una necessità del cambio di medium, ma ci sono molti piccoli cambiamenti. Ci sono cose che ho inserito dalla mia vita personale, qualche scena che non esiste nel romanzo me la sono inventata, ma il grosso è l’introduzione del personaggio di Prisca, che nel romanzo non esiste. E l’ho introdotta per sopperire alla mancanza dei pensieri del protagonista, nei quali c’era una parte femminile in quei pensieri che andava persa. L’introduzione di una figura femminile più forte di quella che è Anna, che potesse portare una serie di temi che nel romanzo non ci sono: l’amore libero, ad esempio, nel romanzo non è presente. Diciamo che Prisca è un’invenzione che aiuta a rendere il Mario del film più simile a quello del romanzo.

C’è la generazione dell’autore, che coincide con quella del protagonista; c’è la generazione del regista, di un decennio più giovane; e c’è quella degli, e delle, adolescenti di oggi. Secondo te il film riesce a parlare a tutte queste generazioni?

Dai confronti che ho avuto con i pubblici dei festival della Svizzera tedesca e della Svizzera romanda credo che possa parlare a più persone, a più fasce d’età. Dal punto di vista produttivo, quando devi fare i dossier, ti chiedono anche il pubblico target e non puoi più dire che funziona per tutti, perché non ti credono. Ma io l’ho sempre creduto. La verità è che fino a oggi – perché si sente l’aria di cambiamento – chi va al cinema sono più le persone over 50, e allora con quel pubblico funziona il lato nostalgico, il “mi ricordo quei tempi, mi ricordo quando ero adolescente”. E poco importa se sei stato adolescente negli anni Settanta, Ottanta o Novanta: soprattutto nell’epoca pre-digitale, abbiamo vissuto più o meno tutti la stessa adolescenza. Finora il film l’hanno visto non tanti giovani; ma quelli che l’hanno visto mi hanno detto che il film a loro è arrivato, che si sono riconosciuti, e che la mancanza del telefonino, la mancanza di tutti questi elementi di modernità, non toglie che le emozioni vissute dal personaggio sono quelle che loro stanno vivendo. Quindi credo che questo film potrà incontrare gli adolescenti di oggi, se saranno convinti in qualche modo a fare una cosa strana, cioè andare al cinema a vedere un film svizzero.

Qual è stata la scena più divertente da girare?

Ce ne sono state molte. Forse quella più divertente era quella dell’osteria, con tante comparse. Però era prevista per la terza settimana di riprese e invece l’abbiamo dovuta girare nella prima, quindi tutta la macchina forse non era perfettamente rodata: mi sono divertito un po’ meno perché ero un po’ più preoccupato, ma questa cosa di girare una scena in un’osteria degli anni Settanta aveva il suo fascino.

E quella più difficile?

Abbiamo avuto scene di una certa complessità, e la cosa che fa ridere è che le scene più complesse, e anche più costose, sono state eliminate in montaggio. C’era una scena di incendio, con i pompieri e un’autobotte degli anni Settanta, ma poi abbiamo visto che il film funzionava meglio senza. Inutile negare che la scena più delicata è la scena d’amore. Non dico di più per non fare spoiler, ma è una scena che abbiamo girato con una certa delicatezza, che abbiamo preparato molto bene, con tutte le figure necessarie. Ne parlo perché forse ero più preoccupato io di farla bene che chiunque altro, quindi abbiamo semplicemente portato avanti il lavoro con molto rispetto, con molta sincerità e con molta apertura. Sono molto contento di come è venuta la scena.

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