E siccome che era la più brava di tutte
Parafrasiamo la Signorina Carlo per dire di ‘Anna Marchesini – la voce e l’arte’, libro di Nicola Lucchi dedicato alla grande artista, a dieci anni dalla morte
Di Beppe Donadio
Era figlia di Galileo Marchesini e Zaira Parretti, e sorella di Teresa, uguale spiccicata a lei, vicendevolmente scambiate per (e vestite come) gemelle per gran parte dell’infanzia, entrambe in cerca di unicità. A fine pranzo le invitavano a fare le Kessler e se Teresa arrossiva, Anna trovava in quell’esibizione una delle principali gratificazioni della sua ancora giovanissima vita. Alle elementari voleva fare “la negra”, poi scoprì che prendere il sole non era sufficiente e dunque scelse di essere Dio, ma donna. “Già mi vedevo con questa tonaca, coi capelli lunghi, la barba, e io che andavo con questo popolo convertito da me. Convertire è sempre stata una passione”, disse raccontandosi. Convertire il pubblico, convertirlo al bello, che è quello che ha fatto.
Lo scorso 31 luglio, chi meglio di Tullio Solenghi poteva ricordare su queste pagine Anna Marchesini a dieci anni dalla morte, dal giorno in cui il Trio si è incontrato e fino alla fine, un ricordo e per intensità potrebbe pure bastare. Se altro si può dire, è di un libro che contiene anche quel che accadde prima del Trio. Ruberemo dunque parole da ‘Anna Marchesini – la voce e l’arte’ di Nicola Lucchi, che grazie alle testimonianze raccolte da Mariangela Galotto e all’aiuto di Teresa Marchesini ha prodotto per Bompiani il più intimo dei ritratti dedicati alla grande artista, scomparsa a soli 62 anni per il progressivo aggravarsi dell’artrite reumatoide di cui da tempo soffriva.
Autoritratto
“Un’adolescente che, passeggiando per il corso principale, sola o in compagnia e munita di minigonna non viene abbordata da verun individuo di sesso opposto, nonostante esca tutte le sere, si dice ‘racchia’. Un’adolescente appartenente a quest’ultima categoria la quale però cerchi di sfruttare al massimo le proprie qualità intellettive, si trovi a farlo nel ’68, decidendo di iscriversi alla facoltà di Psicologia, si dice ‘alternativa’. Una ragazza che con tale curriculum e che, laureata con il massimo dei voti decida di farsi quattro risate, si dice ‘Anna Marchesini’”. L’autoritratto è del 2008 e apre il primo capitolo de ‘La voce e l’arte’, che va più o meno dall’infanzia all’incontro con Lopez e Solenghi, e in mezzo il teatro e la suddetta laurea in Psicologia, presa anche per combattere l’eterna fissa che quello dell’attrice non sarebbe un lavoro, ma “fai un servizio fotografico, ti denudi un po’ e poi vai a fare il mondo dello spettacolo”, come la pensavano mamma e papà di Anna, che sempre nel 2008, a ‘Che tempo che fa’, dice: “Io non avevo né le tette, né il coraggio, né l’aspirazione, io volevo fare il teatro”.
Buona la terza
La ‘Silvio D’Amico’, l’accademia nazionale d’arte drammatica, non la volle subito. Come per tutti gli esclusi, ad Anna era consentito assistere alle lezioni senza partecipare. E in quel teatro, “a tradire il suo riserbo erano i due occhi grandi ed entusiasti incollati alla schiena del professor Salveti”, l’insegnante che si accorse di lei. “Sono stata bocciata, ma sono un’uditrice. Non posso e non devo parlare”, risponde Anna all’invito di Lorenzo Salveti a dare prova di sé. Bastano poche righe di ‘Grossi dispiaceri’ di George Couteline letti in pubblico e le porte dell’accademia le si aprono. È così che il primo rifiuto (“Volto un po’ sgradevole. Tendenza alla monotonia per eccesso d’interiorizzazione. Mimica scarsa”), cui avrebbe fatto seguito un secondo (“Finirà per mirare alla regia”) diventa “Tendenza nativa all’umorismo, forte estroversione” e tante altre bellissime parole. È il 1977, ma il debutto è di un anno prima, nel ‘Borghese e gentiluomo’ di Molière di Tino Buazzelli, che l’aveva bocciata anch’egli, a un provino in Rai. La vuole Paolo Poli, ma sceglie un’altra, la vuole anche Ennio Coltorti, malinconica nel suo ‘Riccardo II’, e piano piano la giovane prende il volo.
Siccome Anna fa “le vocine”, Coltorti la vede bene per il doppiaggio, esperienza che – presa alla lontana – è quella che porta alla nascita del Trio. Nei primi Ottanta, Anna è la voce di Judy Garland nel ‘Mago di Oz’ e in altri film in cui l’attrice è adolescente. Proprio in sala di montaggio conosce Massimo Lopez: “Facevamo perdere tempo ai direttori di doppiaggio perché ci veniva spontaneo cambiare i dialoghi, così per puro divertimento”, racconta, quel ridoppiaggio che oggi spopola sul web. In quegli anni presta la voce a Dominique Lavanant in ‘Tre uomini e una culla’, Nichelle Nichols in ‘Star Trek’, a ‘Crissy Wilzak’ in ‘Mork & Mindy’, è Jenny Piccolo in ‘Happy Days’ (l’attrice Cathy Silvers). L’unico film in cui recita, ‘A me mi piace’ di Enrico Montesano, frutta a lui un David per la migliore opera prima e niente a lei che, da sempre e per sempre donna di teatro, non si dispera affatto. La sua idea di film, ‘La cicogna strabica’ (da non confondere con il brano di Zalone), rimase un’idea, forse perché troppo avanti.
‘Saggezza ed equilibrio’
Il lascito letterario di Anna Marchesini, tema contenuto nel terzo atto del libro, s’intitola ‘Il terrazzino dei gerani timidi’ (2011), ‘Di mercoledì’ (2012), ‘Moscerine’ (2013) e ‘È arrivato l’arrotino’ (2016, postumo), tutti scritti a mano su quaderni scolastici, in barba al digitale. Il lascito complessivo è posto da Lucchi ad amiche e amici di Anna, dai giovani attori suoi allievi alla Silvio D’Amico – collegati in Skype quando le forze non le permettevano l’insegnamento in presenza – a Fabio Fazio, che ricorda i giorni della malattia: “Nell’ultima intervista io cercavo di proteggerla e lei invece cercava di essere generosa”. E nell’intendere di Anna “ogni esperienza, compresa la più estrema, come un’esperienza che va vissuta”, il conduttore televisivo vede un atto estremo e sublime di “saggezza ed equilibrio”. In ‘La voce e l’arte’, libro discreto e misurato tanto quanto la sua protagonista, ci sono anche le parole di Salveti, amico e maestro, secondo il quale quello di Anna Marchesini è “un lascito per quei pochi che ancora s’interrogano su cosa significhi davvero fare l’attore”, ovvero “assumersi un compito, una responsabilità”, quella di “porsi di fronte al pubblico con il massimo rispetto e della serietà, fino al sacrificio di sé”.
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